16 aprile 2004
Il borgo di Prato e il suo territorio dal XVI° al XIX° secolo
Questa serie d’incontri organizzati così efficacemente
dalla Pro-loco, mi permettono di approfondire e di chiarire alcuni aspetti della
realtà pratese nei secoli passati.
Ciò che è emerso dalle ultime ricerche in aggiunta a ciò
che già si conosceva non permettono tuttavia di completare questa visione
d’insieme in una sola serata, perciò il mio intervento sarà
suddiviso in due serate distinte.
In questa vi farò conoscere il borgo di Prato sia sotto il profilo della
sua immagine fisica, che sotto quello delle sue strutture economiche e sociali.
Nell’incontro autunnale vedrò di completare il quadro d’insieme,
spiegandovi invece il funzionamento di queste strutture ed alcuni aspetti di
vita di questa comunità.
Prima di incominciare però vorrei fare una precisazione
che ad alcuni può sembrare superflua, ma che per la maggioranza di voi
– coloro che non hanno dimestichezza con la ricerca storica – è
invece importante per una maggiore comprensione degli eventi che saranno esposti
in questa, e nell’altra serata di mia competenza.
La precisazione è utile anche a me stesso che in questa sede sono stato
chiamato – non come storico – com’è stato detto, di
cui non ho la cultura e la competenza, ma come semplice ricercatore di storia
locale.
Qualè questa precisazione?
Il titolo di questa serata è Il borgo di Prato e il suo territorio dal
XVI° al XIX° secolo. Questo non significa assolutamente che questa sera
si racconterà la storia di Prato dal 1500 al 1800, sarebbe per me presuntuosamente
troppo e impossibile.
Quello che farò stasera è invece proporre alcuni momenti, direi
alcuni flash della vita e delle situazioni di quel tempo senza alcuna regola
cronologica, e con poca analisi critica di quel periodo storico.
La seconda considerazione è legata ad un contesto più generale
sulla storiografia.
Tutto ciò che dirò questo sera è “storicamente supportato
da documenti”.
Però attenzione, perché ciò non toglie che la verità,
in certe circostanze, può essere un’altra.
La ricerca storica non è mai finita ed alcune volte accade che venga
alla luce un documento che pronunci l’esatto contrario, o che comunque
è discordante da quello precedente. Sta poi al ricercatore – quando
conosce queste discordanze – interpretare giustamente la realtà.
Questo dovevo dire come premessa, e che vale anche per la serata che presenterò
nel mese di settembre.
Ora incominciamo il nostro viaggio nel tempo.
(1) Il visitatore che supera le ultime case di Romagnano, percorrendo
la via che porta verso la Valsesia, trova subito sul suo cammino in rapida successione:
la chiesetta della Madonna della Rosa, la cappella di Sant’Antonio, e
la chiesetta di San Giacomo, tutte poste sul ciglio della strada a pochi metri
una dall’altra.
Volgendo gli occhi verso l’alto, il suo sguardo si posa sul convento di
San Francesco di Romagnano posto sul monte Cucco. Nello stesso luogo dove ora
si trova la villa Caccia.
Questo monastero, di cui ha già accennato il prof. Longo il mese scorso,
venne spostato in quel luogo perchè i padri cappuccini tutti si infermano
gravemente né possono in esso star sani, per essere il monastiero posto
in luoco malsano, humido e sogetto alla tramontana.
Per l’occasione – si era nel 1621 – il nobile romagnanese
Filippo Mostini offrì cento barozze di calcina per la costruzione di
questo nuovo edificio. (2)
Poco più sotto in direzione di Prato, un’altra cappella ancora:
quella di San Grato.
Superate questa serie di oratori, si giunge costeggiando la roggia Mora nei
pressi del “pontone”, il ponte del Biagio per intenderci. (3) Così
era chiamato il ponte di legno che portava nei prati di Romagnano chiamati “ceriagli”
o “cerialli”.
(4) La vista di tutta quella zona – la potete vedere in questo magnifico
disegno del 1742 trovato recentemente presso l’archivio Est Sesia di Novara
- a partire dalle ultime case di Romagnano fino ad oltre lo stabilimento Bollati,
è alquanto singolare perché sono tutti appezzamenti prativi con
all’interno molti alberi in prevalenza cerisoli, le comuni ciliege selvatiche,
e gelsi.
Questo tipo di coltura era chiamata cerisolato o avitato perché la sua
caratteristica era che ad ogni albero facevano arrampicare la vite.
Con questo metodo ottenevano un ottimo foraggio dal prato perché la zona
era tutta irrigata, ottenevano le foglie di gelso per il baco da seta, ottenevano
i frutti sia dei cerisoli che dei gelsi, (i moroni); ed infine l’uva e
il vino.
Quest’ultimo non era di qualità eccellente, in ogni caso era usufruibile
a basso costo lavorativo.
Nel 1723 sul territorio pratese risultavano ben 68 appezzamenti avitati o cerisolati.
(5) Alla parte destra invece proprio in prossimità del “pontone”
incominciava il territorio di Prato, e lì la coltura era esclusivamente
quella della vite. Quella zona al piano della strada era chiamata “Bolina”
e “Rimonda”.
In alto i toponimi cambiavano diventando prima “Fusaro”, poi “Crosetta”,“Cantonetto”,
“San Rocco”, “Lamaccia”, “Alla Bisciona”,
e via via fino alla “Baraggia”.
E’ la miglior zona di Prato per la coltivazione della vite insieme a quella
della Traversagna che nel Seicento non era ancora molto coltivata.
Giungendo in prossimità dell’attuale entrata dello stabilimento
Botto, (6) all’interno di un centinaio di metri si poteva scorgere il
primo mulino di Romagnano che era chiamato della “ressiga” o di
“ceriallo”. E’ segnalato come mulino a due macine.
La strada proseguiva poi diritta verso Prato. Giunti in fondo all’ultimo
edificio del Botto ci si trovava di fronte ad un costone roccioso che scendeva
dalla montagna di Sopramonte. (7) Quello era il “motto del sasso”.
Proprio nel luogo dell’ultimo edificio del Botto però più
sotto - al bordo della roggia Mora - la strada, aggirando il Motto del Sasso,
passava di fianco ad un secondo mulino di Romagnano chiamato “mulino del
sasso”.
Questo mulino, di proprietà di Gioanna Genesi, fu venduto dalla stessa,
alla comunità di Romagnano nel 1526.
E’ segnalato a tre macine e con la sua pista da canapa a pochi metri di
distanza. La pista venne distrutta nel 1812.
(8) Di lì la strada continuava fiancheggiando la Mora, e saliva gradualmente
fino a portarsi alla quasi altezza dell’attuale piano stradale.
Raggiungeva questo piano più o meno in corrispondenza della casa dell’Osvalda.
(9)
Capite quanto doveva essere complicato quel tortuoso passaggio per i viandanti,
ma soprattutto per i commercianti con i loro carri. Commercianti che in sostanza
erano il “sale” dello sviluppo economico di quel tempo.
Così dopo l’ennesima inondazione che isolava Prato e il resto della
Valsesia, il comune in accordo con il Contado di Novara, decise di porre rimedio
aprendo il Motto del Sasso.
Il 23 agosto 1654 fu stilato un primo documento.
Essendo che la Sesia per l’inondazione di essa li giorni passati habbi
fatto gran ruina et in particolare un ramo di molta quantità dove habbi
guastato affatto la strada mediante apresso la quale si va comodamente et in
oltre molti beni dè particolari di modo che non vi è strada per
la quale si possi andare da Romagnano per la Valsesia se non si monta un gran
sasso con qualche pericolo dè viandanti.
Essendosi trovato a caso un scalpellino o sia minatore et avendosi Carlo Genesi
di Prato deputato di essa terra a voler far instanza in Contado che si dovesse
provedere per l’accomodamento di essa strada et fatta instanza al signor
Giovanni Antonio Grandi uno dè Sindaci a voler intervenire a veder per
(la) misura che si deve fare a minar detto sasso dove che vi è intervenuto
detto signor Giovanni Antonio Grandi di detto Contado abiamo adimandato (al)
signor Giovanni Granello capo mastro di muratori per la muraglia che si deve
fare et visto et considerato il tutto si è adimandato a l’uno et
l’altro di detti signori…il modo cui farlo e convenienza per minor
opera che si deve fare per detta strada.
Lo stesso documento prosegue poi con i termini di costruzione della muraglia
protettiva che dal sasso si dirige verso Prato, verso Romagnano, ed in alto
lungo il costone roccioso.
Muraglia per una lunghezza totale di 530 metri lineari.
Il costo di tale opera venne preventivato in 400 lire imperiali ed un bottallo
di vino.
Il 16 novembre di quello stesso anno 1654 venne definito l’accordo con
gli scalpellini:
Che siano obligati sì come promettono à tutte loro spese di romper
detto sasso nel più basso di detto sasso dove si è determinato
di acordio, cioè romper di larghezza brazza cinque tutto il suo traverso
et di altezza brazza quattro e mezzi et brazza quindici di lunghezza incominciando
da domani et seguitare sino a tanto sia fornito et che il piano che si deve
fare per detta strada in detto sasso da scarpellare come sopra sia ugualmente
uguale e piano e questo per mercede di lire cento cinquanta
Con più che la comunità sia obligata darli tutta la polvere che
farà di bisogno per minar detto sasso.
E più una brenta di vino giornalmente alla rata et anco darli la mazza
di ferro et pali di ferro per romper detto sasso.
Da quel momento i viandanti entravano in Prato attraverso un suggestivo arco
di sasso largo tre metri, alto due metri e settanta, e lungo circa nove metri.
Direi una vera e propria galleria.
Il lavoro fu svolto da Giovanni Peronus e Simeone Maruccus di Maggiora.
Fecero un ottimo lavoro e la comunità li trattò bene.
Forse fu da quel momento che Peroni e Marucco decisero di rimanere tra noi,
e li abbiamo ancora.
Si giungeva quindi nei pressi della casa dell’Osvalda. (10) A destra,
in alto, la maestosa torre e poco più avanti il castello di Sopramonte
già piuttosto malmesso.
Sempre a destra appena più indietro del luogo dove c’è la
villa della Rosina Bazzoni, come siamo abituati a chiamarla, scendeva dalla
montagna di Sopramonte un enorme costone roccioso un pò simile al Motto
del Sasso.
Venne poi completamente demolito nell’Ottocento quando aprirono in quel
luogo una cava di pietrisco.
(11) Volgendo lo sguardo a sinistra invece, a pochi metri di distanza si poteva
vedere il terzo mulino di Romagnano, ma che era già sul territorio di
Prato: il mulino chiamato “di Cavallirio”.
Era proprio lì in quella lingua di terra alla confluenza della roggia
Mora con lo scarico della roggia Molinara, ed era chiamato con quel nome perché
era ad uso degli abitanti di Cavallirio sprovvisti di un proprio mulino.
Obbligati a servirsi in questo mulino e pagare il servizio alla comunità
di Romagnano.
Da un documento del 1604 si viene a conoscenza che era anche chiamato –
per quelli di Romagnano - molendino superioris, ed è interessante sapere
che anche questo aveva la sua pista da canapa.
Visto il luogo dov’era situato subì nel corso degli anni parecchie
distruzioni a causa delle esondazioni. Distrutto quasi completamente dalla grande
piena del 1755 venne ancora per una volta parzialmente ricostruito, e funzionò
fino ai primi anni dell’Ottocento, per poi essere smesso completamente.
A mio avviso questo mulino chiamato di Cavallirio, è identificabile con
quello che nel Quattrocento veniva chiamato il mulino De Carlis.
La strada a quel punto continuava affiancando lo scarico della roggia Molinara
che come sapete attraversa la circonvallazione in modo sotterraneo per poi immergersi
nella Mora.
(12) Quindi costeggiando questo scarico si giunge al primo edificio di Prato
che è quello del filatoio.
La vista a quel punto è quella di due grandi ruote che girano grazie
al salto dell’acqua, (e qui siamo nel Settecento). Sono le due ruote del
filatoio di seta, mentre avanti 50 metri c’erano le ruote del mulino.
Fino all’Ottocento il mulino è segnalato con tre macine e conseguenti
tre ruote per meliga e segale. In una relazione del 1810 è addirittura
segnalato con quattro ruote.
Davanti a quelle ruote c’era la pista della canapa tuttora presente, ed
è quel piccolo edificio collocato dentro il giardino posto davanti alla
ruota.
Per tutti i secoli passati e fino all’inizio dell’Ottocento la pista
era coperta solo da un tetto a coppi sorretto da quattro pilastri. Solo ai primi
dell’Ottocento furono fatti i muri laterali.
Le pale per far girare la ruota di sasso superiore erano poste esattamente sotto
la pista.
(13) L’attuale giardino del mulino, tutta l’attuale piazza, la strada,
ed una parte dei prati della parte opposta erano adibiti a “maceratoj”
della canapa.
In sostanza, tutto il territorio era disseminato di buche di due/tre metri di
lato, profonde un paio di metri dove stivavano la canapa a macerare.
Nel corso dell’Ottocento queste buche saranno poi coperte e ne faranno
altre nella zona del Vaglio che ancora ora chiamiamo il “campaccio”.
In effetti, già questa zona intorno al mulino era chiamata in questi
secoli precedenti “il campaccio”.
Le buche furono spostate lontano dalle case perché l’aria diventava
irrespirabile quando maceravano la canapa portando anche malattie. Questo è
quanto dicono le relazioni mediche del tempo.
Ma prima di addentrarci nel paese vediamo brevemente queste tre realtà
produttive di Prato.
(14) Il filatoio
Innanzitutto va detto che – seppur si conosca ancora
poco della sua storia – il filatoio di Prato nel Settecento è una
delle realtà produttive più importanti di tutto il circondario.
Quando nasce si è in un periodo dove nelle nostre zone la pre-industrializzazione
sta muovendo i primi passi, ed il filatoio di Prato arriva subito ad occupare
parecchie decine di persone.
La sua ubicazione era in quel primo edificio del paese chiamato ancora oggi
“la curt dal filatur: tutto il cortile al di fuori dell’ultimo edificio
sulla destra dipendente dal mulino.
Fu costruito nel 1748 da Carlo Felice Maoletti originario di Serravalle e Carlo
Giuseppe Ghezzi d’Alessandria.
La motivazione della scelta del luogo era certamente legata alla presenza di
un corso d’acqua indispensabile a far muovere le ruote generatrici d'energia,
ed anche dal fatto che il Maoletti era cognato del pratese Giuseppe Genesi.
Materia prima del filatoio è la seta, di conseguenza la lavorazione dei
bozzoli, di conseguenza la coltivazione del gelso, che come già ricordato
oltre al frutto forniva con il fogliame, l’alimento base per il baco da
seta.
Ricordo a questo proposito che questa coltivazione era tanto importante che
durante le rogazioni si usava portare in processione anche i semi del “bigat”.
Un po’ ovunque si coltivava il gelso, ed erano gli alberi che delimitavano
i confini e le strade, ma non ovunque esistevano gli stabilimenti per la trasformazione
dei bozzoli in filo, né tanto meno per la trasformazione del filo in
tessuto.
Lo stabilimento di Prato fu sia filanda che filatoio. Quindi in questo luogo
si trasformava il bozzolo in filo, e in seguito si trasformava il filo in tessuto.
Non si sa quale sia stato il tasso di occupazione in quel periodo ma si può
ragionevolmente pensare che vi fossero occupate non meno di 70/80 dipendenti.
Velocemente posso dire che la coltivazione del baco avveniva nelle case degli
stessi contadini con la schiusa delle uova in ambiente tiepido intorno alla
festa di San Marco. Ai piccoli bruchi depositati su apposite tavole venivano
somministrati in continuazione le foglie di gelso tritate.
Ad un certo momento della sua vita il bruco incomincia a salire sugli arbusti
ben ramificati e preparati a suo tempo dal contadino. Trovato il luogo ideale,
il bruco incomincia a costruire il bozzolo chiudendosi all’interno.
Dopo circa otto giorni dalla sua salita sul ramo è il momento di raccogliere
i bozzoli, non prima però di averli agitati sentendo se all’interno
è già avvenuta la trasformazione del bruco in crisalide.
Questo si può sentire se scuotendo il bozzolo la crisalide sbatte contro
il guscio. Se non sbatte significa che il bruco sta ancora secernendo filo.
I primi bozzoli che si raccoglievano erano generalmente i più belli perché
fatti da bachi più rigogliosi, e questi bozzoli normalmente erano offerti
durante le feste religiose come elemosina. Infatti, anche nei conti dei vari
oratori di Prato troviamo spesse volte le offerte di galette o cocchetti, che
erano i nomi dei bozzoli di seta.
I bozzoli così raccolti erano immediatamente portati alla filanda dove
si provvedeva tramite il calore a soffocare la crisalide all’interno,
altrimenti, trasformandosi in farfalla bucava il bozzolo rendendolo inutilizzabile.
L’operazione era chiamata stufatura o soffocatura.
In seguito tali bozzoli erano immersi in vaschette piene d’acqua calda
chiamati fornelletti e venivano sbobinati abbinando vari fili di seta insieme,
che componevano un unico filo ritorto.
L’acqua calda permetteva al filo di staccarsi facilmente dal bozzolo.
Ogni bozzolo poteva dare un filo di seta lungo dai 350 ai 1200 metri.
Terminata la sbobinatura i rocchetti di filo passavano dalla filanda alla zona
della filatura per completare la lavorazione e trasformare il filo in tessuto.
Abbiamo anche alcuni dati sulle produzioni dei bozzoli a Prato. Non è
per la verità un gran raccolto rispetto ad altri paesi come Ghemme e
Fara.
Nel 1809 si erano raccolti 160 libre di bozzoli, pari a 121 Kg. Nel 1813 la
produzione salì a 300 chilogrammi.
A titolo di curiosità posso anche dire che secondo una relazione su Prato
del 1713, dodici once di semente di bigatti producevano circa un rubbo di bozzoli.
Tradotto vuol dire che in poco più di tre etti di semi si produceva circa
un quintale di bozzoli.
La crisi economica nello stabilimento di Prato incominciò nel 1775 e
si protrasse per molti anni con una vicenda lunga a spiegarsi. Nel 1786 nello
stabilimento lavoravano solo 12 persone.
Secondo una relazione, dal 1790 in avanti funzionò solo come filanda,
e quindi solo per la trasformazione del bozzolo in filo di seta.
Dopo il fallimento, l’azienda fu rilevata dalla famiglia Fè a nome
dei coeredi del conte Sacco di Milano.
Nel 1808 la filanda risultava affittata a Cagnardi di Ghemme proprietario di
un’altra filanda in quel paese. Il caso ha voluto che quei locali fossero
di nuovo occupati da un altro Cagnardi.
Fu probabilmente un momento di ripresa perché si sà che il Cagnardi
tra i due stabilimenti aveva 70 mulinelli e impiegava 156 persone. Come si sa
che i mulinelli di Prato erano 56, e quindi certamente con un buon numero di
dipendenti.
Subentrò poi un’altra crisi ancor più profonda.
Mentre la prima crisi si poteva imputare forse ad una cattiva gestione, la seconda
fu più per ragioni politiche ed economiche lunghe da spiegare, e legate
al blocco internazionale contro la politica napoleonica.
I già alti dazi sulle merci raggiunsero il 29%, e questo mise in ginocchio
anche l’industria serica che aveva il suo punto di forza – per quanto
riguarda il Dipartimento dell’Agogna – nelle seterie di Vigevano.
La filanda di Prato sentì doppiamente questa crisi anche perché
non risultano essere stati fatti miglioramenti nello stabilimento, tanto è
che viene definita in pessimo stato ed a ogni escrescenza dell’acqua,
le pale produttrici di energia non avevano più modo di girare.
Qualche anno più tardi – nel 1822 – venne acquistata da Bellicardi
e Stadler per 5372 lire piemontesi.
Non sono in grado di dire quando questo stabilimento terminò la sua produzione
non avendo fatto ricerca su questo argomento nell’Ottocento, come non
posso dire se riprese la produzione di filatura del prodotto.
Posso solo aggiungere che il Dizionario geografico di Goffredo Casalis edito
nel 1847 precisa che a Prato avvi un filatoio di seta, in cui s’impiegano
50 operai.
Come si sa che la coltivazione dei bigat a Prato continuò fino ai primi
anni del Novecento.
Anche questa coltivazione finì poi con l’esaurirsi degli alberi
del gelso per vecchiaia, e mai reimpiantati.
(15) Il mulino
Ricordo solo alcune questioni riguardanti il mulino perché
è un argomento che è già stato a suo tempo trattato dal
dottor Papale, e poi il discorso sarebbe molto lungo anche per la mole di documentazione
che già si è trovata e che ancora esiste negli archivi.
Documentazione che rimane da assemblare ricostruendo tutti gli aspetti relativi
a questo argomento.
Dei 4 mulini di Romagnano presenti nel raggio di 300 metri, di cui due di essi
sul territorio di Prato, si giunse dopo varie discussioni a possederne almeno
uno da parte della comunità pratese, ed è l’unico che noi
troviamo ancora in buone condizioni, mentre gli altri sono stati ormai distrutti.
Ricordo altresì che durante la causa con Romagnano in cui intervenne
il Senato di Milano vi furono incidenti serissimi tra questa comunità
e quella romagnanese, e vi fu anche la costruzione di un nuovo mulino nella
zona della vecchia centrale a poca distanza dal sasso del bagno.
Mulino che fu poi distrutto in seguito all’accordo del 30 dicembre 1576.
Che li Huomini di Romagnano siano tenuti dar alli Huomini di Prato uno delli
duoi Molini, quali hanno essi di Romagnano in Prato ad eletione di detti di
Prato. Il qual Molino qual sarà eletto per detti di Prato resti, &
habbi da esser proprio, & libero di detti Huomini di Prato, quale siano
poi padroni di tal Molino, & della sua roggia, & acque con le medesime
ragioni, & ationi.
Questo mulino consisteva in un sito sottotetto in cui vi esistono le tre macine
per meliga e segale con suoi ordigni di ruote in opera in mediocre stato. Cucina
attigua verso mezzogiorno con stanza superiore sottotetto intavellato. Stallino
con camerino superiore, ed un porcile.
Cavo del molino verso ponente con tre ruote laminazzi e porte in mediocre stato
e pista da canape al di la situata sotto un portico con 4 pilastri e coperto
da tetto con fundo e burlone di vivo, e suolo d’aja, e ruota al di sotto
per la ruotazione della suddetta pista.
Ivi in attiguità evvi l’orto suddetto al quale unitamente al fabbricato
del molino fanno coerenza a levante parte della strada tendente a questo molino
e parte casa del signor Giuseppe Feè a muro comune.
A mezzogiorno parte gerbido comunale e parte la casa suddetta del signor Feè,
a ponente lo stesso gerbido comunale ed a tramontana altro sito comunale ove
vi esistevano i maceratoi del canape ora abbandonati per l’infettazione
dell’aria. Ed in parte casa del signor Radaelli a muro comune.
Questo signor Radaelli – voglio ricordarlo – era il cognato di Alessandro
Fasola, l’uno dei Mille di Garibaldi, ed oltre ad essere un patriota risorgimentale,
era anche il proprietario della Compagnia dei battelli di navigazione del lago
Maggiore. I battelli usati da Garibaldi durante la 1° guerra d’Indipendenza
per trasportare i suoi uomini a Luino, dopo il proclama di Castelletto.
Le acque serventi alla ruotazione del predetto molino si estraggono dalla roggia
Mora mediante chiusa sulla medesima, sul di cui cavo di estrazione vi attraversa
il riale Roccia mantenendosi dallo sbocco del medesimo altra chiusa per sostenerne
le acque.
A questo proposito devo dire che a differenza di come si può intendere,
è invece la roggia Mora che fu fatta successivamente alla roggia molinara.
Non sono in grado di dire a che periodo risalga la costruzione del Mulino Nuovo,
in ogni caso è certo che esistevano mulini in quella zona ben prima della
costruzione di quest’imbocco pratese della roggia Mora avvenuto con l’accordo
del 1488.
Assodata quindi l’esistenza di mulini e relativa roggia molinara, rimane
da capire se tale roggia molinara prendeva la sua acqua solo dal torrente Roccia,
o anche dalla Sesia.
Il fabbricato del mulino era costruito interamente con sassi a piena vista.
L’inventario del 13 gennaio 1804 precisava che c’erano 6 servitù
di acque di rogetta con 5 porte compresa quella ad uso della pista da canape,
con due banchette laterali e due ponti per il comodo passaggio.
Queste servitù di acqua erano chiamate Rodiggi e significavano la quantità
di acqua necessaria per smuovere la ruota di un mulino.
In epoca antica questa quantità d'acqua non teneva conto del “salto
idraulico” di essa. Solo nell’Ottocento si fissarono dei valori
convenzionali ai Rodiggi.
Così ad esempio per la roggia Mora, un Rodiggio piccolo consisteva in
216,72 litri d’acqua per ogni secondo; mentre un Rodiggio grande era di
289 litri al secondo.
All’interno del mulino si trovava tutta l’attrezzatura con i nomi
tecnici che erano dati a quel tempo: la cassa tonda di pioppa, il coridone,
il rovatto ossia crocino, lo strentore di pioppa, la corbaccia di pioppa, navelle
e navigiole, le tre mole con il loro letto in legname, le pedagne ossia asinotti,
le marne ossia casse per la farina.
Nel 1813, di fronte alla sempre più grave crisi economica e per far fronte
agli eccessivi debiti comunali, furono date disposizioni per la vendita dei
beni comunali, ed i rimasti tre mulini di Prato e Romagnano – il mulino
di Cavallirio non esisteva più - saranno venduti il 12 febbraio 1814
a Luigi Bogani e Odoardo Donzelli.
Da quel momento furono esclusivamente in mani private.
Fin qui alcune brevi notizie riguardanti la struttura. Altre notizie relative
invece alla gestione del mulino come bene comunale, le farò conoscere
nella prossima conferenza autunnale
(16) La pista da canapa
Anche qui uno studio approfondito su tale coltura a Prato e
nel circondario non è mai stato fatto.
Si sa che la canapa era molto coltivata ovunque e che a Prato nel 1640 –
secondo il libro dell’estimo - figuravano circa 35 appezzamenti a pieno
campo. Teniamo però presente che tale libro non comprende tutti i possedimenti
religiosi che erano tantissimi.
Una statistica del 1807 riporta la produzione pratese a 500 rubbi, pari ad oltre
40 quintali.
Ma com’era coltivata la canapa?
Si seminava fittamente tra marzo ed aprile per facilitare lo sviluppo di steli
lunghi e sottili che potevano raggiungere e superare i tre metri d’altezza.
Intorno alla festa di San Rocco, a metà agosto, s'incominciava a raccogliere
i fusti che tendevano ad ingiallire badando bene a lasciare ancora in campo
le piante femminili destinate alla produzione dei semi.
La lavorazione della canapa incominciava con l’essiccatura e la sfogliatura
degli arbusti che poi raccolti in covoni erano portati nei maceratoi (i buri).
Queste buche potevano essere di varie dimensioni e dovevano contenere acqua
semicorrente per permettere un buon ricambio, il che accadeva raramente.
S'immergevano i covoni nell’acqua usando delle grosse pietre per tenerle
completamente immerse, e così si lasciavano macerare. Lo scopo di quest'operazione
era quello di sciogliere con la macerazione le sostanze gommose così
da permettere un facile distacco della fibra dal fusto legnoso.
Dopo due o tre settimane si toglievano i covoni dalle buche.
Operazione ingrata e faticosa perché il contadino doveva lavorare in
condizioni disastrose immerso nell’acqua putrida con esalazioni nauseanti,
togliendo prima i grossi sassi ricoperti di fango.
Per quanto riguarda la permanenza dei covoni immersi nei “buri”
non vi era una regola precisa, ma si sa che dovevano essere costantemente controllati
per evitare che incominciassero a marcire perché “canapa marcita
non fa tela”. Purtroppo però accadeva anche questo.
Lasciata poi ad asciugare giungeva il momento della successiva lavorazione che
consisteva nella separazione della fibra grezza dallo stelo.
Questa si otteneva spezzando l’estremità dello stelo dalla parte
della radice e scorteggiando lo stesso, badando bene finchè le fibre
rimanessero più lunghe possibili.
A questo punto la canapa era pronta per essere messa nella “pista”
ove subiva una gramolatura tale che permettesse una migliore separazione delle
sostanze legnose ancora presenti.
Dopo tale operazione incominciava la lavorazione della fibra con la cardatura
operata con appositi pettini a denti metallici.
Si otteneva così la rista che a sua volta era filata e lavorata fino
a diventare lenzuolo, o capo di vestiario, o cordame.
Veniamo ora alla pista da canapa. (17)
Come si è già accennato in precedenza era posta davanti al mulino,
e in un portico coperto solo dal tetto.
(18) La pista era composta di un grande sasso circolare internamente scanalato
dove si metteva la canapa sfilacciata. Superiormente a quella vi era una ruota
anch’essa in sasso che girando sopra permetteva lo schiacciamento della
canapa.
Il grosso sasso scanalato era bucato al centro in cui trovava posto un lungo
palo di legno. Questo lungo palo nella parte superiore era ancorato alla ruota
di schiacciamento, mentre nella parte inferiore – dopo aver trapassato
il pavimento su cui poggiava la pista – terminava con delle pale di legno.
Il salto dell’acqua contro tali pale permetteva di far girare la ruota
in tondo schiacciando così la canapa. In seguito l’albero fu costruito
in ferro.
Come per il mulino anche per la pista da canapa erano obbligati servirsi gli
abitanti, per cui era proibito per loro recarsi in altro luogo se il comune
di residenza possedeva la pista.
E’ stato rintracciato un contratto di costruzione della pista del 23 luglio
1656 tra la comunità di Prato e messer Chiarino di Quarona al costo di
55 lire imperiali, con il patto che le “pietre si debbano dare in Quarona
in loco piano acciò si possino caricar su le barozze”
Lo stesso giorno la comunità concluse un secondo accordo con i mastri
di legname Giuseppe e Battista Guglielmi per il rifacimento di tutta la struttura
in legno e la sua posa in opera.
Il costo del loro lavoro fu di 17 scudi caduno “et doi brente di vino
et siano da pagarli di mano in mano un poco per volta sì come anco il
vino sì come li consoli promettono”.
Un’ultima considerazione su quest’argomento.
Prato Sesia è l’unico luogo di tutto il circondario e di tutta
la valle che possiede ancora la perfetta struttura della pista da canapa, con
il suo sottostante originale di secoli fa.
Inoltre sappiamo il luogo d’ubicazione di questo grosso sasso scanalato,
e che ora fa da fioriera per tulipani davanti ad una casa. (19)
Possediamo infine i disegni di com’era costruita nel suo meccanismo.
E’ un’occasione unica che ci permette di ricostruire una struttura
che è stata importantissima per le comunità nei secoli passati,
e che non esiste in alcun luogo vicino.
Con la coltivazione della canapa a cui sto già provvedendo, possiamo
essere in grado di far vedere il ciclo completo di lavorazione.
Nel frattempo se volete, potete osservare la vecchia ruota superiore che è
visibile murata nelle fondamenta dell’edificio nella parte verso Romagnano.
(20)
Ora continuiamo il viaggio inserendoci nel paese attraverso
la strada che fiancheggia il filatoio.
Ricordo che la quasi totalità delle case presenti non sono intonacate
ed i sassi di costruzione sono a vista; come va ricordato che sono provviste
di ballatoi in legno. (21A)
Nel Cinquecento e Seicento quasi tutti gli edifici - al di fuori delle abitazioni
- sono ancora coperti di paglia con le conseguenze che ne potevano derivare,
e che derivarono specialmente con l’incendio di tutto il paese avvenuto
nel 1570 come ci ha fatto conoscere Alfredo Papale con alcuni suoi documenti.
Sono in prevalenza case di contadini con tutto quello che ne consegue entrando
nei singoli cortili.
Cortili che a Prato Nuovo (21B) – a differenza di Prato Vecchio –
sono chiusi da tutti i lati come fossero delle piccole cascine addossate una
all’altra.
La caratteristica di Prato Vecchio è invece quella di cortili aperti
con vie di fuga che danno ai prati esterni. (21C)
Sono cortili sterrati con le conseguenti buche, mucchi di letame, e carri agricoli
cigolanti. Ad ogni entrata del cortile c’è il solito paracarro
che ha il compito di salvaguardare i già dissestati angoli delle case.
I locali d’abitazione, occorre ricordarlo, sono sempre a piano terra dove
c’è la maggiore umidità, perché è più
importante, anzi è vitale per il contadino tenere il grano nelle posizioni
migliori e soleggiate.
La strada principale è generalmente tenuta anche peggio dei singoli cortili.
Durante quel tempo era in terra battuta con le sue innumerevoli buche e le ruote
dei carri che provocavano delle profonde carreggiate.
Venne poi il tempo in cui furono fatte delle parziali selciature con sassi di
fiume, ma il continuo passaggio dei carri determinava una situazione sempre
precaria.
La riparazione della strada principale era di competenza dell’amministrazione,
ma attenzione, la sua competenza – vista la cronica mancanza di denaro
– si limitava a decidere il momento di attivare la “rojda”.
Cos’era la rojda?
Essa consisteva nell’”obligare per turno un individuo per famiglia
a lavorare per detto riattamento senza pagamento di mercede, e sotto la solita
penale contro li renitenti del pagamento della mercede dei giornalieri che li
rimpiazzano”.
Ci sono anche i documenti che spiegano dettagliatamente il sistema di calcolo
in base al reddito e alla proprietà, e trasformato in giornate di lavoro
gratuite che ogni famiglia doveva concedere.
Con il passare del tempo, la situazione migliorò grazie soprattutto a
opere determinanti per lo scolo delle acque.
(22) Salendo lungo la via s'incontra dapprima il forno di Prato Nuovo che era
situato nel locale ora ad uso della società dei pescatori, subito dopo
vi è il centro del paese identificabile in questo momento con la piazza
Furogotti. (23)
La differenza sostanziale con allora è che non esisteva nessuna piazzetta,
o quantomeno ne esisteva solo un minuscolo spazio, perché quel luogo
era occupato da uno stabile di proprietà della Carità di Santo
Spirito.
Questa era un'associazione confraternale laica, il cui scopo era quello di aiutare
la povera gente a sopravvivere.
Il locale a pian terreno conteneva due torchi, uno per olio di noci, e l’altro
per vino, ed era di ragguardevole misura. Ai piani superiori vi erano delle
sale che in seguito per un certo periodo furono adibite a sale di riunione del
consiglio comunale.
A fianco di quest'edificio – nell’attuale casa Grazioli –
vi era la sede del Monte di Pietà istituito da Bartolomeo Furogotti con
documento del 1629.
Il funzionamento di questa struttura era finalizzato all’acquisto di granaglie
per aiutare i poveri. In seguito fu trasformato in prestiti finanziari ai bisognosi
senza interessi.
Si sa che alcuni locali di quest'edificio vennero utilizzati ai primi dell’Ottocento
quale sede della Guardia Nazionale di Prato.
Altri locali funzionarono da sede scolastica del legato Furogotti.
Nella parte opposta della strada, proprio dinnanzi all’edificio del torchio
vi era un’altra delle più importanti abitazioni di Prato, ed era
quella della famiglia Furogotti. (24) Attualmente è la casa e il cortile
di Alfredo Gioria.
La famiglia Furogotti nel Cinque/Seicento era una delle più importanti
del paese, ed avevano già parecchie proprietà prima che Bartolomeo
si trasferisse a Roma moltiplicando le sue ricchezze.
Questo grande caseggiato venne poi acquistato nel 1796 – insieme a tutti
i beni rimasti della famiglia – dal canonico Stefano Genesi.
La vendita fu fatta da Vincenzo Furogotti di Velletri, a quel tempo Capitano
del Reggimento di corazze di Sua Santità.
Con l’aggiunta di questa proprietà, il canonico Stefano Genesi
divenne in quel momento il personaggio più ricco di Prato in beni immobili
superando anche il conte Gibellini.
Cugino degli altri tre fratelli Genesi fondatori in seguito dell’Opera
Pia, fu sempre in guerra con loro. Alla sua morte tutte le sue sostanze passarono
al nipote Gaudenzio Fasola, ed infine a suo figlio Alessandro Fasola: “l’uno
dei Mille” di Garibaldi.
(25) Dalla parte opposta della stradina che va verso la casa di Richetti, quasi
tutto quel gruppo d’edifici che vanno fino alla chiesetta di San Carlo,
ed in profondità fino quasi ai piedi della salita del castello, erano
di proprietà dei Genesi.
Dei due rami Genesi, eredi dei fondatori dell’oratorio di San Carlo.
Da una parte i tre fratelli sacerdoti Genesi.
(26) Giacomo fu curato di Prato per quasi cinquant’anni. Vincenzo fu parroco
d’Agrate, e Angelo Maria che fu anche rettore del Sacro Monte di Varallo
nel 1813.
Fu l’ultimo dei fratelli, Angelo Maria, che per volere testamentario del
fratello maggiore, lasciò la complessiva eredità per la costituzione
dell’Opera Pia Genesi.
Vi era anche un quarto fratello che fu medico e speziale con negozio, o nel
Bertolino, o nell’Angelina. Costui si chiamava Giuseppe ed ebbe poi una
triste esistenza legata anche all’omicidio del trentatreenne Francesco
Barberi.
Non conosco il motivo di quest’omicidio salvo che il Barberi era padre
di 4 bambini in tenera età.
L’altro ramo Genesi era invece rappresentato dal canonico Stefano come
abbiamo visto in precedenza.
L’abitazione ufficiale dei due rami Genesi era nel grande caseggiato e
cortile posto dietro la chiesa di San Carlo, e si estendeva fino all’attuale
casa di proprietà del Pavan e dove abita Paolo Richetti. (27) Metà
di una famiglia e metà dell’altra.
Tutto il caseggiato sulla strada principale, dall’angolo fino alla chiesa
di San Carlo saranno poi dell’Opera Pia dopo la morte di Angelo Maria
Genesi avvenuta nel 1824.
Vorrei anche ricordare che tutte le abitazioni delle persone importanti, contenevano
diversi affreschi ora andati completamente perduti.
Ad esempio nell’atto di fondazione del Monte di Pietà del 1629
si precisa che in una facciata della casa, (quella di Grazioli) è già
presente un’immagine di Sant’Antonio, e il Furogotti dispose che
nell’arco di un anno
si faccia una Pietà de rilievo da mettersi, e murarsi sopra la facciata
del muro di strada di dette case con porvi sotto una pietra con l’Arme,
è nome di esso signor Bartolomeo è del signor Ulietto fratelli
de Furgotti fondatori di essa opera.
La pietra con l’arme è rimasta, ed è stata di nuovo murata
sulla facciata di casa Grazioli. (28).
Come avrete notato ho continuato a chiamarli Furogotti perché in linea
di massima dal Settecento in avanti così erano chiamati; però
va rilevato che nel Cinque/Seicento erano chiamati Furgoti, con una T sola.
Quello era il vero cognome originario.
Anche la pietra murata riporta il nome di Furgoti con una T sola, e la data
è quella del 1631. Il mio precedente riferimento all’anno 1629
è relativo allo strumento notarile, e in tale documento il notaio trascrive
Furgotti con due T.
In ogni caso Furgoti ma non Furogotti.
Un piccolo inciso a riguardo di un altro cognome a cui è intitolata la
piazza di Prato Vecchio: Piazza Placido.
Il vero cognome della famiglia è sempre stato Placito e non Placido.
Può tornare utile quando cambieranno le targhette delle due piazze la
prossima volta.
Veniamo ora brevemente all’oratorio di San Carlo. (29)
Esso venne fatto costruire con documento notarile del 1631 dai fratelli Carlo
e Giacomo Genesi, anche se va detto che negli atti visionati per la costruzione
si parla del solo Carlo.
Ascoltate bene questo passo perché è importante anche per alcune
spiegazioni successive:
“Carlo Genesio del luogo di Prato, sì per devotione come anco per
maggior commodità del popolo del detto luogo, stando che la chiesa parrocchiale
si trova in campagna dove nelle gran piogge per causa d’un torrente, che
è tra mezzo della chiesa, et detto luogo, ò non si può
andare a piedi, ò con molta difficoltà. Pertanto desidererebbe
di far fare a sue spese un’oratorio, ò sia capella, nel corso di
detto luogo di Prato vicino alla sua casa la quale fosse dedicata in honore
al gloriosissimo S. Carlo”.
Il documento è del 12 dicembre 1631 e come avete sentito è fatto
in nome di Carlo Genesi; però un documento successivo, e cioè
la divisione dei beni dei due fratelli Genesi avvenuta nel 1660 si fa esplicito
riferimento all’oratorio già costruito a spese di entrambe i fratelli.
Quello stesso documento riporta anche l’impegno dei fratelli a costruire
entro poco tempo il campanile, e dotarlo di campana.
A titolo di curiosità posso dire che anche il potente e ricco Carlo Genesi
venne incarcerato a Novara a quanto sembra per debiti non pagati.
(30) Altro luogo da ricordare a Prato Nuovo è l’edificio davanti
alla Banca Popolare di Intra che fu nel corso dell’Ottocento sede municipale,
rimanendo tale fino alla costruzione della nuova e attuale sede.
Tutto l’edificio vicino – (31) l’attuale trattoria Castello
- era nel Sette/Ottocento la casa del curato di Prato prima che costruissero
quella che c’è tuttora.
Come aveva detto anche Carlo Genesi nello strumento per la costruzione dell’oratorio
di San Carlo, la situazione della strada non era in ottimo stato, anche se si
può dire che non fu quella la causa determinante che lo spinse a far
costruire l’oratorio.
Quale fu questa causa determinante non l’ho ancora ben capito, però
non vorrei che ci fosse una relazione con la costituzione effettiva del Monte
di Pietà avvenuto nello stesso anno.
Tuttavia per ciò che concerne la situazione della strada, una parte di
ragione c’era.
Vediamo quindi di spiegare quale era la realtà alla nostra vista trovandoci
appena fuori dell’abitato di Prato Nuovo, ma partendo con la spiegazione
di com’era il torrente Roccia.
(32) Questo, convogliando tutte le acque del Vaglio scendeva come ora nelle
vicinanze della cascina Rinolfi, e poi come ora, fino a dietro la chiesa parrocchiale.
Invece di girare come ora verso la statale, con una leggera curva si spostava
verso la Rocchetta andando a congiungersi con il rio Roggetta di Prato Vecchio.
Entrambi uniti, poi tutto scendeva tra la casa dello Spirito Fenili e quella
del Claudio Brandoni, e passando davanti alla trattoria Castello andava poi
ad immergersi nella roggia Mora.
I più anziani ricorderanno certamente che sul confine tra il campo da
tennis e la proprietà Massarotti esisteva una parte del vecchio alveo,
e noi d’inverno lo usavamo per andare a scivolare sul ghiaccio.
Quello era appunto l’alveo antico che fu poi abbandonato quando nel 1827 venne fatta la modifica che ancora oggi abbiamo, e che vediamo passare vicino
alla tabaccheria della Marzia.
Questo era il corso del torrente, ora vediamo com’era la strada in quello
stesso luogo.
Uscendo da Prato Nuovo proseguiva come adesso verso la parrocchiale e giunti
più o meno nella tabaccheria c’era una diramazione ma la strada
ufficiale per la Valsesia proseguiva come ora fin davanti alla parrocchiale,
poi svoltava a 90 gradi costeggiando il muro di cinta della chiesa dove all’interno
vi era la Via Crucis.
Giunti in fondo al muraglione, esattamente dove ora vi è l’edificio
dell’antico ossario, la strada proseguiva passando tra la casa della Maddalena
e la proprietà del Marco Varalda. Attraversava poi l’attuale statale
che allora non c’era, e al confine tra il municipio e le case del Rivetto
andava a sbucare proprio nei pressi del ponticello che porta all’asilo.
Di lì fiancheggiando la cascina Rinolfi andava poi alla croce.
(33) Se voi guardate, quella vecchia strada c’è ancora adesso quasi
completa.
Non c’era ancora il passaggio attuale che dalla parrocchiale và
verso la croce che verrà fatto nel 1797. Non c’era ancora la traversa
attuale che dal Rossini porta verso il municipio e che verrà fatta solo
nel 1824. Non c’era nessuna casa di via Rivetto.
Però la situazione non era completa perché poco fa ho detto che
c’era una biforcazione più o meno davanti alla tabaccheria.
Questa biforcazione si dirigeva esattamente sul retro della chiesa parrocchiale
e proseguendo in mezzo all’attuale campo di calcio parrocchiale andava
a congiungersi anch’essa nella famosa strada ufficiale che passava come
abbiamo visto tra la casa del Varalda e quella della Maddalena.
(34) Questa biforcazione si vede chiaramente in questo disegno, e non era altro
che l’antica strada per la Valsesia, e può darsi che fosse in uso
prima ancora che costruissero la chiesa. Quello che è certo è
che era già antica nel 1576.
A questo punto, visto il tragitto del torrente roccia e visto quello della strada,
vediamo perché la situazione era molto critica per il passaggio in quella
zona, e che fece dire al Genesi della gran difficoltà di andare alla
chiesa parrocchiale. (35)
A quel tempo l’alveo del torrente non era profondo come ora e le rive
erano a malapena sostenute con qualche sasso, per tanto con un po’ d’acqua
in più, le rive cedevano inondando tutta la zona circostante.
Il punto di rottura documentato e certo, è quello che va dall’attuale
casa della Maddalena a dietro alla chiesa parrocchiale. In questo breve tragitto
l’acqua usciva dal suo alveo naturale invadendo quall’antica strada
per la Valsesia, e tramite essa s’immetteva sulla strada in uso dirigendosi
verso Prato Nuovo.
Per dare un’idea più convincente ed anche abbastanza interessante,
posso far conoscere lo stralcio di un documento del 12 febbraio 1576 quando
la comunità di Prato fece un accordo decennale con Pedro e Bernardo Pantroto
per mantenere pulito e sotto controllo il corso del torrente Roccia in quella
zona.
“Che detto Pedro Pantroto qui presente sia tenuto et obligato, a, sue
proprie spese provedere et serrar, o, far abjustar la parte dove disongnerà
la aqua della rochia quale dessonde fuori dil letto et cavo proprio et camina
apresso lo cavo vicino a la giesa di Santo Bernardo et discende per la strada
publica dinanti a la casa deli de Sessono fino alla Bardazza deli Furgoti et
di Milano Viocha di modi tale che dette aque vadano et restano nel suo proprio
cavo et per esso discendano abassando il cavo et spazandolo dove sarà
di bisongno, far che non possiano più decorrere verso detta strada ma
per il detto cavo antiquo spazato per dieci anni poximi a venir et bona chiusa
la dove salta fuori dil suo cavo detta aqua della detta rochia acciò
non discenda in quello già detto cavo fato per la grande forza delle
aque di essa rochia che passa come sopra per detta strada publica”.
Ed ancora: “cum patto che occorendo che per forza et inondatione de aque
rompesse le chiuse et ripari fati per sostener l’aque nel cavo antiquo
che nel termine de giorni otto ogni volta romperà sia obligato detto
Pedro et Bernardo ne fara aconzare, et mantenerlo conzo fino finiti serano li
detti anni deci”.
Il pagamento per tale impegno era fissato in 40 libre pagabile in due rate,
ed il patto che se i Pantrotti avessero piantato degli alberi lungo il cavo,
fossero rimasti di loro proprietà anche oltre la scadenza del contratto.
E’ un documento questo che già il dottor Papale aveva fatto conoscere
in una conferenza passata.
Solo nel 1796 la situazione migliorò sensibilmente – non solo per
il torrente Roccia, ma anche per tutta la strada come vedremo tra poco.
La relazione fatta in quell’epoca da un senso più preciso della
situazione relativa al passaggio in uscita dalle case:
“il ponte formato sopra un ramo del torrente Roccia oltre l’essere
situato fuori dall’allineamento della strada, non è capace per
il carraggio, e perciò le vetture discender debbono dal ponte molto elevato
in un guado profondo per attraversare il detto ramo il che in occasione di piena
si fa con pericolo perché debbono le vetture risvolgere nello stesso
tempo che discendono”.
La relazione prosegue dicendo che oltre al ponte, la strada è per metà
occupata dal torrente, e “soverchiata da esso, ed anche compresa, fino
a che riesce molto angusta”.
Per la verità non si capisce molto bene com’era messo questo ponte
e si presume che sia stato fuori dall’allineamento della strada perchè
costruito molto tempo prima in funzione di una curva diversa dell’alveo
della roccia.
In ogni caso dopo tanti secoli venne fatto un lavoro decente.
Sempre in quell’anno 1796 oltre al ripristino della zona appena citata,
venne svolto un altro grande lavoro nella strada chiamata in quel tempo, Reale.
Oltre a rialzare la strada fecero il nuovo tronco che dalla parrocchiale portava
direttamente alla Croce e verso Grignasco, con uno sbancamento di non poco conto.
Anche adesso si può notare ciò che venne fatto come riempimento
della strada, e i più anziani lo ricordano perfettamente. (36) Infatti
tutta la zona alla sinistra della strada dove c’è la nuova piazza
e l’ufficio postale, ed ancora più giù verso la circonvallazione,
la natura del terreno era sottostante di quasi due metri rispetto al piano stradale.
In quell’epoca lontana non esisteva quel gran dislivello e il rialzamento
stradale fu dovuto a materiale in eccedenza preso dalle rive presenti superiormente.
(37) Vorrei ricordare anche che esisteva la strada di comunicazione che dalla
cascina Rinolfi portava a San Sebastiano e che passava esattamente sul retro
dell’attuale municipio proseguendo poi – ed esiste tuttora –
tra la casa del dottor Bargeri ed il giardino del Benito.
Tutto quel pezzo di strada era fiancheggiato da una riva a settentrione alta
un paio di metri.
Le strade oltre ad essere in terra battuta erano anche molto strette, con l’abitudine
da parte di tutti di accumulare mucchi di canapa o di meligazze per giorni prima
di portarle via, ed inoltre con l’altrettanta pessima abitudine per tutti,
di buttare in mezzo ad essa, mucchi di sassi raccolti dai loro campi.
Ci sono delle relazioni svolte con delle proteste marcate da parte dei commercianti
di passaggio che si trovavano in difficoltà, non solo a Prato ma ovunque.
Con le nuove regole di fine Settecento, la larghezza minima per la strada principale
venne definita in 7 metri e 40 centimetri.
La costruzione doveva essere a “schiena di mulo” per permettere
un regolare deflusso delle acque nei fossi; ed ogni 5 metri e 70 centimetri
doveva essere posato un paracarro che doveva avanzare fuori dal terreno per
almeno 16 centimetri.
Continuando il viaggio si va verso Prato Vecchio, e qui non c’è
molto da dire.
(38) Gli unici edifici interessanti dal punto di vista comunitario erano l’oratorio
della Beata Vergine della Quercia fatto costruire da Giacomo Viocca nel 1646;
un altro dei pratesi espatriati insieme al Furogotti in quei primi anni del
Seicento, e che fu certamente suggestionato dal miracolo della Madonna della
Quercia di Viterbo, e forse salvato da una pestilenza o qualcosa di simile.
Voglio ricordare che il Viocca abitava a Viterbo ed era legato da vincolo di
parentela con il Furogotti. La stessa moglie di Bartolomeo Furogotti: Vittoria
De Sanctis era viterbese, e sarebbe interessante capire quali furono i motivi
iniziali che spinsero i nostri concittadini ad espatriare e quali furono le
loro tappe.
Non solo per il Viocca e il Furgotti, ma anche per gli altri pratesi che emigrarono
a Roma, quali per esempio i Ferri, i Sesone, i Barberi, di cui uno di loro prese
i voti. Come pure un altro sacerdote più avanti nel tempo: Francesco
Terribile.
(39) Davanti alla chiesa, ed esattamente nel luogo ove ora c’è
un piccolo parcheggio vi era il forno di Prato Vecchio che a quell’epoca
– dopo essere stato venduto al nobile Mostini di Romagnano – era
dato in gestione a gente comune.
La via invece verso l’attuale asilo era piuttosto deserta di case ed imboccandola
si giungeva al torchio di Prato Vecchio di proprietà anch’esso
della Carità di Santo Spirito.
(40) Quell’edificio esiste ancora in parte ed è attualmente il
garage di Livio Sagliaschi.
Nella seconda metà dell’Ottocento la Congregazione di Carità
vendette quel grosso torchio, ed acquistando un successivo pezzo di terra costruì
un nuovo edificio per il torchio.
Anche questo edificio esiste ancora nella sua struttura principale e si trova
all’interno del cortile di Zaninetti.
Era un edificio di un solo piano e conteneva anch’esso come a Prato Nuovo
un torchio da noci ed uno da vino, sempre per uso di coloro che ne erano sprovvisti.
Abbiamo anche le misure di questo torchio che doveva essere identico a quello
di Prato Nuovo, e sono misure ragguardevoli, un po’ d'altronde com’erano
tutti i torchi delle comunità circostanti.
(41) Era un torchio credo a leva, sorretto da due travi in noce lunghe 11 metri
e 35 centimetri, mentre la trave di schiacciamento, anch’essa in noce,
era lunga 9 metri e 80 centimetri; la sezione media della trave variava da 55
a 65 centimetri. La vite infine, anch’essa in legno, era alta 5 metri.
Proseguendo verso Cavallirio rimane poco da dire.
Nel Sei/Settecento non esistevano altre case al di fuori della cascina Morca.
Per tutto il Settecento la cascina è segnalata di proprietà del
conte Gibellini.
(42) Prima però di arrivare a quella, ed esattamente nei prati dove s'imbocca
la strada della cascina, si sa che per molti anni funzionò una delle
fornaci di Prato, ed era una fornace a due bocche di cottura, mentre le altre
erano a Baragiotta.
Probabilmente anche in quel luogo il terreno sottostante e nelle vicinanze era
adatto a quella produzione. Il sito è segnalato sulla mappa “Teresiana”
e quindi significa che tale fornace era già esistente prima della sua
stesura avvenuta nel 1723.
(43) Nella cascina invece è segnalata nel Settecento e fino ai primi
anni dell’Ottocento, una conceria.
Trovasi quivi, e nel comune di Prato una sola concia ossia fabbrica.
Che vi si conciano pelli di vitello e vacchetta, in secio e non in altro modo.
Che si lavorano circa cento pelli all’anno, poiché la fabbrica
non è molto avviata.
Che la manifattura non è migliorata dall’epoca di anni cinquanta
in adietro.
Che lo smercio si fa nell’interno del Dipartimento, e ai paesi circonvicini,
ad uso di scarpe e stivali.
La relazione è del 1804.
Anche per il recupero delle pelli si stilavano dai notai dei contratti ben precisi
e vincolanti.
A titolo di esempio ve ne leggo uno del 17 ottobre 1615:
Che detto Giovanni Antonio Marola sia obligato come di presente si obliga vender
tutte le pelli delle bestie grosse qual lui amazzerà, ò farà
amazar qua in Romagnano di qui al primo di quaressima prossima che viene al
detto Giuseppe per prezzo di soldi nove e mezzo per libra, et darli di buon
peso una libra per ogni pelle, senza nervi.
Che detto Giuseppe sia obligato dar e pagar in contanti di presente al detto
Marola per scorta et à bon conto lire cento, quali sia obligato compensar
sopra il prezzo di dette pelli dal mercato di Natale fin al mercato di carnevale
prossimo et se occorra darli qualche pelle avanti il tempo sia obligato detto
Giuseppe pagarli al detto Marola di volta in volta al prezzo sudetto, il tutto
a moneta corrente et (finchè) il tempo finisse di pagar tutta la somma
che resterà debitore di dette pelli.
C’erano molti metodi per la lavorazione delle pelli a seconda che fossero
pelli di vacca come in questo caso, o pelli di camosso, capra, montone.
Uno dei modi più comuni consisteva nell’immergere le pelli in vasche
piene d’acqua miscelata a calce. Questo trattamento ripetuto più
volte permetteva alla pelle di perdere il pelo, diventando anche bianche.
Messe su di un cavalletto e fregate con delle pietre venivano a perdere il pelo
rimasto.
Un nuovo metodo d’inizio Ottocento consisteva poi in un altro bagno d’acqua
miscelata a sterco di piccione. Non saprei dire però con quale scopo.
Quindi le pelli passavano poi alla conceria che consisteva nell’immersione
in altre vasche che contenevano il concino chiamato anche rusca.
Questo non era altro che la corteccia spezzettata d’alberi, quali l’olmo,
la quercia, il rovere, e lasciati macerare in acqua.
Lasciate in infusione per più giorni, l’operazione era ripetuta
più volte, affinchè s’impregnassero bene prendendo anche
il colorito rossastro.
Dopo l’asciugatura s’ammorbidivano ingrassandole con olio di pesce
mescolato ad un tipo di grasso animale.
L’ultima operazione consisteva nel fregare le pelli con un non meglio
precisato fango di vetro che aveva lo scopo di dare lucentezza.
Dalla Morca poi la strada continuava verso Cavallirio passando attraverso la Carata, perché l’attuale passaggio fu fatto nell’Ottocento.
Anche per quanto riguarda la frazione di Baragiotta rimane poco da dire salvo
il forno che è già segnalato nel Seicento, e le fornaci anche
queste molto antiche.
Esisteva un torchio da vino di proprietà anch’esso della Carità
di Santo Spirito però al momento è impossibile dire dove fosse
situato, salvo nel dire che era vicino al forno.
(44) Va ricordato che le fornaci non erano situate nei luoghi dove noi le abbiamo
viste fino ad alcuni anni fa. Il loro sito cambiò più volte in
funzione della quantità di terra a disposizione sotto la collina del
Colmetto.
Si sa per certo che vi fu fornace nei prati davanti alla frazione. Altra nei
prati di San Desiderio proprio davanti alla ex porcilaia. Altra infine nella cascina De Vecchi che originariamente era di proprietà credo dei Tornielli, passata poi ad Angelo Legnano marito di Adriana Tornielli, ed in seguito al
nobile Filippo Mostini di Romagnano. (45)
Si è trovata un’interessante convenzione a tre soggetti per questo
particolare lavoro di fornasaro, e porta la data del 26 maggio 1612.
Giacomino Genesi e Francesco Trincheri erano gli acquirenti di tegole e mattoni.
Obecino del Pero era il proprietario, o comunque il gestore della fornace.
Giovanni Domenico de Ghirlanda e Dionisio de Paulis entrambi di Lugano erano
gli specialisti fornasari.
(46) che detti Giò Domenico et Dionisio fornasari siano obligati far
vinti due milliara di pietre cioè matoni da pignoni, et coppi nove milliara
che siano numerati crudi nelli terreni di Prato presso la cassina del signor
Angelo Legnano è più farli cuocer, et far che siano ben cotti
et robba mercantesca, et questo in termine di mesi tre non compreso il presente
prossimi a venire.
Che detto Obecino sia obligato mantinir tutta la ligna et sabbia et terra e
acqua farà bisogno per far detta robba et darli cassina et paglia per
tenerla coperta, farli spese cibarie alli sudetti mentre si cuocerà detta
robba et dar agiutanti per far interar et metter nella fornace detta robba,
et anco sia obligato dar tutti li utensilj farà bisogno per tal effetto.
Che detti Jacomino e messer Francesco siano obligati pagar alli detti fornasari
in raggione di lire cinque il milliaro così delle prede come de coppi
di mano in mano che andarano facendoli dette prede e coppi, et oltre di questo
darli doi brente e mezza di vino in tutto.
Che occorendo che detti Obecino lasciasse mancar la legna farà bisogno
per detta opera possino detti Ginesi e Francesco pigliar tanta robba della fornace
in pagamento.
Che ocorendo che il pignoni cascasse per difetto di essi fornasari overo del
detto Obicino siano obligati pagar la robba che sarà andata in malhora
conforme al principio ordinario.
Che deti Ginesi e Trincheri siano obligati per la mittà a far far il
cavo et infornasar et sfornasar la robba a tempi debiti a loro spese, et l’altra
mittà sia tenuto detto Obecino qual farà ancor l’ora tutta
a sue spese.
Che detto Obecino per suo pagamento habbia la mittà di dette prede et
coppi dopo saranno cotti.
Seguendo poi la stretta strada si giungeva alla Cà di Spagna.
Nel 1723 la cascina è segnalata di proprietà del nobile Mostino,
mentre nel 1769 i proprietari risultano i Sagliaschi.
Cà Bianca con una cascina dei D’Adda, ed un’altra di Parnati venduta quest’ultima poi a Carlo Genesi.
Segnalo infine le altre cascine del conte Gibellini.
Oltre alla Morca già citata, c’era la cascina del Tognone che sarebbe
quella davanti alla Inning, la cascina S. Michele, Cappadino, Guardasole, Massara, ed infine un’ultima nella frazione di Baragiotta, per un totale di 7 cascine
Dopo questa visione panoramica dell’ambiente di Prato visto nelle delle
sue strutture principali, vediamo brevemente lo stesso ambiente nell’ottica
del lavoro ed essenzialmente delle sue colture agricole.
Per vedere e capire tutto questo useremo la mappa Teresiana del 1723. (47)
Visto che ho già in precedenza usato questo termine di mappa Teresiana,
vorrei precisare che tale nome deriva da Maria Teresa d’Austria, ma per
la mappa è anche un nome improprio, usato solo per definire il periodo
di dominazione austriaca iniziato nel 1703 e conclusosi nel 1733 quando passammo
sotto il Piemonte dei Savoia.
Improprio perché nel 1723 Maria Teresa non governava ancora e aveva solo
cinque anni.
Tale catasto misurato e disegnato con un immane lavoro in ogni paese dello stato,
rimase poi per varie vicende, inattivo per cinquant’anni finchè
lo ripresero in mano i Savoia con lo scopo di riformare tutto il sistema fiscale.
A loro bastò compiere gli aggiornamenti avvenuti in quel periodo di tempo,
e così nel 1776 entrò effettivamente in funzione.
Nel 1723 non fu solo disegnato il territorio di Prato, ma venne anche compilato
il Sommarione.
Questo è un elenco contenente i nomi di tutti i proprietari, con il numero
del mappale, e conseguente tipo di coltivazione.
Un altro Sommarione con gli aggiornamenti venne compilato 50 anni dopo dai Savoia,
rendendo così facile per noi ora la comparazione.
Vorrei precisare che quello del 1723 non è il documento più antico
riguardo il territorio e le sue coltivazioni, ma è certamente il più
chiaro e facile da spiegare perché accompagnato dalla mappa stessa.
Il territorio completo risulta essere esteso per quasi 18.000 pertiche milanesi
ed è suddiviso in quell’anno 1723, in 2612 appezzamenti.
Nel 1770 – 50 anni dopo la stesura della “Teresiana” - gli
appezzamenti erano già passati da 2612 a 2776 con però un aumento
dei proprietari fino al numero di 3160 per causa di molti appezzamenti risultanti
ancora indivisi.
Tali appezzamenti aumentarono ancora sensibilmente a cavallo dell’Ottocento
per via della zona del Vaglio di cui spiegherò.
A titolo di curiosità posso dire che attualmente il territorio di Prato
è suddiviso in 10.891 particelle, che però comparativamente non
significano appezzamenti.
Qualè stata la causa di questo sensibile aumento degli appezzamenti pur
mantenendo sostanzialmente ferma la superficie totale?
In parte ciò era dovuto ai frazionamenti ereditari, ma la quasi totalità
fu dovuta al fenomeno delle usurpazioni.
Cosa significa usurpare?
Significa appropriarsi di cose d’altri.
Detto volgarmente significa rubare. E sappiamo tutti che non è una cosa
buona, tuttavia questo ladrocinio collettivo fu un fenomeno molto importante
sotto il profilo storico perchè ha coinvolto un po’ tutti, anche
se principalmente i ricchi e i benestanti.
Incominciava uno ad allargarsi gradualmente coltivando pezzi di territorio di
proprietà del comune, e tutti gli altri lo imitavano.
Metro dopo metro ci si è trovati ad un aumento sensibile degli appezzamenti
a vantaggio dei singoli ed a svantaggio della comunità.
Con gli occhi e la mente di adesso ci si chiederà come ciò sia
potuto accadere, e la risposta è molto semplice perché dietro
alle più grosse usurpazioni c’erano i ricchi e i nobili; e chi
si permetteva di toccarli!
Certo non andavano loro a disboscare e a roncare un pezzo di selva, ma avevano
la possibilità di mandarvi dieci lavoranti. Il poveraccio invece, aveva
già il suo daffare coltivando il proprio fondo.
Aveva poco tempo per dedicarsi ad altro, ed inoltre aveva anche paura di farlo.
Vorrei precisare a questo proposito che tali usurpazioni non erano incominciate
nel Settecento ma duecento anni prima, ed in modo molto graduale. Di tanto in
tanto la situazione veniva sanata con il pagamento da parte dell’usurpatore
di una tassa.
Sempre sotto l’ottica storica va anche detto che ai fini economici le
usurpazioni, se da un lato favorirono di più i benestanti, dall’altro
portarono non pochi benefici poichè – vista la staticità
dei tempi – allargarono sensibilmente le superfici coltivate contribuendo
così all’avanzare del progresso.
La vicenda dell’area del Vaglio e Traversagna è molto significativa
per comprendere come si svilupparono gli eventi usurpativi.
Nel 1770 rimanevano al comune in quella zona oltre 3700 pertiche di bosco. Tradotto
significa oltre 2.400.000 metri quadrati.
Di fronte alle continue usurpazioni e considerato che mantenendo in gestione
diretta un così ampio territorio boschivo non avrebbe permesso un oculato
sfruttamento, (questa era la scusante) il comune nell’anno 1800 provvide
ad una assegnazione di boschi distribuendoli alle famiglie residenti a Prato,
in ragione di una pertica per ogni persona facente parte del nucleo famigliare.
Questo avvenne dietro pagamento – come affitto dodecennale – di
5 soldi l’anno per ogni pertica.
In quella assegnazione gratuita furono coinvolte 233 famiglie con la distribuzione
di 872 pertiche di bosco.
Questa regalo di carattere egualitario non avvenne solo a Prato ma anche in
altri luoghi come ad esempio Grignasco.
Era una scelta politica certamente influenzata dal momento che si stava vivendo,
che era quello della Repubblica giacobina.
Tra distribuzione egualitaria, usurpazioni, e affitti fittizi – secondo
una relazione del 1806 – rimanevano al comune in quell’anno in gestione
diretta solo 75 pertiche di bosco.
Però a quel punto si rendeva necessario regolarizzare lo stato di fatto.
Dopo varie vicende lunghe a spiegarsi finalmente nel 1817 venne compilato un
nuovo Sommarione solo per la zona del Vaglio e Traversagna. Da tale Sommarione
risulta che la totale usurpazione fu di 2877 pertiche e furono coinvolti ben
362 individui usurpatori di Prato e forestieri.
E’ curiosa la dichiarazione sottoscritta di proprio pugno sul Sommarione
dal sacerdote Angelo Maria Genesi che una verità di fondo la esprimeva:
Io sottoscrivo, accetto come retro, lodo, approvo, e mi compiaccio dell’opera
degna di tutti gli elogi, perché necessaria in tutte le sue parti, applaudita
da tutti i dotti e da tutta la popolazione; e massime tendente in riparare,
e preservare ogni furto, ogni sorta di contestazioni. Infine efficace rimedio
sì spirituale che temporale.
In cui fede con piena compiacenza mi sottoscrivo.
La verità era che tale situazione incerta sulla proprietà e sui
confini determinava continui bisticci e furti impossibili da denunciare.
Come si poteva denunciare i furti su di un furto?
E così in meno di cent’anni dalla formazione della Teresiana fu
messo a coltura quasi tutto il territorio di Prato. Rimaneva ufficialmente solo
una parte della brughiera della Baraggia.
Quest’incremento produttivo oserei dire eccezionale può essere
visto anche, se si vuole, come un evento naturale corrispondente ai tempi. Una
risposta naturale all’evoluzione.
Il lungo periodo di pace e la conseguente fine delle grandi epidemie secentesche
portò con sé l’aumento della popolazione e quindi conseguentemente
la necessità dell’allargamento produttivo, ed in quest’ottica
vanno viste anche determinate scelte politiche di quel tempo.
Ma oltre ai dati sugli appezzamenti che servono a comprendere lo sviluppo della
proprietà privata, mi sembra utile dare altri dati relativi invece all’allargamento
dell’estensione coltivata.
Su circa 18.000 pertiche di territorio - nel 1723 - 4.000 pertiche erano coltivate
ad aratorio. 80 anni dopo – nel 1807 – erano diventate 6.000 pertiche.
Le vigne invece da 807 pertiche nel 1723, erano diventate 3.000 pertiche nel
1807.
La coltivazione prativa da 2.500 pertiche salì a 2.800.
Ma com’era coltivato questo territorio nel 1723?
Questo si può vedere direttamente ed in modo chiaro sulla “Teresiana”.
Tutta la fascia centrale del territorio in direzione di Grignasco risulta coltivata
ad aratorio.
Quella ai lati dell’aratorio, sia verso il Sesia, sia verso il Colmetto
è tutta prativa.
Tutta la zona del Vaglio e Traversagna è boschiva, con però già
evidenti i segni delle usurpazioni di quel momento con conseguente trasformazione
del bosco prima in ronco, e poi in vigneto.
La zona della Baraggia è completamente incolta e infruttifera.
Infine la zona del Sopramonte che è tutta coltivata a vigneto.
Le colture dell’aratorio erano prevalentemente di granaglie.
Grani grossi e grani minuti: quindi meliga, melighetta, piccole percentuali
d’avena, miglio e segale.
Poco anche il frumento, usualmente riservato alle famiglie benestanti, perché
con quello si faceva il pane bianco. Riservato a loro non perché era
proibito coltivarlo, ma solo perché al povero rendeva di più fare
granturco ed altro.
Oltre alle granaglie, sempre nei terreni aratori si coltivava canapa, fagioli
in gran quantità, fave e tartuffole, com’erano chiamate le comuni
patate, ma queste solo verso la fine del Settecento, ricordando anche che non
erano conosciute come alimento umano, ma soprattutto come cibo per gli animali.
La seconda coltura importante era il vigneto, e la sua coltivazione incominciò
dalla zona più comoda e accessibile che era quella che partiva dai confini
con Romagnano e saliva al Sopramonte.
Vorrei ricordare che durante quel tempo anche la zona sottostante alle mura
del castello era coltivata a vigneto, e questo durò fino a tutto l’Ottocento,
così com’era in parte coltivata a vigneto la zona del gabbio di
Sesia.
Nel corso del Settecento in concomitanza con l’aumento delle usurpazioni
questa coltura aumentò sensibilmente in Traversagna e Vaglio raggiungendo
il suo apice nell’Ottocento.
Sul finire del Settecento, e nell’Ottocento soprattutto, questa coltivazione
si estese alla Baraggia.
Questa zona seppur meno interessante dal punto di vista qualitativo fu l’ultima
ad essere abbandonata più che altro per la facile accessibilità
del luogo.
Altra importante coltura era quella prativa.
Importante per quelli che erano i proprietari dei fondi perché il prato
dava foraggio agli animali durante l’estate, e permetteva di accumularne
altrettanto per l’inverno.
In epoca più antica buona parte di questi territori erano ad uso comune,
e pertanto si può immaginare le carenze di cibo per l’animale durante
i mesi invernali. Animali che erano costretti a mangiare stroppie ed erbacce
con influenze negative sulla qualità del letame, e di riflesso sulle
produzioni dell’anno successivo.
I prati migliori erano quelli situati nella parte verso il Sesia.
Migliori per la qualità della terra, e migliori perché erano quasi
tutti “adacquatorj”, cioè irrigati tramite chiuse d’acqua
proveniente dalla Mologna e dal fiume.
Negli archivi si trovano anche documenti relativi alle convenzioni tra i singoli
proprietari sull’utilizzo di quelle acque, in cui vengono stabilite le
ore a disposizione di ogni singolo proprietario per l’irrigazione.
da vesper della domenica sino al martedì al vesper per uso delli prati
de Carolo Placito et Jacomino Penno, dal martedì, a vesper sino al giobbia
seguente, a simile hora per uso delli prati di Bartolomeo de Ferro et di Bartolomeo
de Furgoto. Dalli vesper di venerdì al vesper della domenica per uso
delli prati di messer Gioanne Aglieto et di Giò Antonio Titone poi sucessivamente
per uso del prato di Antonino et fratelli de Sesono a la volontà dell’altri.
Cun patto che trovandosi alcuno di essi a rubar l’aqua li detti giorni
assignati ad altri per uso de soj prati o sia consentirla per uso suo incorra
in la pena de uno scuto per caduna volta robbata detta aqua.
Questa convenzione è del 1571.
I terreni prativi di quella zona avevano alti valori commerciali rispetto anche
a tanti terreni aratori.
I prati della zona verso Baragiotta, o meglio nella zona chiamata Carogna erano
di più basso valore a causa della qualità del terreno compatto
che tendeva a ristagnare.
Ricordo che nell’Ottocento furono impiantate delle risaie in quella zona,
e smesse in seguito a forti proteste perché il ristagno portava malattie.
Non è escluso che tale coltivazione sia stata provata anche nel Sei/Settecento
perchè si sono trovati documenti con il toponimo alla risara.
Nel 1713 – solo per fare un esempio – le migliori vigne ed i prati
adacquatori si vendevano a 160 lire il moggio, l’aratorio a 120 lire il
moggio, ed il prato normale in Carogna a 30 lire il moggio.
Un moggio equivaleva a 3066 metri quadrati.
Ma è giusto ricordare ancora che il prato era importante perché
in esso trovava posto la coltivazione del gelso e quella dell’avitato.
Mentre le piante di noci si trovavano indistintamente nei prati come negli aratori.
Rispetto a tutti i paesi del circondario – secondo le statistiche produttive
pervenute – Prato era il luogo di maggior produzione di noci, e non a
caso sul finire dell’Ottocento era chiamato anche “il paese delle
noci”.
Infine i boschi.
Già si è detto a proposito del Vaglio e Traversagna, posso solo
aggiungere che dal 1770 al 1815 solo in quella zona vennero impiantati 100 nuovi
appezzamenti di vigneto
Sempre a titolo di curiosità posso dire che a prima vista, ai fini della
coltura della vite, non ci sarebbero dovuto essere dei problemi con i boschi
viste le grandi estensioni di selve a disposizione sul territorio. Non è
del tutto vero.
Nelle documentazioni sembrano esserci preoccupazioni di non poco conto sulla
riserva di legname, perché le continue estensioni dei vigneti presupponevano
enormi quantità di pali di sostegno della vite.
Infatti era opinione corrente che la vigna veniva bene se era sorretta da pali
giovani, in genere di tre anni, e comunque non oltre i sette anni d’età.
Una relazione precisa che “le viti si coltivano, ossia sostengono quivi,
con paletti d’anni tre, e non più, mentre l’esperienza insegnò
che il paletto deve per la prosperità della vite, essere pieghevole e
cedere al naturale incremento di quella”.
Come si può notare non tutto ciò che è vecchio e antico,
è giusto. Guai se le persone di quel tempo vedessero i paletti di cemento
che ci sono ora!
In ogni caso con questo sistema che durò fino all’Ottocento inoltrato
si può immaginare com’erano ridotti quei boschi.
Non solo, ma la preoccupazione nella nostra zona era anche determinata dalle
fornaci. Non solo quelle di Prato ma anche di Maggiora che consumavano “30.000
some di legna, portando la penuria nei vicini comuni e nei territori di Prato,
Romagnano e Borgomanero”.
Dopo quest’esposizione sulle colture presenti sul territorio, è
doveroso fare una considerazione.
Analizzando tutti i dati a disposizione relativi all’inizio dell’Ottocento,
(ma comparativamente vale anche per il periodo precedente), si comprende che
i proprietari di terra a Prato erano circa 300.
Le famiglie pratesi erano 250, di cui 50 di esse nullatenenti. Molti dei quali
erano i probabili affittuari di beni d’altri.
I capi di bestiame erano circa 290.
Si presume pertanto, che al di fuori dei grandi proprietari che possedevano
più capi di bestiame, la maggioranza delle famiglie pratesi possedeva
un solo capo di bestiame, e tre o quattro appezzamenti di terra di non grandi
dimensioni.
Una simile situazione, se da un lato poteva considerarsi positiva in quanto
il frazionamento del territorio permetteva a tutti di avere una proprietà,
seppur piccola; dall’altro impediva uno sfruttamento razionale della terra
basato sopratutto sulla rotazione delle colture.
In questa situazione la razionalità del contadino di quell’epoca,
era già la migliore che potesse avere perché egli doveva essere
in grado con pochissima terra a disposizione di sfamare tutta la sua numerosa
famiglia per l’intero anno.
E doveva pensare di tenere in vita anche la sua vacca perché gli era
indispensabile.
Un ultimo aspetto, e finisco, relativo al territorio, al bosco
e alla brughiera in particolare.
E relativo anche all’aspetto umano di quel tempo lontano, perché
vedete, quando si parla o si racconta di storia lontana, il linguaggio e l’esposizione
dei fatti è necessariamente freddo e burocratico, dimenticandosi troppe
volte che dietro a quei fatti ed eventi c’erano delle persone.
Persone comuni che avevano le loro convinzioni, le loro debolezze, le loro preoccupazioni.
Vorrei ricordare che in quelle epoche così lontane il sistema di vita
era così diverso che è altrettanto difficile per noi comprenderlo
appieno.
Per loro era naturale confrontarsi e convivere ogni giorno con la vita e la
morte, e la morte avveniva molto più frequentemente che non adesso.
Loro soffrivano e convivevano quasi giornalmente con le invasioni di eserciti
che uccidevano, violentavano e depredavano.
Loro convivevano giornalmente con malattie inimmaginabili per noi, quali la
peste, il tifo, la febbre gialla e altre.
Convivevano giornalmente con la fame determinata dalle sciagure del tempo inclemente,
e dove d’inverno se non intervenivano le Congregazioni caritative, erano
costretti a mangiare radici e ghiande.
Loro convivevano giornalmente con il timore di morti traumatiche causate anche
da animali ora scomparsi nelle nostre zone, perché per tutto il Settecento
nei boschi del Vaglio e della Baraggia vi erano ancora non pochi lupi che si
aggiravano e che attaccavano, quando erano affamati, naturalmente.
Ancora nel 1812 si svolsero battute di caccia contro i lupi sui territori di
Prato, Romagnano Ghemme.
Ebbene condividevano con la morte ogni istante della loro vita, ma ciò
che li sorreggeva in ogni momento contro queste avversità, era la profonda
convinzione che le loro sofferenze sarebbero state certamente ripagate oltre
la vita terrena.
La loro vita, se vista con gli occhi di adesso, era una continua tragedia, ma
sono altrettanto convinto che sapevano anche morire, perché, pur nella
loro ignoranza, a differenza di ora, avevano capito che era nell’ordine
naturale delle cose.
Non c’è come leggere i loro testamenti per comprendere che era
così.
Strutture pubbliche e vita comune
a Prato dal sec. XVI° al sec. XIX° - 24 settembre 2004
Nell’incontro che abbiamo avuto nel mese di aprile mi sono soffermato
sull’ambiente esteriore di Prato nell’ottica di una visione diretta
del luogo e di quella del suo territorio in funzione anche del suo sfruttamento.
Ora con quest'incontro vediamo d’approfondire invece – sempre riferendoci
al periodo che va dal 1500 al 1800 – il funzionamento di questa comunità.
Il funzionamento della comunità di Prata!
E’ questo il nome che si usava scrivere spesse volte nei documenti Cinquecenteschi
e precedenti, e che stava a significare tutto il territorio unito senza alcuna
distinzione.
Prato Vecchio, Prato Nuovo e le Cascine.
Prata è un nome che può intendersi come il plurale di Pratum.
Nel Seicento il nome di Prata quasi scompare e i documenti riportano Terre Prate.
Ma se Prata nel Cinquecento sta a significare tutto l’insieme del territorio,
vi sono anche le dizioni dei singoli luoghi quali le Capsine o Cassine, Prata
Inferioris (Prato Nuovo), e Prata Veteris, o Prataveggia o Praveggia (Prato
Vecchio).
Nel Cinquecento i toponimi paesani erano essenzialmente questi.
Prata Veteris c’era, ma non Prato Nuovo che a quel tempo era chiamato
Prata Inferioris.
Mi sono sempre chiesto come mai ad un certo punto della storia si decise di
cambiare Prata Inferioris in Prato Nuovo, e per quale motivo.
Avanzo un’ipotesi che grazie alle recenti ricerche può essere considerata
altamente probabile.
Il 9 febbraio 1570 si verificò il più grave incendio documentato
che la terra di Prato ricordi.
In quell’occasione prese fuoco il camino di un’abitazione intorno
a mezzogiorno.
Il destino volle che proprio quel giorno vi fosse un incredibile vento e in
un attimo l’incendio si propagò ovunque distruggendo in poche ore
ben 31 case sia esternamente che internamente, con tutti li mobili dice il documento,
nonostante che la maggior parte delle case fossero coperte di coppi.
Nel colossale incendio morirono anche due donne.
Conosciamo questi dettagli perché vi fu una supplica della comunità
al Senato di Milano per essere agevolati nel pagamento dei carichi fiscali.
Non conosciamo ancora la vera entità delle 31 case in rapporto alle case
totali di Prato. Il documento precisa però che l’incendio l’abruggiò
quasi tutta.
Lo stesso documento non precisa se l’incendio interessò la zona
di Prata Veteris o quella di Prata Inferioris verso Romagnano.
L’ipotesi è quindi verso quest’ultima, ed il nome Prato Nuovo
starebbe a significare la ricostruzione ex.novo di una parte del paese.
Non è che il giorno dopo l’incendio venne immediatamente coniato
questo nuovo nome. Ci volle del tempo, come ci volle qualcuno che con un po’
di fantasia inventasse l’alternativa per Prata Inferioris.
Il primo documento trovato risale al 17 marzo 1591 rogato dal notaio milanese
Carlo Besustius in occasione dell’accordo per il pagamento della tassa
dell’imbottato dovuta al nuovo feudatario Serbelloni.
In quell’occasione il notaio elencando i nominativi dei presenti precisa
che sono homnes habitantes in terra Prate veteris, et nove et capsina.
Prato vecchio quindi, Prato Nuovo e cascine.
La conferma viene da un altro documento del 14 febbraio 1613 quando il notaio
Giuseppe Mantillari identifica la casa di Francesco De Placito in terra Prati
Nove.
Lo stesso notaio il mese successivo in un altro documento precisa che la casa
in questione è posta nella terra di Prata giovine.
Non più quindi Prata Inferioris ma Prata nova o giovine.
Va da se che l’ipotesi suggerita può essere considerata a questo
punto altamente realistica.
Ma com’era regolato questo territorio e questa comunità
di Prata anche in rapporto a quella di Romagnano così vicina in tutto?
Innanzitutto va detto con chiarezza che fino a questo momento non si conosce
esattamente quali fossero i rapporti e gli eventuali vincoli tra le comunità
di Prato, Romagnano e Sopramonte durante l’età medievale, perché
a quanto sembra questi luoghi dovevano essere uniti secondo alcune testimonianze.
Il Dionisotti nei suoi scritti racconta che ancora nel 1492 sebbene unito a
Romagnano, aveva consoli distinti per la sua amministrazione.
Ho l’impressione che anche il Dionisotti sia stato tratto in inganno perché
basa la sua affermazione sulla Sentenza arbitramentale del 5 dicembre 1492 sulle
ragioni delle acque.
La sentenza era stata emessa in seguito alle discussioni sui confini determinati
dal fiume Sesia, tra Gattinara, facente parte della Savoia, e Romagnano Prato
e Sopramonte, facenti parte dello Stato di Milano.
Tali discussioni non entravano nel dettaglio sui confini dei singoli paesi,
ma di paesi facenti parte di uno stato, ed altri di altro stato, con il fiume
Sesia ed il suo alveo in linea di confine e continuamente contestato.
In quell’occasione oltre all’esservi i rappresentanti di Prato nelle
persone di Milanum de Rubeus, Stephnanum de Ferrarys e Guidetu de Vyoca, c’era
anche Giovanni Pietro de Cestono che era Sindacos et Procuratores di Sopramonte.
Il Dionisotti non è però il solo che parla dell’unione tra
i due comuni.
Un documento del 1723 ritrovato a Milano riferisce testualmente: Si è
che questo comune anticamente fosse unito a Romagnano.
Non solo, ma molti altri documenti della seconda metà del Cinquecento
relativi ai confini tra Prato e Grignasco parlano espressamente delle comunità
di Romagnano et Prato contro Grignasco.
Tutto questo potrebbe far supporre di una unione tra le due comunità.
In realtà questa unione tra i due paesi era solo determinata dal fatto
che Romagnano era in quel tempo cointeressata a Prato perché molti dei
terreni di questo territorio erano di proprietà di romagnanesi, enti
religiosi, nobili e facoltosi.
Voglio ricordare che a fine Cinquecento solo l’hospitale di Romagnano
era proprietario di oltre cento appezzamenti in territorio pratese.
Vi sono però molte ragioni che vanno contro quelle ipotesi di unione,
almeno in quei secoli.
Nel 1562 in una relazione sui mulini di Romagnano vi è un passo che dice:
e da laltra banda gli è il confine de Prato.
Quando a metà del Cinquecento venne formulato il primo catasto dello
Stato di Milano, chiamato Bergamino, Prato aveva i suoi confini distinti da
quelli di Romagnano.
Ritornando indietro nel tempo, quando il 20 marzo 1470 gli Sforza investirono
il feudo alla famiglia Romagnano si fa esplicito riferimento alle terras et
loco Romagnani Supramontis, et Prate ma non Grignasco con le sue pertinenze
di Ara e Colma.
Anche questo passo è importante perché si parla chiaramente di
Grignasco con le sue pertinenze di Ara e Colma.
Se Prato fosse stato unito in quell’epoca a Romagnano si sarebbe parlato
quantomeno di pertinenze. Invece sono descritte le terre e i luoghi di Romagnano,
Sopramonte, e Prato.
Non solo, ma è lo stesso Dionisotti a descrivere l’infeudazione
ai Romagnano da parte di Filippo Maria Visconti in data 20 giugno 1441 dove
si descrivono le stesse terre con però in questo caso anche Grignasco
con le sue pertinenze di Colma e Ara.
Quindi Prato con i suoi confini certi almeno a partire dal 1441, e consoli distinti
per la sua comunità e per la comunità di Sopramonte.
E questi consoli distinti l’amministrazione li ha sempre avuti fin dal
tempo del primo documento conosciuto de villa de Supramonte et de Prada, come
ci ha fatto conoscere l’ing. Ferretti precisando che a quel tempo –
si era nell’anno 1198 – un certo Jacobo Levo era console di Sopramonte.
Quindi in quell’anno 1198 esistevano già i villaggi o ville de
Supramonte et de Prada.
A mio avviso in quell’epoca molto lontana la Villa de Prada significava
un luogo unico e non l’insieme del territorio come nel Cinquecento.
Per quanto riguarda invece la Villa de Supramonte sarebbe interessante compiere
un rilevamento lassù, nei pressi del castello, alla ricerca di qualche
avanzo costruttivo.
In circa tre secoli di vita documentata della villa di Supramonte – dal
1198 al 1492 - non potevano essere solo casupole in legno con tetto di paglia,
e qualche avanzo costruttivo si sarebbe dovuto vedere anche senza la necessità
di scavi archeologici.
In caso negativo si potrebbe pensare che la villa de Supramonte non fosse altro
che Prata Inferioris o Prata Veteris o Borghetto.
E’ un’ipotesi!
In ogni caso la ricerca continua e sono certo che si arriverà a comprendere
maggiormente l’evoluzione di quei primi secoli di vita della nostra comunità.
Fu comunque dopo la metà del Cinquecento che incominciarono
a delinearsi – per la nostra conoscenza – con maggiore chiarezza
i confini di questa comunità.
Questa, come tutte le comunità, aveva bisogno di regole del vivere civile.
Regole che in linea di massima ci sono sempre state e derivanti dagli antichi
Statuti di Novara del XIII° secolo rinnovati poi nel 1460, ma che con il
passare del tempo dovevano essere aggiornate in funzione dei cambiamenti che
seppur in modo lento avvenivano sul territorio.
Le prime regole, o Ordini, finora trovati e riferiti al territorio di Prato
risalgono al 1571. Queste stesse regole precisano proprio al primo capitolo
che esse vanno ad integrare li altri Ordini di detta Comunità di Prato.
Tali Ordini inoltre precisano che sono da osservarsi in detta terra et sopra
il suo teritorio.
Quindi esistevano altri Ordini precedenti che seppur non attualmente conosciuti
ci permettono tuttavia di avere una visione d’insieme della vita di quell’epoca.
Leggendo queste nuove regole del 1571 possiamo avanzare alcune considerazioni.
Incominciamo col dire che questi Ordini sono composti da 24 articoli.
Essenzialmente sono norme che regolano l’attività agricola nei
suoi vari aspetti per la salvaguardia della proprietà privata ed in parte
della proprietà pubblica:
Che nessuno ardisca mandare a pascolare bestie nella zona di Prato chiamata
Convento e campagna circoscritta.
Che nessuno ardisca mandare bestie nelle vigne altrui.
Che nessuno ardisca farsi vedere nelle vigne d’altri in tempo di ughe
mature. O sotto le noci, o tagliare erba, strame e bosco nelle altrui possessioni
ecc.
Le norme prevedevano multe salate per i contravventori, una parte delle quali
andava al denunciatore di tali misfatti.
Poche regole quindi che non andavano oltre alla pratica gestione del territorio,
simili quasi a dei semplici bandi campestri, ma che nel contempo sono significative
di un altro fatto importante: l’autonomia gestionale.
Certo c’era un indirizzo generale sul tipo di regole da mettere, però
poi ogni comunità aveva modo di spaziare inserendo norme più confacenti
al proprio territorio e ai suoi abitanti.
E così se mentre da un lato – non solo Prato – ma quasi tutte
le comunità vicine, in quegli anni ’70 del Cinquecento, inseriscono
nuove norme alle loro vecchie regole, dall’altro si può notare
che ogni comunità spazia all’interno di quelle regole a seconda
dei vari interessi.
Grignasco ad esempio tale integrazione degli Ordini la compie un anno prima
di noi con ben 49 articoli rispetto ai nostri 24, ed entrando in modo più
dettagliato sulle norme delle singole proibizioni.
Stranamente – o almeno così sembrerebbe a prima vista – 30/40
anni dopo vi è la necessità per i comuni di avere nuove regole
e fare nuovi Ordini, e quasi tutte le comunità nel giro di pochi anni
li emettono.
Dico stranamente perché vista la staticità del tempo, le regole
normalmente potevano durare dei secoli.
Non a caso dopo questi nuovi Ordini d’inizio Seicento, non cambiarono
più fino alla seconda metà del Settecento nella sua struttura
portante. Vi furono soltanto alcune brevi aggiunte a seconda delle condizioni
che si stava vivendo.
Perché dunque dei cambiamenti in così poco tempo?
Per capire questo dobbiamo fare un piccolo salto indietro.
Una valida ragione – ed a mio avviso una delle più importanti –
era determinata dal fatto che Carlo V° di Spagna nel 1543 aveva ordinato
per fini puramente fiscali l’estimo generale di tutto lo Stato.
Ricordo che dal 1529 – finita la dinastia degli Sforza – era iniziata
la dominazione spagnola che continuò ininterrottamente fino al 1706 quando
subentrarono gli austriaci.
Questo estimo generale dello stato non era altro quindi che il controllo di
tutto il suo territorio e di tutti i suoi proprietari ai fini puramente fiscali.
Conseguenza di questo fu una serie d’interventi negli anni successivi
che portarono alla formazione, prima nel 1551, del primo catasto conosciuto,
e chiamato Bergamino dal nome di Ludovico Bergamino che era il responsabile
del progetto.
Poi, nel 1556, alla definitiva riforma fiscale fatta da Alessandro Grasso.
Di fronte a tutto questo, e di fronte quindi a queste nuove tasse basate essenzialmente
sulla proprietà individuale, si è ritenuto perlomeno indispensabile
salvaguardare maggiormente questa proprietà individuale.
In sostanza io pago la tassa su questo mio fondo, però lo stato in cambio
deve garantire questa mia proprietà. E questa dev’essere garantita
punendo coloro che in qualche modo vogliono intromettersi in ciò che
è mio.
E’ il concetto della sacralità e della salvaguardia della proprietà.
Un concetto abbastanza nuovo per quell’epoca, salvo che per i pochi eletti.
Un concetto ovvio per noi adesso, ma teniamo presente che quella era l’epoca
finale del passaggio dal mondo medievale, a ciò che viene intesa ora,
come età moderna.
L’epoca finale, perché questo passaggio dal mondo medievale all’età
moderna fu un processo lento e molto lungo.
Quindi il passaggio dal mondo medievale in cui il feudatario era il proprietario
diretto ed indiscusso del suolo, al mondo moderno in cui si assiste - tra le
altre cose – anche all’allargamento della proprietà privata.
Il feudatario rimarrà ancora per molto tempo, ma con un ruolo completamente
diverso rispetto al medioevo.
Da quest’esigenza nascono quindi gli Ordini del 1570.
Ma come si è visto, essi non regolavano completamente la vita comunitaria
ma solo la proprietà.
Le regole della vita comunitaria, o almeno alcune di esse, erano già
scritte in alcuni documenti precedenti e negli Statuti novaresi, ma s’imponeva
la necessità di riscriverle in modo più chiaro.
Inoltre, non essendo chiare le norme del 1570 sulla proprietà pubblica,
tanti si erano sentiti in diritto di usurpare parte del territorio comunale
appropriandosene.
Ecco quindi nascere nei primi anni del 1600 i successivi e definitivi Ordini
delle comunità.
Quelli di Romagnano saranno approvati nell’anno 1600, quelli di Prato
nel 1604, quelli di Grignasco nel 1608, quelli di Ghemme nel 1614.
Questi nuovi Ordini comprendevano quindi: le regole per il funzionamento dell’attività
pubblica, quelle per la salvaguardia della proprietà comunitaria, e quelle
ovviamente a tutela della proprietà privata.
Era un modo per tamponare anche le usurpazioni che si allargavano a macchia
d’olio perché tutti questi ordini contengono norme ben precise
su quest’argomento, ma che infine non tamponarono nulla. Anzi le usurpazioni
aumentarono a dismisura vista anche l’esperienza passata che tutti l’avevano
fatta franca limitandosi a pagare le multe e tenendosi le proprietà.
Queste nuove regole sono chiamate: Ordini della Comunità di Prato intorno
al buon gouerno di essa, & contro li dannificanti. Dove i “dannificanti”
sono coloro che arrecano danni ai beni altrui.
Il primo punto di questi nuovi Ordini del 1604 è molto importante e significativo:
Primo che secondo la loro antica usanza ogni tre anni a calende di genaro, ò
nelle feste di Natale si faccia il Sindicato, al quale ogni habitante domandato
dal servitore del comune si debba ritrovare per ellegere dodeci Consiglieri.
Ecco quindi la norma che determina il cambio dell’amministrazione ogni
triennio. Ed era una norma di antica usanza.
Precisa inoltre che i partecipanti a questo Sindicato non possono intervenire
armati, e non devono offendere chicchessia.
Segue poi l’articolo cui ogni anno la comunità deve mettere all’incanto
il mulino, i forni e i torchi della Carità di Santo Spirito.
Prosegue infine determinando tutte le regole sulla proprietà.
Una cosa va sottolineata a differenza degli Ordini secenteschi di Grignasco
approvati qualche anno più tardi.
Le norme contro i forestieri a Prato sono molto più restrittive e per
forastiero s’intende – precisa il documento – quello che non
haverà contratto domicilio in Prato & suo territorio per habitatione
di trent’anni continui.
Ancora più restrittive le norme di Romagnano sui forestieri dove gli
originary sono considerati coloro che abitano nel borgo da almeno cent’anni
continui.
Dicevamo quindi che questi Ordini specificano meglio i compiti istituzionali
della Comunità in primo luogo del cosidetto “Sindicato”.
Il Sindicato non è altro che l’assemblea pubblica di tutti i cittadini
capi di famiglia e maggiorenni, intendendosi per tali quelli oltre i 25 anni
d’età. Tutti però coloro che pagavano i carichi fiscali.
Tale assemblea, per essere considerata valida dovevano partecipare almeno i
2/3 degli aventi diritto.
Questa pubblica assemblea viene indetta, come abbiamo visto, quando si devono
eleggere i rappresentanti della Comunità, e quindi i Consoli e Consiglieri,
chiamati anche Credenzieri.
Inoltre, viene indetta tutte le volte che vi sono decisioni importanti da prendere
quali ad esempio le discussioni sui confini territoriali, le requisizioni militari
in tempo di pace e di guerra, i nuovi tipi di tassazione con conseguenti aumenti,
che erano abbastanza frequenti.
Al Sindicato erano tenuti a partecipare tutti i soggetti detti precedentemente,
e coloro che non potevano partecipare per un serio impedimento potevano farsi
rappresentare. Le donne erano comunque escluse.
La convocazione avveniva sempre nello stesso modo, e sempre nel giorno di domenica
appena terminata la messa più importante perché era il momento,
oltre che di pausa lavorativa, anche di maggior presenza di pubblico.
Congregato il populo di Prato nel loro Sindicato avanti il medesimo signor Podestà
per publica grida fatta hoggi nella terra di Prato et sopra il cimiterio di
detto loco doppo la messa, la dove vi era la magior parte de populo di detto
loco da Jacopo Maretto fante publico di detto loco di Prato, et sonato la campana
da esso fante questa mattina conforme il solito per dar aviso al populo et homini,
acciò dovessero intratenersi al presente Sindicato la dove si era da
trattare i diversi negozi urgenti.
I negozi urgenti sono gli affari urgenti.
Le pubbliche grida significavano che il fante pubblico – ovvero una specie
di messo comunale – con tanto di tamburo si portava nei vari rioni del
paese e nelle cascine ad annunciare pubblicamente la riunione.
Dopodichè l’inizio dell’assemblea coincideva con il classico
suono della campana, mentre il Podestà di Romagnano prendeva posto sedendosi
sopra uno scranno ligneo.
Normalmente questa pubblica assemblea, anche negli altri paesi, si svolgeva
davanti alla chiesa parrocchiale, però per quanto riguarda Prato specialmente
dal Seicento si trovano molti Sindicati svolti nella strada pubblica davanti
al torchio di Prato Nuovo di proprietà della Confraternita di Santo Spirito.
Oppure come nel caso letto in precedenza, la riunione si svolse sopra il cimiterio.
Intendendosi per cimiterio non il luogo di sepoltura che era all’interno
della parrocchiale, bensì nella strada pubblica vicina all’ossario.
Il Sindicato aveva poi il compito di eleggere ogni tre anni il nuovo consiglio
formato da 12 membri.
L’elezione dei nuovi consiglieri avveniva normalmente tramite la proposta
di una lista scritta dai vecchi consiglieri che era consegnata al Podestà
seduto sul suo scranno.
La lista era letta ad alta voce dal notaio sempre presente che svolgeva funzioni
di segretario comunale, e se non vi erano opposizioni tutti i 12 venivano eletti.
Si ha però notizia che nell’anno 1644 vennero proposti solo 6 consiglieri
per reggere la comunità a causa di carestia d’homini, come dice
la relazione.
Era l’epoca delle guerre e della peste.
Subito dopo avveniva l’elezione dei due Consoli che dovevano reggere la
comunità per i primi sei mesi, e l’elezione avveniva per sorteggio
mettendo i nominativi di tutti i dodici dentro un cappello.
C’era la facoltà di proseguire con i sorteggi, e spesso avveniva
così anche per coloro che avrebbero retto la comunità per tutto
il triennio lasciando fuori i nominativi estratti di modo che durante il periodo,
tutti ruotassero nella carica di Console.
Due Consoli contemporaneamente ogni sei mesi, e quindi dodici nel triennio.
La gestione degli affari comuni spettava poi al consiglio eletto.
Questo consiglio provvedeva a far funzionare e garantire il buon esito di tutte
quelle attività necessarie alla comunità.
Tra i suoi compiti principali, come raccontato negli Ordini del 1604, c’erano
quelli inerenti alla gestione del mulino, del forno e dei torchi. Nonché
della nomina del camparo e di altre figure comunali.
Il mulino come abbiamo visto dagli Ordini era dato in affitto ogni anno anche
se poi con il passare del tempo l’incanto passò di tre anni in
tre anni.
L’acquisitore doveva stare a delle regole da rispettare, che prevedevano
anche lo spurgo della roggia molinara.
Inoltre tali regole chiamate Capitoli, prescrivevano norme per la tutela e salvaguardia
della gente comune, di modo che non fosse defraudata dal molinaro.
Per comprendere meglio in cosa consistevano questi capitoli, voglio leggerne
alcuni di quelli stabiliti con l’accordo del 12 gennaio 1621 tra la comunità
di Prato e Michele Arienta, vincitore della gara d’appalto.
Che detto Michele sia tenuto et obligato sì come promette e s’obliga
di tener su il stortone della roggia di detto molino per qual causa ne sia.
Il Stortone non era altro che il luogo, ossia la storta fatta affinchè
parte dell’acqua della Mora defluisse nella roggia molinara.
Tale stortone era fatto con legname e fascine, ed ogni volta che aumentava la
quantità d’ acqua nella Sesia bisognava andare a rimettere ordine
nella diga.
Item che debbia attendere al molino a far macinare il grano, et che tenga un
bon fameglio grande per uso del molino, acciò possa portar li sacchi
per carrigar le bestie in ogni loco sotto la pena de scudi doi per ogni volta
contravverrà.
Il fameglio era l’aiutante o gli aiutanti indispensabili al lavoro che
prevedeva appunto di andare alle singole case a prendere il materiale e poi
riportarlo macinato.
Item che detto molinaro debba star nel molino al quaterno del grano bianco,
et al terzo del grano nero, et della pesta il terzo.
Questo era il sistema di pagamento al molinaro per il lavoro svolto. In sostanza
il molinaro si teneva la quarta parte del grano bianco macinato, (il frumento),
la terza parte degli altri grani, (granturco, segale) ed ugualmente la terza
parte schiacciata alla pista da canapa.
Item che detto molinaro habbia da misurare il grano rotto in terra, et non sopra
la mola et che tenga una coperta di tela di larghezza di brazza quattro per
metterci sopra la corbella in terra per moturare con il coppo sotto la pena
di scudi doi per ogni volta che moturerà sopra, et che si stia alla fede
di chi macinerà o de altra persona.
Questa norma mi sembra abbastanza chiara ed è molto interessante perché
prescrive addirittura la grandezza della tela sopra la quale doveva essere misurato
il grano macinato, in terra e non sopra la mola.
In questo caso la tela doveva essere di due metri e sessanta centimetri, mentre
il coppo era l’unità di misura degli aridi equivalente a litri
0,988.
Item ogni volta che il molinaro leverà la mola per marterarla, che quando
la sarà a basso la mola per marterar, che detto molinaro debba buttar
una mina di bon grano del suo in mola sotto la pena de scudi doi da pagarsi
alla comunità ogni volta contravverrà, et si debba stare alla
fede di ognuno con giuramento, et quello lo accuserà guadagni il terzo.
Ecco questa è una delle norme a salvaguardia dei poveracci contro la
furbizia di certi molinari disonesti.
La mola del mulino a lungo andare tendeva a consumarsi non permettendo più
una buona macinatura, pertanto, quando questo accadeva doveva essere martellata.
Finito il lavoro era evidente che i primi clienti potessero perderci in quantità
perché parecchia farina rimaneva fra le piccole fenditure della mola
martellata, pertanto il capitolo prescriveva che il primo cliente doveva essere
il molinaro stesso che doveva buttarvi una mina di buon grano e lasciarlo nella
mola.
Una mina equivaleva a 15 litri e ottanta.
Anche per ciò che riguarda il forno, i capitoli erano intesi sia alla
salvaguardia del bene stesso, che per i fruitori del servizio.
Non potranno li fittabili ricevere altra mercede di loro fatica in andar viceversa
a portare dalla casa dè particolari residenti in Prato, al forno le farine,
per il pane, e farlo cuocere, che un pane per desco piano, che dovrà
essere di lunghezza brazza 4 e larghezza 1.
Per quanto riguarda quest’argomento vorrei chiarire alcuni aspetti relativi
al mestiere di “Panattiere” e “Prestinajo”.
Il “Panattiere” era colui che cuoceva il pane, mentre il “Prestinajo”
era colui che lo vendeva. Normalmente nei nostri casi si tratta della stessa
persona, ma per altre occasioni può anche essere diversamente.
A differenza di oggi il pane non necessariamente era cotto tutti i giorni, bensì
in funzione delle richieste famigliari.
Il compito del fornaio o panattiere consisteva nell’andare alla casa delle
singole famiglie prenotate a prendere le farine, dopo di che preparava i pani
e li riportava cotti al legittimo proprietario tenendo per se come pagamento:
un pane per desco piano, che dovrà essere di lunghezza brazza 4 e larghezza
1.
Quindi un pane di misura stabilita per ogni tavola coperta di pani lunga mt.
2,62 e larga cm. 66.
In sostanza su una tavola di quella dimensione ci stavano esattamente 16 pani
di 30 centimetri di diametro. Come pagamento il fornaio si teneva uno di questi
pani.
Non tutte le famiglie potevano avere a disposizione il materiale adatto per
cuocere, sia a causa della crisi dei raccolti, o più semplicemente a
causa delle colture diverse nei loro appezzamenti. In tal caso il fornaio diventava
Prestinajo vendendo egli stesso il pane avuto come pagamento della cottura svolta
per altri.
I torchi di Prato.
Di questi si è già accennato nell’incontro della primavera
scorsa sui luoghi dov’erano posti. Uno a Prato Nuovo, uno a Prato Vecchio,
e un terzo a Baragiotta.
A questo punto però è necessario fare alcune precisazioni che
concernono l’attuale stato della ricerca. Ricerca che non è per
niente finita anche se non è facile trovare nuova documentazione considerato
che gli appalti erano a lunga scadenza.
Infatti gli appalti dei torchi non erano annuali, bensì novennali. (Erano
settennali nel Cinquecento). Quindi va da sé che vi era un contratto
notarile ogni nove anni e chissà da quale notaio.
In ogni caso gli “Ordini” della comunità precisavano che
i consoli e consiglio avevano il compito di incantare i torchi; tuttavia pur
se è vero che è la comunità che svolge questo ruolo dell’incanto,
non è la stessa comunità che stila i capitoli da osservarsi, bensì
– stando ad un atto notarile del 1611 – Carlo Genesio in qualità
di rappresentante della Confraternita di Santo Spirito.
La seconda considerazione è che esistono atti notarili sui torchi e sulla
Carità di Santo Spirito molto precedenti al 1628 anno in cui a detta
dei documenti ottocenteschi, si fa risalire la fondazione della Carità
di Santo Spirito da parte di Carlo e Francesco Placito.
In un documento del 1572 Gaudenzio De Viano dichiara che sono circa 15 anni
che io fui confrario de detta Carità.
Carità già segnalata peraltro nell’anno 1545.
Anche la prima segnalazione del torchio è di quell’anno 1545 senz’altra
indicazione, mentre è del 1572 il primo documento ritrovato sulla locazione
del torchio situato in Prata inferioris.
Quindi i torchi già esistevano a metà del Cinquecento, ed erano
di proprietà come si è visto della Confraternita di Santo Spirito.
Ma attenzione, solo quelli da vino.
Quelli da olio erano invece di proprietà della Società della Beata
o Sacratissime Vergine Maria.
Non sono in grado di dire se questa associazione religiosa è la stessa
che sarà in seguito denominata Compagnia di Maria Vergine del Rosario.
E così mentre diversi documenti dell’Ottocento fanno risalire la
fondazione della Carità al 1628, altri documenti ancora la fanno risalire
al 1594 per opera di Pietro Placito.
Quello che è certo è che effettivamente Pietro Placito lasciò
una cospicua eredità alla confraternita, a cui furono aggiunti altri
beni nel 1600, sia alla stessa, che alla confraternita di Santa Marta.
E’ molto probabile che tutto questo messo insieme, in aggiunta ai beni
di San Sebastiano, della Beata Vergine Maria, e in aggiunta infine ad alcuni
lasciti di Carlo e Francesco Placito del 1628, divenne poi comunemente chiamata
Carità di Santo Spirito.
Una nuova e riformata Carità di Santo Spirito.
Si diceva in precedenza che grazie ad un contratto del 1611, si comprende che
i grossi torchi di Prato erano tre, di cui uno a Baragiotta.
Oltre a quel contratto si è trovata anche una convenzione, sempre stipulata
in quell’anno1611, dove quest’ultimo torchio venne dato in gestione
a Pietro Baragiotta per il tempo di anny ventis proximi futuri.
Ma non è tutto. Un ulteriore documento del 1618 invece di fare chiarezza,
in questo caso aiuta alla confusione in quanto precisa che tale torchio era
stato costruito nel 1611 da Pietro Baragiotta contra li ordini della comunità.
Costruire un torchio privatamente era contro la legge degli Ordini ed è
probabile quindi che la comunità l’abbia requisito e consegnato
alla Carità di Santo Spirito. Tale Carità l’abbia poi dato
in gestione allo stesso proprietario, ed in seguito riconsegnato in proprietà
agli eredi.
Infatti un documento di locazione di tutti i beni di Santo Spirito, della Beata
Vergine Maria, e di San Sebastiano del 1652, precisa a riguardo di quest’ultimo
torchio con piloni di pietra intorno discoperto e rovinato alle cassine in Baragiotta
lasciato da detta Carità al Bernardo Baragiotta.
Anche qui i capitoli del torchio prevedevano che doveva essere l’affittuario
a portarsi alla casa di colui che richiedeva la torchiatura per prendere le
vinacce, et di poy caspiato che sarà il vino portare detto vino, a, casa
del patrone, a, lloro rischyo e piriculo per la qual quetade habbiano et possiano
pigliare de sette brente una.
Il pagamento era quindi fissato in una brenta di vino ogni sette torchiate.
L’ultima norma era alquanto curiosa e antifrode: Item cum patto che sotto
il coperchio di esso torchio persona alcuna non possa ne voglia meterli ne farli
metere cosa alcuna sotto pena di pagare scuto uno per ogni volta aplicata come
sopra.
Cioè la metà della pena alla chiesa, e l’altra metà
al denunciatore del tentativo di truffa.
E’ interessante notare che tutte queste norme sono rimaste sostanzialmente
invariate per la bellezza di 400 anni, compreso il tipo di pagamento.
Infatti ancora a fine Ottocento i capitoli prescrivevano come pagamento, un
settimo del vino spremuto, anche se c’era l’alternativa di centesimi
quaranta ogni brenta di vinacce.
Abbastanza curiosa è la locazione del torchio da olio nella seconda metà
del Cinquecento.
Questa è una locatione detta per vita de detto Gioanne et doppo sua morte
piacendo al figliolo di tenerlo che niuno habitante in la terra et sopra il
teritorio de Prata possa, né voglia andare, a, far far olio in altro
loco che al detto torchio.
Come pagamento per il servizio si era stabilito che il fittavolo non poteva
chiedere di più de soldi tre imperiali per chaduna pillara d’olio.
(Torchiata o unità di misura?)
L’olio di noci era prevalentemente usato per illuminazione, ma era anche
medicinale e condimento.
Le noci venivano schiacciate una ad una nella casa del contadino e ripulite
di ogni pezzo di guscio. Dopo averle sminuzzate il più possibile si portavano
al torchio, ma prima di subire la pressatura erano riscaldate in pentoloni o
caldaie così da permettere una migliore fuoruscita d’olio. L’operazione
di schiacciatura veniva di solito compiuta più di una volta, e con 6
Kg. di noci si poteva ottenere un chilogrammo di olio.
Non sono però in grado di dire se il lavoro in quell’epoca lontana
consisteva anche nel far scaldare il prodotto così com’era previsto
a fine Ottocento.
Infatti, i capitoli di quest’ultima epoca prescrivevano il divieto di
sottoporre le noci alla torchiatura se non quando siano bene peste e ridotte
in pasta quale cuocerà secondo il desiderio del richiedente.
Nell’elenco dei materiali del torchio era infatti presente la caldaja,
che veniva anche chiamata crociera.
I consoli e consiglieri dovevano poi provvedere alla nomina delle cosi dette
figure minori che ruotavano intorno all’amministrazione dei beni della
comunità.
Figure minori ma che erano molto importanti.
Una di queste era il camparo, il guardiano dei fondi, e come abbiamo visto la
sua importanza era molto elevata perché gli Ordini della comunità
erano basati sulla salvaguardia della proprietà, sia pubblica che privata.
Fino all’’800 i campari erano due con la possibilità di nominarne
altri supplementari, nonostante tutto, come abbiamo visto, non furono in grado
di fermare le usurpazioni.
Non si trovano molti documenti nel ‘500/’600 relativi ai capitoli
dei campari anche perché erano gli Ordini stessi che contenevano tali
norme. Ed è appunto dalla lettura di questi Ordini che si comprende che
le norme erano abbastanza severe anche nei loro confronti.
Il caneparo era invece colui che riscuoteva le tasse su ordine del comune, incamerava
gli introiti dei beni comunali, e provvedeva ai vari pagamenti in nome della
comunità.
Era in sostanza il cassiere della comunità, ed aveva anche l’obbligo
in alcuni casi di anticipare il denaro che la Comunità doveva pagare
al Contado di Novara.
Il ruolo di Caneparo non era alla portata di tutti, e solo coloro che avevano
grandi capacità finanziarie partecipavano ai bandi per l’assegnazione.
I Furgotti e i Genesi, oltre ad essere stati commercianti e banchieri, intesi
come prestatori di denaro, svolsero anche il ruolo di canepari, non solo a Prato
ma anche in altri luoghi.
Vorrei fare ora un breve accenno al sistema fiscale senza però entrare
nel merito di una spiegazione dettagliata perché – oltre ad essere
un argomento noioso – è di una straordinaria complessità
che per certi versi è anche per me incomprensibile.
Posso solo accennare che tutto il sistema fiscale si basava sulla famosa tassa
dei cavalli introdotta da Filippo Maria Visconti nel 1444.
Questa originariamente non era altro che le spese complete necessarie al sostentamento
di un esercito di 12.500 soldati a cavallo.
Spese che dovevano essere a carico delle terre dello Stato e quindi suddivisibili
ad ogni comunità.
Da questo lontano inizio si giunse alla formulazione dei Cavalli di Tasso come
unità di misura, per cui ogni paese era suddiviso in base all’estensione
territoriale, alla produzione e alla qualità del terreno.
A titolo di curiosità posso aggiungere che al territorio di Prato erano
stati assegnati 9 cavalli e due terzi di tasso.
Sulla base di questi parametri veniva conteggiata l’imposta comunale totale.
Avuta l’imposta comunale totale il Sindicato della comunità provvedeva
alla suddivisione tra gli abitanti in grado di produrre.
Questa suddivisione era basata sull’imposta personale, cioè sulla
testa “viva” o produttiva, (il testatico) che era tassata normalmente
per un terzo; e l’estimo, cioè la proprietà fondiaria che
ognuno aveva che era tassata per due terzi.
Il carico personale sulle “teste” produttive era messo a tutti quelli
che passano dodeci anni d’età, tanto homini come alle donne, accettuando
però alle vedove.
C’erano poi le frequenti imposte determinate al sostentamento dell’esercito
che doveva vivere sulle spalle delle comunità. Questa tassa non aveva
più nulla a che fare con la famosa tassa dei cavalli.
Ogni anno ogni comunità redigeva le spese sostenute a tale scopo comprese
le frequenti requisizioni operate dai militari, e mandava il conto a Novara.
Ricevuti i conti di tutte le comunità, il Contado di Novara provvedeva
a sommarli e a suddividerli equamente proprio per evitare che alcuni paesi fossero
troppo carichi di spese ed altri meno. Dopo di che comunicava ai singoli paesi
la tassa da pagare entro una scadenza ben precisa.
Questa tassa si chiamava Ingualanza o Eguaglianza.
Un’ulteriore taglia era chiamata Mensuale dè Presidi ed aveva lo
scopo di raccogliere i fondi necessari per provvedere a nuovi armamenti ed opere
di fortificazione da fare nello stato.
Seguivano poi altre tasse quali la mezza per cento ed il trasatico sull’utilizzo
dei terreni comunali
Vi era inoltre la tassa dell’imbottato che era quella che annualmente
si pagava al feudatario.
Qui va fatta una precisazione importante.
Mentre nei secoli precedenti – intesi come medioevo – il feudatario
era anche l’indiscusso proprietario di quasi tutte le terre, con l’evoluzione
dell’età moderna si assiste anche all’involuzione graduale
della feudalità.
In questo periodo quindi, e fino alla sua completa scomparsa avvenuta nel 1797,
il feudatario non è altro che un ricco personaggio che acquista una parte
di giurisdizione fiscale ai fini di poter ottenere prestigio, ed eventualmente
anche un titolo nobiliare.
Infatti, i titoli di conte e marchese erano concessi solo se il richiedente
poteva vantare il diritto su di un feudo di almeno 50 e 100 fuochi, che era
poi il numero delle famiglie per intenderci.
In sostanza egli acquista – con un congruo versamento di denaro alle casse
dello Stato milanese – il diritto di riscuotere alcune delle tasse come
le “regalie minori”, cioè i dazi sulla cottura e vendita
del pane, la produzione e vendita del vino, la macellazione e il commercio della
carne, il raccolto del fieno ed altro.
Tutto questo insieme - per quanto riguarda i nostri villaggi - era chiamata
la tassa dell’Imbottato, ed era contrattata dalle comunità, singole
od associate, direttamente con il feudatario o un suo rappresentante.
Tutte queste tasse aumentavano d’anno in anno mentre le produzioni delle
singole famiglie non potevano aumentare più di tanto; e forse in definitiva
fu anche questa una delle ragioni – oltre a quella dell’aumento
della popolazione - che determinò l’aumento delle usurpazioni a
vantaggio della coltura.
Il 1600 fu poi anche il secolo delle pesti, delle carestie e delle guerre con
inimmaginabili conseguenze, cosicchè i comuni per fronteggiare la situazione
furono costretti a contrarre molti debiti che durarono secoli prima di essere
saldati, e non dopo aver svenduto – durante l’epoca napoleonica
- le terre comunali, incamerato e venduto i beni ecclesiastici e altri beni
quali i mulini e i forni.
Secondo calcoli recenti, fatto 100 il carico fiscale ad inizio ‘600 già
dieci anni dopo era pari a 202. Trent’anni dopo – nel 1640 –
era pari a 325.
Come i comuni trovavano i soldi per sostenersi?
Contraendo prestiti con i pochi personaggi che i soldi li avevano, e li ottenevano
a tassi molto elevati pagabili sotto forma di quote annuali. Non potendo saldare
tali debiti si trovavano costretti a contrarne di nuovi, e così via.
Tutto si caricava quindi sulle spalle di una popolazione che già di per
se faceva fatica a sbarcare il lunario.
Vorrei ricordare che i nobili proprietari come i Tornielli, i Pernati, i D’Adda,
erano cittadini e le tasse sui loro beni venivano incamerate direttamente dalle
città pur se i loro terreni erano a Prato o in altro luogo.
E vorrei ricordare anche che i beni ecclesiastici non pagavano tasse, e questi
beni erano tantissimi.
Non solo ma anche tutto ciò che era inerente al culto era pagato dalla
comunità: dai custodi, ai campanari, ai chierici, così come se
si doveva fare un nuovo tabernacolo, oppure acquistare l’organo, o rifondere
nuove campane.
Era infine sempre la comunità che sosteneva i vari cappellani commissionando
annualmente un certo quantitativo di messe votive forse con la speranza di ritrovarsi
l’anno successivo con meno debiti da pagare.
Nel 1660 ad esempio le messe commissionate e pagate dalla comunità furono
95 al costo di una lira imperiale per messa. Se si fanno i paragoni con quell’epoca
si può dire che erano piuttosto care perché un resegatto, uno
che segava alberi per dodici ore al giorno, guadagnava ogni giorno 30 centesimi.
Una messa di un’ora 1 lira, dodici ore di lavoro del resegatto 30 centesimi.
Erano i tempi, ma era soprattutto la fede che aiutava a sostenere la gente sperando
in un avvenire migliore.
Per terminare questo argomento voglio fare solo una piccola considerazione.
Oggi noi paghiamo le tasse ed in cambio otteniamo determinati servizi, indipendentemente
che ne siamo soddisfatti o meno.
Luce, gas, acqua, strade, scuola, sanità ecc. A quel tempo si pagava
le tasse in cambio di nulla di tutto questo. Non c’era luce, gas, acquedotto,
telefono.
Per la riparazione delle strade, il comune attivava le rojde, cosicchè
ognuno era obbligato, senza retribuzione, a contribuire per aggiustare la strada.
Il Contado di Novara interveniva solo per lavori di grossa entità che
avvenivano però ogni cento anni. Per il resto erano le opere caritative
che intervenivano quando potevano a sostegno dei più deboli dando ogni
tanto una fagiolata d’inverno, o pagando qualche medicina al moribondo.
Ma attenzione. Noi ora per comprendere bene dobbiamo anche sapere che i servizi
in quell’epoca erano quelli legati alla fede e alla spiritualità.
E’ giusto a questo punto ricordare due altre figure.
Il fante che era colui che aveva il compito di girare per il paese con il tamburo
avvisando la popolazione delle eventuali novità. Convocava i capifamiglia
alle riunioni del Sindicato, ed inoltre presenziava alle operazioni d’incanto
del mulino, del forno, e dei torchi.
Nell’Ottocento questo ruolo sarà svolto dal Cursore.
L’altra figura era quella del Campanaro ed era regolata da propri capitoli.
Dai conti della comunità di Prato risulta che veniva annualmente pagato
lo stipendio di campanaro per la chiesa di San Bernardo, per quello della Madonna
della Quercia di Prato Vecchio, per quella del Castello, ed infine per quello
della chiesa di San Nazaro di Baragiotta.
Non risulta mai il pagamento per la chiesa di San Carlo di Prato Nuovo essendo
quella – in quel tempo – una cappella di carattere privato.
Va anche precisato che non è che figuravano quattro salariati fissi a
tempo pieno. Erano addetti che svolgendo il proprio lavoro si erano presi l’impegno
dietro compenso, di suonare tali campane in tali luoghi.
A titolo di curiosità posso dire che colui che andava a suonare la campana
in castello prendeva di più di quello di Prato Vecchio.
Più di tutti prendeva quello della chiesa di San Bernardo, ma i suoi
compiti erano maggiori.
Il campanaro si diceva, e l’importanza del suono delle campane in quel
lontano tempo.
Si suonava nelle occasioni delle ricorrenze e festività particolari,
ma si suonava anche in occasione di pericoli particolari come le invasioni,
i temporali e gli incendi.
Tutto questo ora sembrerà banale per noi, considerando che basta schiacciare
un pulsante per farle suonare, ma nel tempo passato il suono della campana era
d’importanza fondamentale come unica forma di comunicazione a distanza.
Ed era una forma di comunicazione che tutti comprendevano facilmente, indipendentemente
che fossero analfabeti o meno. Ed ogni suono aveva il suo preciso significato.
Con il passare del tempo si sono modificati anche i compiti di chi originariamente
svolgeva questo lavoro, così ad esempio nel 1826 il parroco Ottini di
Prato scriveva che vi erano i custodi della chiesa che – stipendiati dalla
comunità – avevano il compito di suonarle
ma il suono della messa parochiale, dottrina e vespri, s’aspetta ai sacristi;
e si da pure il segno dell’Ave Maria alla mattina, al mezzogiorno, e alla
sera, come anche nei venerdì alle ore tre pomeridiane in memoria della
Passione di Nostro Signore (questo suono era di 12 botti con il campanone).
Si suona pure per l’accompagnamento del Santo Viatico agli infermi, sonando
prima a distesa per convocare il popolo e sonando a martello e a tocchi durante
l’accompagnamento nonché per gli agonizzanti.
E si sona a festa pel trapasso dei fanciulli e lugubre pel trapasso degli adulti.
(tredici rintocchi per la morte di una femmina e quindici per il maschio)
Nel tempo queste norme si sono modificate ma sostanzialmente sono rimaste nei
loro significati, anche se ormai poche persone danno importanza a dei tocchi
che per secoli hanno accompagnato la vita dei nostri antenati.
Ancora recentemente don Mario Vanini ha ricordato in una lettera alle famiglie
qualche frammento di storia dell’Angelus Domini e del ricordo di quei
tocchi per un momento di pausa e riflessione.
Legata a quella del campanaro è emersa un’altra curiosità
durante la ricerca di quest’ultimo periodo, ed è la figura del
guardiano del campanile.
Attenzione, il guardiano non doveva curare il campanile, bensì dall’alto
del campanile doveva osservare e prontamente segnalare con la campana l’avvicinarsi
di persone sospette. Di giorno e di notte in continuazione.
Non si sa al momento, per quanto tempo sia durato questo lavoro di carattere
saltuario, sta di fatto che per quanto riguarda il nostro comune sono stati
trovati tre documenti per gli anni 1607, 1608 e 1613. Uno per la guardia del
campanile di Grignasco del 1624, ed un altro per quello di Romagnano del 1617.
Tutte le convenzioni sono annuali e tale controllo sembra essere stato sollecitato
da ordini superiori e non comunali, pertanto è probabile che siano stati
determinati dai “venti di guerra” di quel tempo e dalla miriade
di sbandati e contrabbandieri che passavano nelle nostre zone.
Vorrei ricordare che il fiume Sesia era il confine del Contado di Novara e dello
Stato di Milano con la Savoia.
Il documento trovato su Romagnano non è per la verità un accordo,
ma una denuncia nei confronti dell’addetto alla guardia del campanile
perché un determinato giorno piombò in paese una squadra di soldati
a cavallo senza casaccha ed il guardiano non diede motto alcuno della venuta
dei soldati.
Un accenno ora ad un’altra struttura pubblica che è quella del
cimitero.
Fin dai secoli remoti il luogo di sepoltura era quello all’interno della
chiesa, o meglio sotto il pavimento di essa. Non sono a conoscenza se questo
è avvenuto anche nella chiesa di San Sebastiano, ma presumo di sì.
E’ avvenuto certamente nell’oratorio di Prato Vecchio fatto costruire
dal Viocca, perché un capitolo della Cappellania istituita nel 1647 precisa
testualmente: che detto messer Giovanni Viocca vuole che si faccia una sepoltura
nella sudetta chiesa nella quale si seppellischino tutti quelli di casa Viocca
e non altri.
Ad ogni modo l’uso antico di sotterrare i morti nella parrocchiale andò
avanti fino ai primi anni dell’Ottocento.
Tutti avevano il diritto di essere sepolti in tal luogo con però alcune
differenze tra le persone di rango superiore e la gente comune.
I primi, compresi gli uomini di chiesa potevano permettersi di essere sepolti
nel corpo centrale della chiesa in vicinanza degli altari, o in luoghi predefiniti
da loro quand’erano ancora in vita. Potevano anche far mettere una qualsiasi
iscrizione sul suggello in serizzo.
L’anonimato e la mescolanza dei cadaveri caratterizzava invece la povera
gente.
Non so dire con certezza ma è probabile che gli aderenti delle confraternite
fossero sepolti nelle cappelle delle loro confraternite, mentre è certo
invece che alcuni Furogotti furono sepolti nella loro cappella intitolata alla
Vergine del Rosario.
Quando questi sepolcri erano colmi si provvedeva al trasporto dei resti al cimiterio,
cioè all’ossario. Questi erano due a Prato. Uno risultava situato
sul lato destro della chiesa, verso Prato Nuovo, ora occupato dalla chiesa stessa
nella sua ultima parte a destra della facciata. Si entrava tramite una porta
posta sul davanti.
L’altro ossario esiste ancora oggi, ed è quell’edificio posto
a confine della casa dell’ing. Rolando.
Con l’aumentare della popolazione e quindi dei pericoli di contagio, nonché
delle puzze dei cadaveri in disfacimento, vennero gli obblighi e le pressioni
affinchè fossero costruiti nuovi cimiteri al di fuori delle mura delle
chiese, e fuori dell’abitato.
Le relazioni di fine Settecento e inizio Ottocento a riguardo di questo problema
sono drammatiche anche perché l’usanza era quella che dopo il funerale
il cadavere rimaneva in chiesa, e la sepoltura avveniva il giorno successivo.
Nei mesi caldi diventava insopportabile sostare in chiesa.
E’ di Romagnano la drammatica testimonianza scritta a motivazione della
chiusura della chiesa: perché i sepolcri esistenti sono sì pieni,
che in occasione delle tumulazioni si dovettero col tridente smuovere i cadaveri
precedentemente tumulati per far posto agli altri, dalchè non può
fare a meno di svilupparsi un fetore assai nocivo e pericoloso.
Fu prima proposta a Prato la costruzione di un nuovo cimitero proprio nell’area
dove adesso vi è la casa parrocchiale, ma non se ne fece nulla, e ciò
che è rimasto è solo un magnifico disegno del progetto datato
1790.
Poi nel 1807 venne fatto un ulteriore progetto che lo prevedeva nell’attuale
piazzale della parrocchia davanti al Millenium, spostando anche la strada che
portava a Prato Vecchio.
Anche qui il tempo passò tra le polemiche e non si fece nulla.
Nel 1821 di fronte anche alle pressioni del vescovo di Novara si decise finalmente
di costruire quattro grosse tombe sotterranee per la gente comune sul retro
della chiesa parrocchiale, mentre le persone più in vista continuavano
a farsi seppellire all’interno della chiesa.
La collocazione definitiva, quella che attualmente conosciamo, risale infine
al 1851.
Un accenno ora a ciò che si conosce sulla scuola a Prato.
Fino a poco tempo fa ero nella convinzione che il sistema scolastico fosse incominciato
con il testamento di Bartolomeo Furgotti del 1640. Grazie invece a documenti
venuti alla luce recentemente si è potuto capire che tale insegnamento
incominciò molto tempo prima, e che il Furgotti non fece altro che sostituirsi
all’amministrazione pubblica con il proprio denaro, ma nel contempo anche
di personalizzare tale insegnamento inserendo determinate regole.
Grazie quindi alla ricerca storica che proprio con quest’esempio dimostra
che non bisogna mai dare nulla di scontato, si viene a sapere che già
nel 1617 esisteva l’insegnamento scolastico in paese.
Non solo, ma documenti ritrovati sull’insegnamento scolastico a Romagnano
relativi alla seconda metà del Cinquecento fanno supporre che l’insegnamento
a Prato si possa far risalire a tale data, o quantomeno agli ultimi anni del
Cinquecento.
Il primo documento trovato su Romagnano porta la data del 5 aprile 1575 seguito
poi da un’altra Conventiones del 30 aprile 1582.
C’è però una differenza sostanziale che balza agli occhi
tra l’insegnamento che è proposto a Romagnano e quello di Prato.
Romagnano effettua un insegnamento che – indipendentemente dalle materie
– può essere considerato di tipo laico.
Attenzione, per laico non intendo una netta separazione con la religiosità
del momento, ma solo che l’insegnante non era un sacerdote, e lo faceva
come mestiere principale. Inoltre tali convenzioni proprio per il suo carattere
laico non presupponevano l’insegnamento della dottrina cristiana così
com’era concepita in quell’epoca.
A Prato invece la situazione era diversa.
Il primo documento come si è detto risale al 1617 ed è una convenzione
con un cappellano. Tale accordo – oltre a coadiuvare il parroco per determinate
incombenze – prescriveva che insegnasse a legere, scrivere, et di gramatica
a tutti li filiuoli della terra di Prato tanto poveri quanto richi.
Oltre a questo c’era la norma dell’insegnamento della Dottrina Cristiana.
La differenza sostanziale è che Romagnano possiede una scuola più
tecnica con tanto di programma scolastico ed un insegnante che si dedica a tempo
pieno per quel lavoro.
A Prato invece ci si limita solo ad insegnare il saper leggere, scrivere e far
di conto.
Per contro però, l’altra differenza è che a Prato quest’insegnamento
è completamente gratuito tanto ai poveri quanto ai richi, mentre lo stipendio
del maestro di Romagnano è integrato da un concorso spese a carico dei
genitori degli alunni, da pagarsi ad ogni sessione di esami.
Quindi Romagnano possiede nel Cinquecento una scuola di carattere elitario,
non perché in quel luogo sono più intelligenti che a Prato, ma
solo perché essendo un borgo più grosso, ci sono più persone
benestanti.
Mancano dati al momento che ci facciano comprendere quale sia stata la partecipazione
effettiva, anche se si suppone molto scarsa e saltuaria, perché in quell’epoca
l’istruzione al confronto della sopravvivenza era considerata una perdita
di tempo e un lusso.
Non si verificarono grandi miglioramenti nei decenni e nei secoli successivi,
e furono sempre pochi coloro che frequentavano la casa del cappellano dove si
tenevano le lezioni.
Bisogna giungere ai primi dell’Ottocento per avere qualche notizia in
più.
Nel 1802 gli iscritti alla scuola di Prato erano circa 70 con un calo negli
anni successivi. Erano 40 nel 1805, 50 nel 1810 e 1813.
Però se questi erano gli iscritti, i partecipanti effettivi erano parecchi
di meno, e la variabilità alla presenza si accentuava nei mesi primaverili
a causa dei lavori di campagna.
Altro punto negativo era l’esclusione delle femmine dalla vita scolastica
e le poche che erano in grado di apporre la loro firma su di un documento, erano
le figlie di qualche nobile o di qualche borghese illuminato.
Fu solo nel 1850 che venne attivata a Prato una scuola per le fanciulle, mentre
sarà poi la cosidetta “Legge Casati” del 1859 a riformare
tutto il sistema scolastico.
Vorrei terminare questo mio intervento, che spero non sia
stato troppo noioso, con una cosa alquanto curiosa uscita dagli archivi.
Non centra nulla con il funzionamento delle strutture pubbliche di Prato, di
cui vi ho raccontato, ma fa comunque parte della nostra storia, e ci permette
di vedere quell’epoca non solo sotto l’aspetto burocratico e freddo
del racconto storico, ma soprattutto pensando che tutto ciò che è
stato raccontato, era fatto e vissuto da gente come noi, con i propri ideali,
con le proprie passioni, con i propri dolori, ed anche le proprie gioie.
E’ una poesia scritta da un Genesi di Prato e risale ai primi anni del
Settecento.
E’ una poesia d’amore nel senso che è dedicata alla persona
amata, ma con una vena ironica da parte del poeta sintomatica di un momento
di sopportazione al carattere dell’amata.
Negar quando risplende il cielo
Osservar nubi quando riluce il giorno
Negare la beltà ove è il soggiorno
Ò parla per passion, ò ha gli occhij in cielo.
Compatite o Signor non fate scorno
Margherita nel fondo è un Dio Didalo
Legiadra di beltà sovrianza un stelo
Questa è fama comun, che va d’intorno.
Io cantando appago i miei desiri
Sovra un bel volto che tutti prevale
Voi di rabbia soffrite aspri martiri.
Se l’occhio vostro à penetrar non vale
Alta beltà che vanta in tutti i giri
per schivar sto bel sol prendete ochiale.
Venerdì 26 settembre 2008
STORIA DI CAVALLIRIO:
Aspetti di vita comunitaria tra il 1500 e il 1700
Qualsiasi cosa che noi facciamo, qualsiasi atto che noi ci
proponiamo di portare avanti è ora regolato da delle norme più
o meno precise che possono essere determinate dalle leggi, dagli usi e consuetudini,
oppure dalla deontologia e dal buonsenso. Così noi se accendiamo la luce,
questo atto – al di fuori del vantaggio di vedere nel buio – rimanda
a norme e leggi ben precise e spesse volte estremamente complicate che però
regolano tutti gli aspetti della vita comune.
Così come per la luce anche per tutti gli altri atti che noi compiamo
in ogni momento.
Anche nel tempo passato le regole esistevano, più o meno tante e più
o meno complesse a seconda della civiltà dei popoli che hanno abitato
sul nostro pianeta. Dagli Assiri alle dinastie mongole e cinesi, dai greci,
agli egiziani, ai romani. Il termine di ogni civiltà ha portato al quasi
totale azzeramento di quelle norme e regole, per cui il recupero per i popoli
che ne sono subentrati è stato molto lento e faticoso.
Questo è accaduto anche a noi quando molto lentamente dall’alto
medioevo caratterizzato dalla quasi totale assenza di norme ci si è incamminati
verso l’età moderna.
Lo studio e la conoscenza di queste norme ci permette di comprendere la nostra
evoluzione sociale in rapporto al potere costituito ed in rapporto ai singoli
individui.
La legislazione corrente durante il medioevo per i singoli paesi della nostra
zona si sa che era quella determinata dagli Statuti di Novara del 1277 modificati
poi negli anni a seguire fino al 1460 quando questi Statuti furono ricompilati
grazie alla riforma di Francesco Sforza duca di Milano, di cui noi facevamo
parte.
Già nel Trecento diverse cittadine e grandi borghi, e intere zone come
la Valsesia e la Riviera d’Orta avevano acquisito dei propri Statuti.
Si è a conoscenza anche – grazie proprio agli Statuti novaresi
– che ogni singolo borgo, villa e castro erano retti da Statuti che dovevano
essere approvati ogni anno dal Podestà di Novara. (1) Però di
queste norme non si è trovato traccia fino a questo momento.
I più antichi Ordini, o Grida finora ritrovati risalgono alla metà
del 1500 e negli anni immediatamente seguenti, e sono proprio alcuni di questi
Ordini che precisano che non sono i primi emessi.
Quelli di Romagnano risalgono al 1564 (2), quelli di Grignasco al 1570 (3),
quelli di Prato al 1571 (4). Quelli di Cavallirio sono i più antichi
di tutti e risalgono al 1549 (5).
Sarebbe però scorretto in questi casi parlare di Statuti perché
in effetti queste norme cinquecentesche altro non sono che regole comunitarie
simili ai Bandi Campestri.
In sostanza sono norme relative alla salvaguardia del territorio comunale, sia
privato che pubblico.
Analizzando le norme di Cavallirio e dei paesi vicini balza subito all’evidenza
la quasi perfetta linearità di comportamento di tutti i paesi sulla maggioranza
dei temi trattati.
Norme a salvaguardia del patrimonio pubblico e privato
Norme contro i forestieri; e per forestieri s’intendono tutti coloro che
abitano fuori di Cavallirio.
Norme per i campari. Coloro cioè che erano pagati dalla collettività
per il controllo del territorio.
Oltre a queste poi ogni singolo paese si caratterizzava con alcune norme specifiche
che altri paesi non avevano, e che aiutano a comprendere la peculiarità
del luogo.
Le norme infine estranee alla salvaguardia del territorio, o più propriamente
di carattere religioso o politico erano molto limitate.
Una di esse per Cavallirio precisava:
Che li conduttori d’essa terra siano obligati andar a Novara per interessi
d’essa comunità et superiori al suo territorio senza pagamento.
In sostanza i Consoli designati, cioè i sindaci, oltre ad essere obbligati
alla carica, erano obbligati a portare a termine il loro impegno andando anche
fino a Novara senza rimborso spese.
E’ l’unico paese che porta questa norma alquanto onerosa, ma sarà
in seguito cambiata perché i consoli futuri avranno uno stipendio ed
un rimborso spese.
La norma di carattere religioso è invece simile agli altri paesi:
E più, chi lavora in le feste di voto e comandate per la chiesa paghi
per ogni volta soldi 10 et le feste di voto sono queste cioè di Santo
Germano, di li Tre Magi, et di Santo Eustachio.
Quindi l’obbligatorietà al riposo festivo per permettere a tutto
il popolo di frequentare le funzioni religiose.
Le norme di comune salvaguardia erano di rispetto del territorio in generale:
Coloro che si troveranno far danno in le vigne, ò lasaranno far danno
da le bestie pagano per pena soldi 10 per caduna volta, et caduna bestia, oltre
il danno.
E così nei campi di biada, nei prati e nei boschi.
E più chi segherà herba neli prati con manolite (mauletto) per
chaduna volta pagarà soldi 5. Soldi 9 invece chi segherà con ranza.
E più chi pigliarà noci d’altri pagherà per caduna
noce soldi 1.
Soldi 5 invece per ogni castagna ed ogni grappolo d’uva. Segno evidente
dell’importanza superiore di questi frutti.
E più chi lasarà fora li porci senza guardarli pagarà per
chaduna volta et chaduno porco soldi 10,
Anchora che si troverà alcuni cani in le vigne in li tempi che possono
far danno paghino per chaduno cane soldi 5.
Infine le norme sui forestieri molto rigide e dispendiose nelle sanzioni, segno
evidente di un epoca in cui la salvaguardia dell’identità paesana
era al massimo livello.
E più s’alchuno forastiero lasserà pascolare le sue bestie
sopra il pascolo comune (il pascolo di proprietà del comune) pagarà
per chaduna volta et bestia soldi 10.
Erano molte le denuncie di sconfinamenti di bestie sopra il pascolo comune,
e spesse volte venivano anche requisite.
Anchora se ci fosse persona alchuna di Cavallirio la quale alberga alcune bestie
forastiere d’una notte in su pagarà scudo uno per chaduna notte.
Salvo in caso di estrema necessità e con la licenza dei consoli.
Ed infine le norme con i compiti dei campari:
Che il camparo del boscho sia tenuto in tutto il danno che si farà in
detto boscho solamente non notificando il malfattore.(6)
Il 1600 è il secolo dei grandi cambiamenti normativi perché si
assiste ad un assetto quasi definitivo sulle regole di carattere politico, ed
i nuovi Ordini che emergeranno saranno approvati dalle massime autorità
politiche del momento: il Senato di Milano ed il re di Spagna.
Gli Ordini di Romagnano saranno approvati nel 1600 (7). Quelli di Prato nel
1604 (8). Quelli di Ara nel 1606 (9). Quelli di Grignasco nel 1614 (10), come
pure quelli di Ghemme (11). Gli Ordini trovati di Cavallirio sono più
avanti nel tempo essendo stati scritti nel 1648 (12). Non sono in grado di dire
al momento se ve n’erano altri scritti in quei primi anni del secolo come
gli altri paesi.
Ecco quindi che questi nuovi Ordini prescrivono proprio al primo capitolo le
regole di funzionamento amministrativo, e quelli di Cavallirio lo spiegano efficacemente:
Prima si debbano ellegere 12 huomini nativi della terra delli più habili,
idonei, et di bon nome per il consiglio et bona administratione della terra,
delle quali se ne debba pigliar doi ogni sei mesi alla sorte per consoli, quali
consoli debbano reggere et administrare li negoty (gli affari) del medesimo
giustamente, et fedelmente.(13)
Seguono poi una serie di norme sui compiti dei consoli con delle multe severe
in caso di inadempienza.
Dovevano controllare personalmente i boschi e pascoli comunali ed avvisare i
campari delle eventuali irregolarità trovate.
Dovevano raccogliere le eventuali denuncie e trasmetterle poi al Podestà
di Romagnano o Novara.
Dovevano – alla fine del loro mandato – ordinare le taglie di pagamento
che poi il Caneparo, l’agente delle tasse, doveva riscuotere.
Dovevano indire le gare d’appalto dei vari beni e servizi.
Alla fine del loro mandato dovranno dar conto della loro amministrazione con
la presentazione dei bilanci.
Quindi i 12 uomini scelti per il consiglio ruotavano nella carica di consoli.
Due consoli insieme ogni sei mesi a sorteggio. Tre anni durava la carica dei
consiglieri affinchè tutti avessero modo di fare il console per sei mesi.
Questo consiglio si riuniva abbastanza frequentemente per il disbrigo della
normale amministrazione al suono di un rintocco particolare della campana. Ogni
consigliere aveva il tempo massimo di un ora dal suono della campana per poter
partecipare, e la mancanza senza valido motivo implicava dure sanzioni.
C’era quindi una obbligatorietà alla carica di consigliere e di
console, e di presenza effettiva alle riunioni.
A titolo d’esempio faccio conoscere alcune incombenze relative ai consoli
nel 1735:
Andato a Novara con la denunzia dell’arma da focho sbarrata di notte contro
il cane di Antonio Binello.
Andato a Novara con la denunzia del cavallo robbato al signor rettore.
Andato a Romagnano con la denunzia di Battista Pastore ferito da Battista Valazza.
Andato a Romagnano con la denunzia del’arma da focho sbarrata in Piatè.
Andato a Borgomanero a comprare due forme di formaggio per recognizione di S.E.
il Patrone.
Andato a Romagnano a reconoscere S.E.(14)
S.E. il patrone era la visita del feudatario Serbelloni, ed i consoli –
oltre al pagamento dei redditi feudali quali il dazio per carne, vino e osteria
– dovevano obbligatoriamente presentarsi a lui prestando giuramento di
fedeltà a nome della comunità, portandosi anche il solito regalo.
Saltuariamente poi – per cose di importanza elevata – il consiglio
decideva di convocare l’assemblea generale dei capi-famiglia: il Sindicato.
A questa riunione partecipavano tutti i capi-famiglia maggiori di 25 anni di
età ed estimati, coloro che pagavano regolarmente i carichi fiscali.
Non potevano partecipare le donne, e mentre non si sa per Cavallirio, ma a Romagnano
per esempio partecipavano solo coloro la cui famiglia era del paese da almeno
100 anni.
Il Sindicato si riuniva solitamente in un prato a fianco della chiesa parrocchiale
previo avviso affisso alla porta della chiesa durante la messa principale della
domenica.
In quel pomeriggio il Cursore, chiamato poi anche Fante (l’odierno Messo
Comunale) girava le vie del paese e le frazioni con il tamburo avvisando la
popolazione che si sarebbe svolta l’assemblea.
All’ora stabilita incominciava la riunione quando il Podestà di
Romagnano o un suo rappresentante si sedeva sopra una cadregha di legno da lui
eletta per idoneo tribunale.
Un atto simbolico molto importante che significava la solennità della
regola della legge.
Un notaio eletto come Cancelliere aveva il compito di registrare tutto ciò
che veniva deliberato incominciando con la chiamata nominativa di tutti i capi
di casa. Il documento ufficiale riportava i nomi dei partecipanti.
Il Sindicato aveva il compito di decidere sulle relazioni del consiglio e dei
consoli, sulle spese fatte durante l’anno, modificare o aggiungere nuovi
Ordini, eleggere nuovi consiglieri ed altro.
Mi sembra utile far conoscere alcune note sulla normale amministrazione per
far comprendere quali erano in quel tempo gli argomenti discussi e approvati
dal consiglio e dal Sindicato.
Oltre agli elenchi dei soliti debiti comunali si trova registrato nel bilancio
dell’anno 1736:
Pagato per otto barozze mandate a Biandrate con li bagaglj del Reggimento di
Claviscon francese £. 45:15
Dato a nostri Reverendi sacerdoti per un officio a defunti del mal epidemico
(la peste) £. 8
Speso per ferro e per far agiustare il batente della campana grossa £.
6:9
Pagato per la cera e terra di S. Grato per la benedizione del tempo £.
16
Speso di più per compire al numero giusto delli fagioli della Carità
di Santo Spirito £. 13:19
Pagato per mandare una lettera à nostri benefattori in Roma per la funzione
del carnevale £. .5
Dato ai nostri Reverendi sacerdoti per un officio fatto al Oratorio della Beata
Vergine delle Grazie per la pioggia £. 8.
Speso per agiustare a Oleggio la mazza dell’orologgio £. 1:10
Pagato a Novara per la consegna della denunzia della morte di Domenico Cominazzo
in Baraggia £. 8
Pagato per la visita del sodetto cadavere fatta dal notaio criminale dell’officio
di Romagnano £. 8:8
In un altro appunto viene spiegato che Domenico Cominazzo era stato ucciso nella
cascina di Stoccada.
Pagato al signor rettore per far cantare la messa a S. Germano per la pioggia
£. 3
Tenete presente che una giornata di lavoro di 12 ore valeva circa 3 lire come
quelle date al rettore per due ore di messa.
Speso per due libre di cera d’offerta all’oratorio della Vergine
Maria di S. Nazaro per parimenti implorare la pioggia £. 3 (15)
Questi documenti di Sindicato che riportano i bilanci della comunità
sono molto utili perché riportano nel dettaglio tutte le spese effettuate
durante l’anno, e permettono agli storici di ricostruire quasi fedelmente
il sistema di vita della comunità.
Questi Ordini del 1648– oltre all’approfondimento delle norme sulla
salvaguardia della campagna – contenevano altre novità, e l’articolo
20 precisava:
Chi farà pane fuori dal suo forno senza causa et senza licentia del fornaio
pagarà scudi uno per volta.(16)
Fuori dal suo forno significa che ogni cantone di Cavallirio aveva un forno
comunale e gli abitanti di quel cantone erano obbligati a servirsi di quel forno.
L’articolo successivo prescriveva una pena ben più severa contro
coloro che volevano vendere vino di sfroso.
Chi misurerà vino senza farne parte al brentore scudi 20 per detta volta
et sarà creduto à li detti fornaro et brentore con un testimonio
degno di fede.(17)
In quelle lontane epoche – e lo testimoniano efficacemente anche gli Statuti
novaresi – il giuramento sui vangeli e le testimonianze degne di fede
avevano valori assoluti e legali.
Ed infine una norma già presente in tutti i luoghi vicini e dettata su
indicazioni di ordini superiori per la salvaguardia dei propri cittadini.
Chiunque sarà in qualche modo offeso debba in tempo di giorni tre denunciarlo
alli consoli sotto pena di qualsivoglia danno e spesa.(18)
In altri luoghi la norma è molto meglio specificata. A Grignasco ad esempio
qualsiasi persona che sia insultata, derubata o picchiata è obbligata
a denunciarlo al console entro un giorno dal fatto accaduto, ed il console stesso
è obbligato farne denuncia immediata al Podestà di Romagnano.
Cinque anni dopo – nel 1653 – vengono emanate altre norme ad integrazione
delle precedenti con inasprimento delle pene a riguardo delle bestie forestiere,
in particolare contro le pecore. Una ulteriore norma permette la creazione del
catasto comunale (forse il 1° catasto comunale) per tenere sotto controllo
tutti i beni dei privati al fine del pagamento delle tasse e per tamponare le
usurpazioni sempre crescenti.
Era chiamata usurpazione il furto di territorio comunale da parte dei cittadini
e fu un fenomeno molto importante e generalizzato di cui se ne parlerà
più avanti.
Ed infine la norma in cui il consiglio debba cercar, accordar, et mantenere
un Reverendo Capellano per la messa, à conto della comunità.(19)
In mancanza di altri atti ufficiali si presume che questo sia il primo accenno
alla scuola pubblica di Cavallirio perché normalmente è con l’istituzione
di un cappellano aiutante del parroco che veniva insegnato ai bambini legere,
scrivere e far di conto.
Un paio di documenti relativi ai capitoli per il cappellano sono stati trovati
e risalgono agli inizi del Settecento.
Che sia tenuto celebrare cinque messe alla settimana secondo l’intenzione
della comunità, e celebrarle doppo sonata l’Ave Maria per magior
commodità di popolo.
Che debba assistere alle fontioni parochiali cioè come sarebbe a dire,
processioni, vespero et messa parochiale, et comovere la devotione più
che sarà possibile con zelo religioso e cantar le litanie della Beata
Vergine tutte le feste votive, e di precetto nell’oratorio della Beata
Vergine delle Gratie.
Che facj la scola alli figlioli con insegnarli legere et scrivere et darli boni
costumi cristiani a tutta quella quantità che li saranno mandati.
Che occorendo venire dè temporali ò tempi pericolosi, che debba
andar alla chiesa et exorgizzare secondo i riti e pregare Dio Benedetto aciò
li conservi i frutti della campagna.
Che tutte le feste che si sonerà la dottrina cristiana che vada alla
chiesa et istruisca i figlioli in quella con insegnarli i sentimenti cristiani,
et dire il rosario doppo il vespero secondo il nostro costume.(20)
L’ultimo giorno dell’anno 1678 vengono emanati ulteriori ordini
comunitari. Anche in questo caso vengono meglio specificate le mansioni dei
consoli e consiglieri, ed inasprite alcune pene.
Ma quello che appare più interessante sono alcuni ordini prescritti come
quello per comodare le strade.
Che il cantone di Villa sia obbligato a comodare le sue strade, et quello di
Marco le sue, et quello di Piatè le sue, et quello dell’Oro le
sue. Et detti cantoni ellegeranno un homo che comanda alli particolari di detti
cantoni che vadino a lavorare per comodare detta strada per rota, et chi non
handarà ad agiustare le sudette strade quando sarà comandato dal
deputato sotto pena di soldi venti al giorno per un homo, et per barozza soldi
trenta, et per una mula soldi quindeci, et per un asino soldi dieci per caduna
giornata.(21)
Sono le famose rojde per le riparazioni delle strade in cui tutti a turno dovevano
concorrere secondo un programma ben prestabilito ed obbligatorio. Ancora fino
all’Ottocento si usò in molti luoghi questo sistema.
Poi lo stesso documento riporta interessanti norme di comportamento del Cancelliere
della comunità (il segretario comunale), del fornaio, del brentatore,
del torchiere e del camparo.
Prima chi fittarà li forni sia obligato à mettere e far scaldar
il forno per fare il pane una fornera habile è bona et detta fornera
per sua paga si deve dare una carsenta (crescenza, lievito) per cotta conforme
il solito, et detta fornera sia obligata andar à casa del particolare
che vole far il pane à pigliar la farina et portarla al forno, et una
caricha di legna, et dopo cotto il pane sia obligata riportare una carica di
pane là dove ha pigliata la farina.
Che il fittavolo sia obligato a scaldare il forno ogni tre giorni una notte.
Che il fittavolo sia obligato à tenere una caldera sotto il forno per
far scaldare l’acqua, di tenuta di seggie otto per poter impastare il
pane, et duoi deschi di lunghezza di brazza quatro, larghezza di brazza uno
per cadun desco, et il fitavolo possa pigliare un pane per desco per sua paga
come il solito.(22)
Il regolamento è molto ben comprensibile ma necessita di alcune spiegazioni.
Da documenti del 1573 risultano due forni a Cavallirio, uno situato nel cantone
di Villa, il secondo nel cantone ubi dicti super Oru o sull’Oro. (23)
Una ulteriore indicazione viene da una relazione del 1713 in cui specifica esserci
4 forni: nel cantone di Villa, cantone sull’Oro, cantone di Marco, e cantone
di Piatè.
Per entrare invece nel dettaglio delle regole lette in precedenza è giusto
precisare che mentre il fittavolo, cioè colui che aveva in affitto il
forno, dava in paga alla sua lavorante una quantità ben definita di lievito,
riceveva in paga per l’uso del forno un pane per desco. Un pane per ogni
tavola coperta di pani. Ogni desco, quindi ogni tavola era lunga metri 2,62
e larga 66 centimetri. Su questa tavola ci stavano esattamente 16 pani di 30
centimetri di diametro. Come pagamento il padrone del forno si teneva uno di
questi pani.
In quell’epoca il fornaio era colui che faceva il pane ed il prestinajo
era colui che lo vendeva. In queste occasioni il fornaio diventa anche prestinaio
e quindi rivende i pani che ottiene da coloro che lo fanno cuocere.
Sembrerebbe poco a prima vista considerato anche che non tutti i giorni il forno
era acceso, però si tenga presente che tutti erano obbligati a servirsi
nel forno comunale sia per cuocere che per acquistare. Inoltre non tutti cuocevano
pane perché non tutti avevano a disposizione i grani necessari.
Poi c’erano le regole per la brenta della comunità. La brenta era
la misurazione del vino destinato alla vendita ed anche questo era un lavoro
molto importante perché buona parte dell’economia rurale delle
nostre zone si basava sulla coltivazione della vite. Non tanto per il consumo
privato, ma come vendita del prodotto finale. La produzione di vino a Cavallirio
nel 1807 fu di 5.000 brente.
Prima che si debba andare à misurare à richiesta di qualsivoglia
particolare et votarlo nel botallo baule e basta.
Che non possa pigliare più di un soldo per brenta tanto a quelli di Cavallirio
come alli forestieri
Che il brentatore sia tenuto a tenere un cebro et una canna per misurare, et
se il brentatore spartigasse una brenta di vino sia obligato a pagarle il vino
quanto ne buttarà a male.(24)
Collegato alla coltivazione della vite ed alle regole per il brentatore c’erano
i torchi.
Secondo una relazione del 1713 la comunità è in possesso di due
torchi che vengono messi a disposizione di chiunque voglia servirsene. Oltre
a questi in tutto il borgo ne esistono altri 7 privati. (25)
E’ stato trovato un documento del 1574 relativo alla costruzione dell’edificio
per i torchi anche se non si è in grado di dire se tali torchi comunitari
esistevano anche in precedenza.
Prima deliberati di far far li doj torchi voleno che si levi una casa di largezza
di braza quatordeci dentro le muraglie (metri 12,60) di altezza in gronda da
la terra braza sei (metri 3,60). Con li soj fondi spigi ala quantità
dil piovente con doj pilastri in mezzo per ajuto de sostener lo techio per la
grande portada.
Le dette muraglie si fonderanno braza due sotto terra (metri 1,20), e, sarano
di grosezza braza uno sotto terra (cm. 60), et di sopra per doj braza di altezza
della medesima grosezza tutto intorno, poi se astringeranno.
Se farà due porte con soj cadenazzi, coperta di coppi di fornace et in
essa farà doj torchj de vino, et li darà fatti et perfetti che
caspiano vino.
La detta casa si haverà da consegnare fata finita e perfetta per tutto
agosto proximo et li arbori con soj vasi, tormentoni et letti de doj torchj
dentro per tutto novembre proximo. Et di modo che l’anno 1576 proximo
possano lavorare.
Il prezzo totale dell’opera veniva fissato in 180 scudi d’oro (1
scudo d’oro = 6 lire = 1080 lire imperiali), e l’appalto venne vinto
da Silano de Silani feraro di Cavallirio. (26)
Anche i gestori dei torchi erano sottoposti a regole precise:
Prima chi pigliarà a far lavorar detti torchj siano obligati esser habili
a tal facenda et pigliare compagni conforme darà ordini li consoli.
Che il fitavolo sia obligato a servire qualsivoglia particolare dando li suoi
termini di denaro et in caso andasse à male un caspio di vinazza, ò
il vino che sarà in dette vinazze sia obligato il fitavolo pagarle il
detto vino ò il danno.
Che il fitavolo con soj compagni siano obligati andare dalli particolari che
vogliono far caspiare le vinazze à pigliare dette vinazze et portarle
al torchio et fatto il vino siano obligati à portarli a casa il vino
di quel che sono andati a pigliar le vinazze sotto pena di soldi venti per caduna
volta.(27)
Infine i capitoli per il camparo.
Il camparo – stipendiato regolarmente dalla comunità – era
una delle figure più importanti nell’economia rurale di quel tempo,
ed è una figura che è durata ininterrottamente per secoli fino
all’industrializzazione della seconda metà del Novecento.
Costui aveva il compito di tenere sotto controllo il territorio locale denunciando
obbligatoriamente tutti coloro che arrecavano danni ai boschi, ai pascoli, ed
alle coltivazioni in generale. Danni personali o danni provocati dalle loro
bestie.
Le regole di comportamento del camparo erano molteplici ed in sostanza erano
scritte nei vari Ordini e Grida emesse dalla comunità a frequente cadenza
proprio perché di tanto in tanto si verificavano nuove situazioni che
determinavano l’emissione di nuove regole non previste in precedenza.
In un documento del 1736 sono elencate 36 denuncie fatte dal camparo nell’anno
precedente. La maggioranza delle accuse riguardano pecore e mucche che avevano
sconfinato:
Accusa due pecore di Battista Cominazzo nella segale a Brusato di Giovanni Battista
Angeloto £. 3
Accusa due pecore di Bartolomeo Martinetto nel formento di Carlo Sartorio a
Langroni £. 3
Accusa una vacha di Pietro Cominazzo nel melgone a Brusato di Domenico Luotto
£. 1:10.
Una seconda serie di accuse era relativa a persone che concedevano a forestieri
la possibilità di raccogliere strame all’interno del territorio
comunale, ed abbiamo visto in precedenza che era severamente proibito.
Accusa Giò Battista Martinetto per haver affitato il strame alle Bondazze
à uno di Bocha £. 6
Una sola denuncia per furto:
Accusa Antonio Caudrino à pigliare ugha nella vigna alla Costa di Pietro
Francesco Cerro £. 6 (28)
Ma vediamo ora un altro aspetto dell’amministrazione comunale e dei suoi
compiti.
Come si è accennato in precedenza tra i compiti dei consoli c’era
anche quello di indire le gare d’appalto di alcuni servizi quali la gestione
dei forni, dei torchi, il servizio di riscossione delle tasse (il Caneparo),
della brenta, oppure lavori comunali di pubblico interesse.
Come funzionava la gara d’appalto?
Alla riunione potevano partecipare tutti i maggiorenni, anche di altri paesi.
Venivano spiegate le condizioni d’appalto ed immediatamente dopo veniva
accesa una candela di una certa misura. Cominciavano le offerte e si protraevano
per tutto il tempo che rimaneva accesa la candela. Al momento in cui finiva
la candela e si spegneva da sola rimaneva valida l’ultima offerta fatta,
e colui che l’aveva fatta otteneva l’appalto.
Come si sarà notato si è parlato di diversi beni comunali ma non
si è accennato finora di un bene fondamentale e necessario presente in
molte comunità ma non a Cavallirio: il mulino.
Il borgo di Cavallirio non ha mai avuto un corso d’acqua con una quantità
e pendenza tale che permettesse la costruzione di un proprio mulino, e pertanto
gli abitanti di questo luogo dovevano necessariamente servirsi di altri mulini.
Ma i tempi non erano come quelli attuali dove ognuno è libero di andare
ovunque. Bisognava per forza andare a macinare dove altri più potenti
volevano, e gli interessi erano molto elevati.
Cavallirio faceva parte del mandamento di Romagnano e quindi è in quel
luogo che dovevano recarsi obbligatoriamente.
Durante la prima metà del 1500 il comune di Romagnano riuscì ad
acquistare ben 4 mulini dislocati nel raggio di 300 metri e posti tra lo stabilimento
Botto e il mulino di Prato ancora presente nella circonvallazione del paese.
In seguito ad una lunga lite tra il comune di Romagnano e quello di Cavallirio
sull’utilizzo di parte della baraggia, le due comunità giunsero
ad un accordo nel 1536 e Romagnano concesse la possibilità ai cavalliresi
di raccogliere legna e fare strame in quella parte di baraggia, in cambio però
dell’obbligatorietà a macinare in uno dei propri mulini. Prima
fu utilizzato il mulino chiamato del sasso, ed in seguito il mulino chiamato
De Carli che venne chiamato di Cavallirio.(29)
Il mulino fu usato fino al 1778 finché venne di nuovo proibito ai Cavalliresi
di utilizzare la solita baraggia ed andarono altrove a macinare i loro grani,
anche perché in quell’epoca erano di fatto finiti i vincoli feudali.
La vicenda è anche ricordata in una relazione del 1723 dal conte Guidobono
per conto della Camera di Milano. L’intervista è rivolta a Giovanni
Battista Angelotto:
Cent’anni fa seguì una convenzione per instrumento rogato da un
notaro, il nome del quale non mi ricordo tra la nostra comunità, e quella
di Romagnano, che noi fossimo tenuti mandare i nostri grani a macinare al molino
di detta comunità di Romagnano e che fossimo obbligati dare al fitabile
di detto molino cinque coppi per ogni sacco di grano,(1 coppo = litri 0,988)
et all’incontro la detta comunità di Romagnano diede la ragione,
e facoltà alla nostra comunità di poter mandare a pascolare i
nostri bestiami nelli detti sessanta moggia di brughiera e di più restò
obligata la nostra comunità a dover sborsare a quella di Romagnano in
due volte lire 800 nel termine di due anni, e non pagando detta somma ed in
detto termine fosse obligata a pagare alla medesima lire quaranta annue in perpetuo,
ma perché li nostri antecessori non hanno mai pagato le lire 800, né
le lire 40 ci viene contrastato dalla comunità di Romagnano il godimento
di detto pascolo.(30)
E’ molto probabile che il riferimento di cent’anni fa fatto da Angelotto
sia in effetti un ulteriore accordo seguito al primo effettuato nel 1536.
Vediamo ora di comprendere alcuni altri aspetti della vita
di quel tempo. Si è accennato precedentemente al fenomeno delle usurpazioni
e quello degli eccessivi debiti comunali. Come sono venute le usurpazioni e
come mai si sono sviluppati così tanti debiti – in tutti i luoghi
– fino a mettere in crisi intere comunità.
L’aumento graduale della popolazione specialmente nel corso del ‘700
ha portato anche un aumento della superficie coltivata e quindi conseguentemente
ad un aumento della produzione e maggiore varietà di prodotti.
Qual’è stato il meccanismo che ha prodotto questo graduale sviluppo?
Bisogna velocemente fare un passo indietro nel tempo.
All’inizio – parliamo del Medioevo – tutto quanto era nella
mani del re o imperatore. Costui concedeva parte delle sue terre ai suoi vassalli
in cambio di denaro, vari servizi, ma soprattutto l’appoggio militare
in caso di guerra.
Poi tutto passò dalle mani dell’imperatore alle città e
comuni, ed in seguito allo Stato di Milano, ma mantenendo sempre alcune autonomie
locali.
Si sviluppò gradualmente la proprietà privata. Rimase ancora il
feudatario del luogo fino alla sua completa soppressione con l’avvento
dell’era napoleonica, ma salvo alcuni diritti e regalie, esso non accampava
più alcun diritto sulla proprietà privata.
Quindi nel complesso la proprietà dell’intero territorio di Cavallirio
si suddivideva tra ordini ecclesiastici, chiesa e confraternite religiose che
vedevano continuamente aumentare i loro possedimenti grazie ai lasciti testamentari.
(enti che non pagavano tasse).
Nobili di altri luoghi con possedimenti nel territorio (che non pagavano tasse
a Cavallirio, ma nella città da dove provenivano).
Piccoli proprietari (gli unici che pagavano le tasse di proprietà).
Ed infine il comune che possedeva una grossa fetta di territorio non coltivato:
tutta la zona boschiva e tutta la baraggia utilizzata per il pascolo comune.
Cosa accadde a incominciare dal Cinquecento e fino a tutto il Settecento? Si
verificò il fenomeno delle usurpazioni!
In sostanza, in modo lento e graduale i singoli contadini ed i lavoranti del
nobile allargano le loro proprietà roncando nuovo territorio a danno
del comune, e quindi ampliando la superficie coltivata.
Quello delle usurpazioni del territorio è stato un fenomeno generalizzato
in tutte le realtà dei nostri paesi. I comuni o comunque l’autorità
costituita non riuscì a fare nulla per secoli, o comunque fecero molto
poco forse perché si rendeva necessario l’aumento produttivo legato
all’aumento della popolazione, ma non credo che avessero fatto questo
conto. E’ più probabile invece che, chi più e chi meno,
tutti fossero coinvolti nelle usurpazioni. Sta di fatto che ogni tanto l’amministrazione
comunale sanava la situazione effettuando delle finte vendite, o facendo finta
di affittare per un certo numero di anni i terreni usurpati.
Il classico condono era un metodo utilizzato già nei secoli passati.
E’ però altrettanto difficile definire se tutto ciò che
accadde sia stato un bene o un male.
Da un lato è stato un bene perché ha portato ad un allargamento
della superficie coltivata su terreni comunali gerbidi. Terreni che necessitavano
di un aumento produttivo che consentisse di sfamare l’aumento della popolazione.
Dall’altra è stato un male perché si trattava di furto vero
e proprio e per di più a vantaggio del ceto più benestante come
sempre accade.
Un ulteriore allargamento della superficie coltivata avvenne infine durante
il periodo di occupazione napoleonica quando furono messi in vendita gli ultimi
appezzamenti ancora nelle mani dei comuni, e con la vendita forzata di tutte
le terre di proprietà delle confraternite.
In quest’ultimo caso la requisizione e vendita era stata determinata –
non solo per la necessità di foraggiare le spedizioni e le guerre napoleoniche
– ma anche e soprattutto per arginare gli enormi debiti che tutti i comuni
avevano contratto nel corso dei secoli.
Come si erano formati questi debiti comunali?
Essenzialmente con le tasse.
Il popolo già di per sé molto povero era costretto a mantenere
tutti. Manteneva le strutture pubbliche più alte come lo stato di Milano
e il Contado di Novara. Manteneva le poche figure comunali con lo stipendio
al camparo, al fante, al campanaro, all’esattore, ai consoli. Contribuiva
a mantenere il feudatario del luogo tramite il dazio sulle carni e sul vino.
Sovvenzionava la religione e tutto il clero presente, ed ho già ricordato
che tutte le terre di proprietà della chiesa e delle confraternite non
erano soggette a tasse. Ed infine – cosa ben più pesante –
manteneva gli eserciti, amici o nemici che fossero. Questa è stata la
tassa più pesante di questi secoli perché sostanzialmente dalla
metà del 13° secolo fino all’inizio del 1700 queste zone hanno
pagato per i più disparati eserciti che vi dimoravano.
Una parte di esercito si stanziava a Cavallirio e i soldati dovevano essere
alloggiati e nutriti nelle singole case con i loro cavalli subendo anche le
violenze e gli stupri sulle loro donne. I contadini nutrivano tutti e poi presentavano
il conto al comune che a sua volta relazionava dei costi presso il Contado di
Novara. Quest’ultimo organismo dopo aver ricevuto i conti di tutti i comuni
effettuava l’ingualanza o eguaglianza per distribuire equamente i costi
militari. Per cui due o tre anni dopo alcuni comuni potevano ricevere un rimborso
perché avevano speso più di altri, oppure se non avevano avuto
soldati da sfamare dovevano pagare per aiutare al sostentamento gli altri comuni.
Non avendo soldi i comuni si affidavano a persone benestanti per avere dei prestiti,
e molte volte ipotecavano beni comunali come mulini e forni.
I prestiti erano normalmente al 5% e duravano parecchie decine di anni pagando
ogni anno solo gli interessi.
Non riuscendo a saldare il debito contraevano altri prestiti per pagare quelli
precedenti e così via.
Ogni comune durante quei secoli aveva 10 o 15 mutui da soddisfare a ricchi privati
con la conseguenza che ogni prestito contratto serviva a pagare gli interessi
dei precedenti e nuove tasse al Contado.
Si è trovato addirittura il caso di Ghemme del 1628 in cui il comune
aveva da riscuotere dal Contado 1200 lire imperiali per ingualanza degli anni
precedenti, ed avendo l’urgente necessità di reperire del denaro,
mise all’asta il credito recuperando solo 800 lire.
Ritrovandosi la comunità di Ghemme nell’estremo bisogno dè
denari per pagare li creditori per causa dè censi della detta comunità
alcuni dè quali di già hanno mandato l’esecutione alla detta
comunità et pignorate molte bestie bovine, et halcuni altri hanno ottenuto
et hanno domandato l’essecutione alla comunità et hancora per il
bisogno presentaneo di provedere dè guastatori et bovi per mandare al
esercito per servitio di S.M. Cattolica conforme li comandi, né sapendo
detti consoli in questi tempi di guerra tanto estremi e calamitosi né
quali li particolari sono esausti et hinabili a pagare taglie, dove trovare
dinari havendo penuria, fatto ogni possibile diligenza per trovare denari a
censo ò in altro modo per socorrere alli urgenti e presentanei bisogni
della detta terra, né essendosi potuto trovare denari finalmente per
sodisfare le eccessive spese et caposoldi quali si presentano alla detta comunità
si sono risoluti di volere incantare et vendere al pubblico incanto un credito
futuro della detta comunità di lire 2.000 che maturerà nel gennaio
1629. (31)
La delibera è di fine marzo 1628 per cui la comunità ha perso
il 30% del suo capitale per nove mesi di tempo.
Si trovano documenti anche di Cavallirio per queste contribuzioni militari che
avevano conseguenze funeste non solo economiche. Uno di essi del 1648 dà
l’elenco del fieno razziato in paese da un grosso contingente di dragoni
tedeschi stanziati a Romagnano. Si tratta del fieno che ben 70 famiglie avevano
raccolto per l’inverno, per il totale di 768 fassi (1 fasso = Kg. 75,94.
Totale circa 580 quintali) (32).
Ma non ci si limitava alle razzie perché ogni comunità doveva
contribuire con soldati di milizia, conducenti di muli e bovari portandosi al
seguito i propri animali con la speranza di ritornare indietro vivi con i propri
animali.
Abbiamo alcuni esempi perché per questi incarichi si stilavano regolari
contratti notarili:
1° - che detto Jacomino Viano sij obligato a inservire per soldato di militia
per servitio di S.A.R. per il novo ultimo sequestro spettante à detta
terra di Cavalirio conforme l’avviso havuto per quale spetta di novo a
detta terra di Cavalirio un soldato di militia et servire fedelmente e puntualmente
sin tanto sarà licentiata detta militia per quale essa comunità
è obligata à mandare di novo un soldato come sopra oltre li di
già mandati.
Che detta comunità sij obligata per tal servitio dare è pagare
a detto Jacomino venti soldi al giorno incominciando il giorno di hieri et questo
per tutto il tempo che servirà et sin che sarà licentiata detta
militia et pagarli di mese in mese
Che occorendo che tra un anno proximo a venire non sij licentiata detta militia
ma vada continuando, che in tal caso spirato detto anno sij in arbitrio d’esse
ambe parti di continuare.
Che detta comunità sij obligata dar et pagare di presente al sudetto
Jacomino anticipatamente lire tre come così detto Jacomino ha confessato
haverli havuti in tanti boni denari d’oro et argento. (33)
Il secondo documento del 1638 precisa:
Prima che detto Gaudentio Andriolo sia obligato a seguire per bovaro dietro
quel paro di bovi dati da detta comunità per servitio di S.M conforme
all’aviso havuto overo occorerà andare conforme sarà comandato
da superiori et tener l’uso de betti bovi come se fossero propri da qua
et fino li quatro del mese di aprile prossimo che sarà il giorno della
resuretione di Nostra Santa Giesa sotto refletione di ogni danno et spesa della
comunità
Che per tal servitio sia obligata detta comunità di Cavalirio et per
lei detti consoli à dar et pagar al sudetto Gaudentio Andriolo ò
soj heredi lire tre imperiali per ciaschedun giorno incominciando il giorno
d’hoggi sino per tutto detto li quatro d’aprile proximo.
Che nelle feste proxime della Resurretione di N. S. come sopra sia obligata
la comunità di Cavalirio à mandare altro bovaro al quale esso
Andriolo possi riconsegnar li bovi per poter liberamente ritornar a casa et
caso che detta comunità sia negligente in mandar detta altra persona
per l’effetto sudetto sia obligata a dare lire sei imperiali al giorno
al sudetto Gaudentio Andriolo.
Caso che li bovi morissero ò li fossero robbati ò in qualsivoglia
maniera andassero a male che in tal caso detto Andriolo sia obligato a portar
una fede in che maniera detti bovi si saranno persi, né per essi poi
detto Andriolo sia tenuto a cosa alcuna.(34)
In questo caso è la stessa comunità che fornisce i bovi. L’ultimo
documento per questo argomento è del 1692:
convengono detti Gaudentio de Silani per due mule, Giovanni Battista Sartore
per due altre mule, et Silano de Silani per altra mula, che in tutto sono cinque
mule di andare al campo con dette loro mule à condurre le vettuaglie
in Piemonte per Sua Maestà Cattolica per ordine dell’autorità
militare in Piemonte, come sin d’adesso promettono di andare a Novara
a caricare, et di li dove saranno comandati et servire con ogni pontualità,
et fede alta per tutto il tempo farà di bisogno, et non recedere, né
partirsi dal servizio fin a tanto non saranno licentiati pagandoli però
la comunità di Cavalirio, lire quattro per caduna mula al giorno.
Quest’ultimo documento invece specifica che sono i contadini stessi che
dovranno portare i loro animali al servizio e la cifra giornaliera per l’impegno
sarà di sette lire al giorno per ogni mula, infatti i capitoli successivi
prescrivono che oltre alle quattro lire per mula che pagherà la comunità,
i singoli conducenti dovranno richiedere all’amministrazione militare
altre tre lire al giorno. Qualora gli addetti non riuscissero a recuperare la
differenza sarà la comunità a sopperire alla mancanza.
Un’ulteriore norma prescrive:
et quando per qualche disgratia, scoreria dè nemici restassero detti
conducenti preda del nemico, et che li togliessero le loro bestie e perdessero
ogni speranza di haverle che all’hora sia tenuta la comunità risarcire
detti conducenti per il prezzo di dette mule alla stima et giuditio di doj amici
in comune. (35)
Abbiamo visto in precedenza che la paga di 12 ore di lavoro
di un salariato equivaleva al valore di una messa cantata per la pioggia: 3
lire.
In questi ultimi casi abbiamo altre comparazioni: un soldato di milizia è
pagato 20 soldi al giorno, equivalenti ad una sola lira al giorno. Il soldato
di milizia è solo un giovane non sposato, e quindi vale poco.
Nel secondo caso è il bovaro con più anni e più esperienza
di lavoro: la paga è di 3 lire al giorno, ed in questo caso il giorno
di lavoro o di impegno è di 24 ore.
Nel terzo caso infine la paga è maggiore perché gli addetti si
dovranno portare appresso le loro mule che verranno a mancare per i lavori nei
campi.
7 lire al giorno per ogni mula! Ma quello che appare incredibile è che
si parla solo di mule, per cui avverrà un eventuale risarcimento se si
perdono le mule ma non se rimarranno uccisi gli uomini.
E’ l’epoca in cui le mule e le vacche avevano più valore
della vita di un uomo.
Ecco, è con questi ultimi esempi sulle requisizioni
militari, sulle tasse e sulle guerre che termino sforzandomi di farvi comprendere
le gravi difficoltà che hanno dovuto superare i vostri lontani antenati
di modo che voi possiate apprezzare maggiormente ciò che oggi possedete.
Poco o tanto che sia.
La Sesia e la Mora tra Prato Sesia e Romagnano nel tempo passato
Guardando le acque scorrenti del fiume Sesia ora, per la quasi
totalità delle persone che vivono accanto ad esso, significa ritornare
al passato prossimo quando negli anni giovanili si passavano le giornate tuffandosi
nelle sue buche e sfidando le sue correnti.
Era una delle molteplici risorse che il fiume poteva produrre. La più
voluttuaria se si vuole, ma anche questa di una certa importanza perché
complementare, anche se non indispensabile, alla vivibilità dell’uomo
in rapporto all’ambiente che lo circonda.
Anche la raccolta delle pagliuzze dorate che il fiume trasporta è risorsa
voluttuaria ora, anche se in passato non era considerata tale per molti, perché
il fiume Sesia era ed è tuttora considerato uno dei migliori fiumi auriferi.
Esistevano nel passato parecchie miniere d’oro in Valsesia a partire da
Alagna, come a Boccioleto e nel Campo d’Artogna di Campertogno.
Ma l’oro lo si raccoglieva direttamente anche dalla sabbia del fiume.
Una relazione dei primi dell’Ottocento spiega il metodo di raccolta dell’oro
a Ghislarengo:
essa consiste nel porre un piano inclinato sopra cui pongono una
data quantità d’arena, indi continuamente vi versano dell’acqua
e rimuovono l’arena con una scopetta, nonché tutta l’arena
sia trasportata, indi levano le pagliuzzine, o minuti granelli restati nella
parte superiore del piano inclinato. (1)
Un metodo molto semplice e antico che sarà usato in seguito anche nell’Ovest
americano.
Ma oltre a questi casi per così dire voluttuari pochi si soffermano a
pensare alle altre importanti risorse che il fiume produceva e che hanno avuto
importanza fondamentale nello sviluppo socio-economico della nostra civiltà.
La stessa risorsa della pesca che seppur di dimensioni ridotte ha contribuito
per secoli ad integrare le misere e scadenti razioni cibarie dei nostri antenati.
La sabbia e i sassi del fiume che per secoli sono stati l’elemento primario
per la costruzione delle abitazioni e degli stessi castelli presenti in zona.
Centinaia e centinaia di barozze cariche di sassi scelti uno ad uno perché
dovevano essere di una certa forma e pezzatura, mentre quelli più grandi
dovevano essere spaccati. Un lavoro antico e pesante svolto anche dai bambini,
dove noi tutti non abbiamo la piena consapevolezza delle fatiche che ha comportato,
ma ci limitiamo ad ammirare solo la grandiosità degli edifici.
Anche per la costruzione degli stessi ripari del fiume spesse volte i sassi
non erano raccolti a caso:
Verrà formato il selciato alle due scarpe, e banchina superiore,
con ciotoli che siano in lunghezza dai centimetri 30 ai 40, e dovranno essere
della larghezza non maggiore di due terzi della loro lunghezza, e di figura
ovale, esclusi li rotondi – e che siano bene collocati l’uno coll’altro
da persona abile. (2)
Con quei sassi infine si pavimentavano i cortili e le strade interne dei paesi.
Altra fondamentale risorsa era lo sfruttamento della forza di quell’acqua
per fa girare le pale dei mulini e delle piste per la canapa presenti fin dal
Medioevo. Con il passare del tempo subentrarono anche ruote di filande e filatoi
fino a giungere alle prime turbine del periodo preindustriale.
Ed infine l’importante risorsa dell’irrigazione del territorio,
o quantomeno quel poco che era possibile irrigare nelle vicinanze dei corsi
d’acqua in quei tempi lontani.
In linea di massima quei cavi d’irrigazione erano stati fatti costruire
dai ricchi proprietari, in prevalenza nobili, proprietari delle cascine e di
buona parte della terra circostante. Con il passare del tempo quei cavi si allungarono
e se ne costruirono di nuovi per portarli al servizio di altri proprietari che
ne avevano compreso l’importanza. E quell’acqua era troppo importante
e preziosa per non essere regolarizzata, non a caso si trovano negli archivi
le convenzioni sul suo utilizzo. In tali accordi sono stabilite le ore a disposizione
di ogni singolo proprietario per l’irrigazione del suo fondo:
da vesper della domenica sino al martedì al vesper per uso
delli prati de Carolo Placito et Jacomino Penno, dal martedì, a vesper
sino al giobbia seguente, a simile hora per uso delli prati di Bartolomeo de
Ferro et di Bartolomeo de Furgoto.
Dalli vesper di venerdì al vesper della domenica per uso delli prati
di messer Gioanne Aglieto et di Giò Antonio Titone poi sucessivamente
per uso del prato di Antonino et fratelli de Sesono a la volontà dell’altri.
Cun patto che trovandosi alcuno di essi à rubar l’aqua li detti
giorni assignati ad altri per uso de soj prati ò sia consentirla per
uso suo incorra in la pena de uno scuto per caduna volta robbata detta aqua.
(3)
I terreni prativi delle zone irrigate avevano alti valori commerciali rispetto
anche a tanti terreni aratori.
Ma ciò che più d’ogni altro si erge a simbolo dell’irrigazione
è un’opera di grandi dimensioni e di eccezionale qualità
strutturale per i tempi in cui venne costruita.
La Roggia Mora.
Per capire meglio come nacque e come si sviluppò bisogna ritornare al
tempo della pace di Costanza del 1183, quando Federico Barbarossa sconfitto
dalle città della Lombardia unite in Lega, concesse alle stesse città
i diritti sulle acque, e quindi sui mulini e pascoli in generale. Questo diritto
di possesso del fiume Sesia passò quindi dall’imperatore alla città
di Novara. Comprendeva non solo il fiume ma anche tutte le rogge che s’immettevano
in esso, e quelle che prelevavano acqua dallo stesso fiume. Tali acque servivano,
oltre alla poca irrigazione di quel tempo, anche a far girare i mulini e per
il rifornimento idrico della stessa città di Novara.
E’ il caso qui di una roggia chiamata Nuova o Maggiore che prendeva il
suo avvio a Romagnano e che continuava fino alla città. Tale roggia era
stata costruita dai novaresi al tempo dei primi Podestà, forse utilizzando
vecchi alvei presenti di un’ancor più antica roggia – segnalata
già a suo tempo dal Dionisotti – che da Romagnano portava l’acqua
alle terme di Novara passando da Caltignaga ed immettendosi nell’Agogna.
(4)
In ogni caso questa roggia Nuova risulta già segnalata nel maggio del
1194, venendo poi ampliata nel suo corso superiore – secondo quanto asserisce
Andenna – intorno al 1277. (5)
Così rimase per altri due secoli.
Il 14 novembre 1481 il duca di Milano Gian Galeazzo Sforza concesse a suo zio
Ludovico Sforza detto il Moro la possibilità di usare l’acqua della
Sesia per irrigare le sue tenute di Vigevano. Qualche anno più tardi
– nel 1487 e 1488 – lo Sforza sottoscrisse le convenzioni con la
città di Novara proprietaria della roggia Nuova.
Nella prima si concedeva allo Sforza il diritto di usare lo stesso corso d’acqua
denominato fino a quel momento Roggia Nuova mantenendo salvi i diritti della
città di Novara quantificati in 8 rodiggi, (o Rovezijs) d’acqua.
(6)
Il rodiggio è un’antica unità di misura significata dalla
quantità di acqua necessaria a far girare la ruota di un mulino, e dovrebbe
essere pari a 6 once d’acqua. Dovrebbe, perché vi furono infinite
discussioni su questa unità di misura. (7)
In quell’epoca però tale unità di misura non teneva conto
del salto idraulico dell’acqua contro le pale del mulino. Solo nell’Ottocento
si fissarono dei valori convenzionali ai rodiggi. Così ad esempio per
la Roggia Mora un rodiggio piccolo consisteva in 216,72 litri d’acqua
il secondo; mentre un rodiggio grande era di 289 litri il secondo. (8)
Inoltre in quella convenzione lo Sforza era tenuto a sue spese a far costruire,
nel luogo detto “el Torna Fora” nel territorio di Romagnano,
conche per far uscire l’acqua dall’alveo delle rogge al tempo delle
inondazioni delle acque, in modo tale che predette inondazioni di acque non
portino però alcun danno alla città di Novara e agli altri beni
della Diocesi. (9)
La convenzione dell’anno successivo concedeva invece allo Sforza la possibilità
di estrarre ogni altra quantità di acqua fatti sempre salvi ed in perpetuo
i diritti della città; e fatti salvi i diritti di tutti coloro che già
avevano derivazioni precedenti l’accordo. Con l’obbligo però,
da parte delle singole comunità servite, a tenere ben spazati gli alvei
delle rogge in modo che non si perdano le acque. (10)
Ma gli obblighi e le proibizioni non erano limitati solo a quello. Era proibita
la pesca nel corso del canale. Era ovviamente proibito rubare acqua dalla roggia.
Per gli utenti autorizzati al prelievo era proibito prenderla fuori dalle ore
stabilite e perché molte volte difficilmente, si trovano li delinquenti
si avvertisce ciascheduno, che si procederà contra il primo utente, non
notificando lui il delinquente. (11)
Era proibito offendere i lavoranti, i campari, i fattori e gli Agenti della
Mora.
Per questi “crimini” non erano previste solo pene pecuniarie
molto elevate, ma anche la prigione, la fustigazione, ed in certi casi ad essere
banditi dallo Stato di Milano. Un ampio potere un po’ incomprensibile
per una concessione d’acqua, dove la stessa città di Novara protestò
più volte asserendo che queste Grida erano fatte solo per tirar nelle
reti li poveri paesani alle dette acque confinanti empiendo le borse delli Agenti.
(12)
Nasceva così in quegli anni di fine Quattrocento grazie soprattutto a
Giuliano Guascone che ne fu l’artefice, una nuova roggia che in seguito
prese il nome di Ludovico il Moro – Roggia Mora – che partendo da
Romagnano e incrociandosi con altre canalizzazioni andava fino a Vigevano nelle
tenute della Sforzesca di proprietà dello stesso Ludovico. Un’opera
idraulica di enormi dimensioni lunga una sessantina di chilometri che aveva
comportato sforzi sovrumani per la sua realizzazione. Ma ciò che va sottolineato
nella sua grandezza sono due altri motivi: il primo è quello della finalizzazione
all’irrigazione di una vasta area legata alla bonifica del territorio,
e giova ricordare che a quel tempo la maggior parte delle terre erano ancora
incolte e acquitrinose. Il secondo è che la Roggia Mora è considerata
un capolavoro idraulico che utilizza attraverso la interconnessione tutte le
principali forme idriche sul territorio a cominciare dalla Sesia, il torrente
Strona, l’Agogna, il Terdoppio, ed in seguito il torrente Roccia di Prato.
Inoltre l’intero sistema fu pensato e realizzato in modo da far confluire
nella Mora anche la maggior quantità di acque risorgive e fontanili presenti
sul territorio che attraversa.
Ma cerchiamo di capire più in dettaglio come si presentava la situazione
nella zona di Romagnano. Si è accennato precedentemente all’obbligo
da parte di Ludovico il Moro della costruzione di conche
nella zona di Romagnano chiamata el Torna Fora. Queste conche, o stravacatori
o scaricatori o discantatori non sono altro che canali scavati fiancheggianti
l’argine della Mora, e avevano un duplice scopo: il primo era quello di
scaricare l’acqua in eccesso portata dalle inondazioni, per cui l’acqua
superando un determinato livello ritornava nel fiume. Il secondo scopo era invece
quello della necessità di portare a secco il corso del naviglio in caso
di spazzatura o riparazione d’argini. In questo caso bastava chiudere
le porte situate normalmente a pochi metri da quelle conche, o frapporre al
largo del canale degli ostacoli, e le acque erano scaricate nella Sesia mandando
a secco il naviglio per il tempo necessario.
Questa prima conca del Torna Fora si trova tuttora vicina all’antico imbocco
della Mora chiamato Incastrone, dietro alle ultime case Fanfani di Romagnano.
Ma n’esiste una seconda più o meno dietro allo stabilimento Kimberly
nei pressi del luogo chiamato Il Ponte di Tabia. Anche questa conca è
molto antica, e conosciamo la sua esistenza già dal 1584 grazie ad una
relazione svolta da Ferrante Ponzano che tra l’altro ci fa conoscere che
a distanza di cent’anni dalla sua creazione la Mora non era affatto in
buone condizioni. Tale visita era stata promossa a causa della mancanza di stravacatori,
ponti e argini lungo l’intero suo corso con conseguenze disastrose per
le strade reali, ed inevitabilmente con rischi per i viandanti in
cui molti s’annegano.
Per la parte relativa a Romagnano il Ponzano scrive:
che detta Mora non à porte di serarla per sugare –
né discantatore per discaricare, che è uno gran difetto in simile
rogie perché tutte le rogie et navily hano, ò devono havere il
suo descantatore et porte, per sugare, et intendiamo che quando vogliono sugare
rompono la chiusa e gli va poi del tempo ad conzare, oltra che dove si aconza
resta sempre mal sicuro et pericoloso et essendovi li suoi discantatori et porte
per sugar serverà al tempo delle piogge per mandare l’acqua per
Sesia et la Mora non receverà se non le acque che per natura gli scolano
dentro le quale sendo sole facciano manco danni assai, oltra la comodità
che se ne sentirà in levar et metter l’acqua in uno subito, per
tutti li bisogni che possono occorrere et da molti delli homini della detta
terra ne fu detto che altre volte c’erano le porte, et discantatore, et
averle viste loro.
Perciò giudichiamo esser necessario fare dette porte et discantatore
quanto prima, et havemo designato de farle al contiguo al detto Ponte di Tabia
loco opportuno et sicuro nel qual loco se fatto il desegno et piantato le bachete.
(13)
La relazione Ponzano ci permette due conferme: la prima è
che effettivamente la conca o discantatore previsto dalla convenzione dello
Sforza fu effettivamente fatta, e la seconda è che la costruzione della
conca al Ponte di Tabia venne costruita in conseguenza alla relazione.
Ma veniamo ora alla bocca di derivazione della Mora. Questa bocca era composta
da un canale d’invito più o meno lungo proveniente dal luogo di
Sesia dove si voleva estrarre l’acqua. Quest’acqua poi giungeva
in un edificio con le paratoie, ovviamente in legno, che era ed è tuttora
chiamato Incastrone. Da una relazione del 1671 abbiamo anche le dimensioni di
quest’edificio che non sono certamente quelle di adesso:
Incastrone fatto di 12 aperture larghe caduna oncie 21,1/2.
D’altezza dalla soglia al capello stabile et immobile oncie 13,3/4 à
misura novarese. (14)
Tradotto significa che ogni porta era all’incirca 84 centimetri di larghezza
per 51 d’altezza. Acqua bassa quindi ma con una larghezza totale della
roggia superiore ai 10 metri. A fianco di esso come si è detto in precedenza,
vi è la conca o scaricatore delle acque in eccesso. Tale scarico delle
acque può avvenire per mezzo di paratoie, oppure semplicemente attraverso
uno sfioratore costituito da una semplice soglia ad altezza calcolata in modo
che quando l’acqua supera un certo livello tracima nella conca e se ne
ritorna alla Sesia.
Ma per quanto riguarda questo incastrone vanno fatte alcune precisazioni: innanzi
tutto non ha più da secoli il compito di regolatore principale della
quantità di acqua in entrata della Mora, in quanto il canale d’invito
e l’imbocco non è più quello. In secondo luogo l’incastrone
cambiò più volte nel corso dei secoli anche se si è ormai
nella certezza che quello fosse l’imbocco che vide nascere la roggia Mora
anche grazie al toponimo del Torna Fora che ha resistito nei secoli.
Altri documenti ci fanno capire che quest’incastrone del Torna Fora venne
ricostruito nel 1655 dopo che l’anno precedente una piena aveva distrutto
l’incastrone di quel momento che si trovava un centinaio di metri a monte,
e precisamente nei pressi del campo sportivo delle scuole elementari di Romagnano.
Infatti una relazione del 1561 spiega che la bocca della Mora comenza
incima del cioso della Badia di Santo Silano di Romagnano. (15)
Un ulteriore documento precisa che il Primo (incastrone) che fecero edificare
era posto nel luogo attacco il muro del Chioso dell’Eminentissimo
Cardinal Vidone perché ivi veniva essere in posto competente à
resistere l’empito del fiume. (16) Quest’ultimo riferimento
è del 1655 e ci spiega anche che il vecchio Incastrone del Torna Fora
fu ricostruito in quell’anno.
Quindi si sa per certo che nel 1561 e prima del 1655 la bocca della Mora era
quella della Badia di San Silano.
Ma quest’ultima relazione è abbastanza importante perché
ci fa comprendere che il Commissario Delegato della Roggia Mora aveva il potere
– in virtù degli accordi iniziali – di obbligare le
comunità e gli uomini di Gheme, Siciano, Farra, Briona Prò Cesto
et Nibia a pagare una quota per spazar la bocha di detta Rogia Mora sotto certa
pena. Come ci fa conoscere anche che è antica
consuetudine che nel far la chiusa a Romagnano, sopra la Mora ch’esce
dalla Sesia tutti li legnami et fassine andavano tagliati sopra li comuni di
Gheme et Romagnano, et tagliate erano obligati li uomini della terra di Gheme
condurle al loco d’essa chiusa per soldi sei per barozza.
Come esistono presso l’Archivio di Stato di Milano delle relazioni con
i conteggi di spesa e i nomi di coloro che erano chiamati a riparare la bocca
e la chiusa della Mora a Romagnano nel 1538 ed alcuni anni successivi. (17)
In quell’epoca buona parte del corso del fiume passava sotto gli archi
del ponte medievale sfiorando le mura di Romagnano, e conseguentemente poco
più a valle le acque passavano molto vicine all’imbocco dell’Incastrone.
Sia quello situato nel Cioso della Badia che in quello originario delle
ultime case Fanfani. Nel 1652 il fiume incominciò a spostarsi gradualmente
verso Gattinara mantenendo però il ramo principale sotto le mura del
borgo ancora fino al 1664. A causa di questo spostamento dell’alveo si
rese necessario spostare in quegli anni anche la barca di Romagnano che prima
era ancorata alle mura della casa Tettoni.
Et la barcha, qual’era tenuta dalla Comunità di Romagnano
sopra la Sessia per il transito della medesima era al di sotto della casa di
detto signor Tittone, ove anchor oggidì si vede un grosso anello piombato
in un grosso sasso sotto un torrione hora proprio del signor Ducca Serbellone,
et quando li passageri sbarcavano da detta barcha entravano subito in Romagnano
per la porta per cui si va in piazza del detto luogo et precedentemente overa
il detto letto della Sesia vi è il naviglio chiamato della marchesana
che va alla volta di Vigevano, et prima che detto fiume Sesia giungesse sotto
le mura di Romagnano passava sotto li archi d’un gran ponte antichissimo
superiore al luogo di Romagnano il tirro d’una moschetata in circa al
dirimpetto d’una chiesa campestre detta la Madonna di San Giacomo.
(18)
Quell’anello piombato è ancora presente in quella casa, e la relazione
è della seconda metà del Seicento.
Dopo il 1666 il nuovo ramo della Sesia era già completo e quindi si può
dire con certezza che da quel momento non vi era più acqua che passava
sotto i resti del ponte medievale. Ma questo spostamento del letto del fiume,
che portava certamente vantaggio ai romagnanesi, creò un problema di
non facile soluzione per i proprietari della Mora perché l’acqua
veniva a passare in luogo troppo distante dall’Incastrone. A quel punto
diventava indispensabile costruire un nuovo imbocco per il naviglio.
Durante il periodo precedente quest’inbocco avveniva tramite una diga
posta a traverso del corso del fiume. L’acqua così deviata passando
a fianco di un grosso sperone roccioso chiamato Sasso Cucio, s’immetteva
nell’Incastrone. Con lo spostamento del fiume verso Gattinara dovettero
trovare altre soluzioni per garantire l’acqua alla Sforzesca. Si accordarono
con la comunità di Romagnano per utilizzare temporaneamente il cavo della
Roggia dei mulini di Romagnano e Prato immettendo maggior quantità di
acqua in quel cavo.
L’accordo fu di tre mesi e mezzo partendo dal 1° giugno 1667. I compadroni
erano tenuti a loro spese fare una diga attraverso il fiume a monte dei mulini
di Prato per introdurre maggiore quantità di acqua che servisse sia per
i 4 mulini che per la Mora.
Chiusa che però non sij così forte che possi portar
danno alla detta comunità, né a particolari et altri, che possedono
beni in quella parte. Una diga leggera quindi, altrimenti la gran
quantità di acqua s’immetteva tutta nel canale distruggendo i ripari
e corrodendo le sponde. Per cui era meglio, in caso di troppa acqua, rifare
la diga che non le sponde e i ripari.
Inoltre i compadroni erano tenuti a fare un ponte sopra il cavo così
da permettere il sufficiente passaggio del molinaro con le sue bestie. La comunità
da parte sua era tenuta a fare alcuni ripari supplementari. Il tutto ad un prezzo
di 370 lire imperiali per un utilizzo limitato a tre mesi e mezzo. (19)
Nel frattempo allungarono il cavo originario che venne completato nel 1668,
ma durò solo pochi mesi che venne distrutto da una piena, e così
nel marzo del 1669 furono costretti a stipulare un nuovo accordo con Romagnano
per riutilizzare di nuovo la roggia molinara. Il nuovo contratto sarebbe durato
tre anni e mezzo con il costo d’affitto di 2600 lire imperiali. Nel contempo
affidarono lo studio progettuale di un nuovo cavo all’ing. Robecco. (20)
Gli anni successivi passarono con continui tentativi di riparazione del cavo
preesistente nell’attesa che andasse in porto il progetto Robecco. Tentativi
sempre avversati dai romagnanesi con il loro obiettivo di impedirne il ripristino,
e per la verità anche dalle immancabili piene che rendevano vano il lavoro
svolto.
Da una parte si sosteneva che i responsabili della Mora per immettere più
acqua del dovuto e senza i necessari ripari, rischiavano di far ritornare il
corso del fiume verso le mura del paese, dopo tutto quello che avevano fatto
per deviarlo. Dall’altra parte rispondevano che l’acqua sarebbe
passata esattamente nello stesso luogo di prima, per cui la ragione vera non
era altro che l’avidità di quei consoli per haver campo di far
giornate è spese spropositate. Inoltre, a quanto affermavano i Compadroni
della Mora, vi era il dubbio fondato che i romagnanesi volessero sfruttare la
situazione per costringerli ad utilizzare per sempre la loro roggia molinara
sollevandoli dalle spese della manutenzione cui erano obbligati dal 1576 quando
avevano dovuto concedere uno dei loro mulini alla comunità di Prato.
(21)
Fu richiesto l’intervento della Regia Camera che mandò dei rappresentanti
a visionare il luogo, ed alla fine diedero il via ai lavori progettati dall’Ing.
Robecco. Questo nuovo cavo venne chiamato Guidobono dal nome del questore milanese
che aveva giudicato idoneo quel luogo.
Nel 1687 finalmente il cavo fu completato non senza difficoltà perché
fu osteggiato con metodi leciti ed illeciti tanto che anche la comunità
di Gattinara insorse con mano armata per impedirne la perfettione, subornata,
come ebbe certa notizia da gente di Romagnano, col suggerirgli, che si sarebbe
per li fortissimi ripari, all’imboccatura di detto cavo si fanno, spinto
il fiume Sesia dalla parte della comunità di Gattinara.
L’intervento dei gattinaresi coinvolse nuovamente lo stato milanese e
quello piemontese, e così i responsabili della Mora furono costretti
per non contrastar con esteri a mutar sito. (22)
Fu in quel momento che forse fu aperto il cavo progettato dall’Ingegner
Pietrasanta che raccogliendo le acque ancor più a monte passava poi a
sfiorare il ponte medievale.
Nel 1698 l’ennesima inondazione lo inghiaiò e negli anni successivi
riutilizzarono di nuovo il Guidobono, ma la situazione era talmente degradata
che per risolvere definitivamente il problema diventava necessario un radicale
cambiamento. Si pensò e si stese un progetto di un nuovo canale che non
fosse stato direttamente dipendente per lungo tratto dall’alveo del fiume,
e la scelta cadde su Prato con l’ipotesi di un cavo che partisse dalla
confluenza del torrente Mologna con la Sesia in un luogo chiamato Molinetto.
(23)
Tale progetto prevedeva però un impegno finanziario non indifferente
perché attraversando la campagna andava a congiungersi con il torrente
Roccia e ad immettersi nel cavo della roggia dei mulini di Romagnano. Il progetto
fu bocciato per gli alti costi di costruzione. A quel punto si decise di utilizzare
definitivamente il cavo della roggia molinara con un adeguato imbocco per l’acqua.
Era il 21 marzo 1707 quando firmarono l’accordo.
Questa convenzione – senza pagamento in denaro – prevedeva che i
Compadroni della Mora, che in quel tempo erano il marchese Carlo Filiberto d’Este,
Luigia Gonzaga, e i Reverendi Padri predicatori del Collegio delle Gratie di
Milano, garantissero tutta la manutenzione necessaria al corso d’acqua
al fine di permettere ai mulini di funzionare.
Qualora le comunità di Romagnano e Prato avessero deciso di costruire
nuovi mulini nello stesso cavo, fosse garantita la superiore quantità
d’acqua necessaria. Ed infine promettevano la costruzione di
una Brida in bocche coperte dè legnami ressigati à tre ordini,
con sue radici a tre ordini parimenti, ben inchiodati con cunigiole ribbattute,
in pista dè buoni sassi, con suoi telari davanti, et di dietro, et cavetati
di sopra, et di sotto. Tale Brida doveva essere lunga brazza quaranta,
circa 24 metri. (24)
Questo sarebbe il Ponte della Brida di Prato che in sostanza divenne il nuovo
Incastrone della Mora.
Vediamo ora di comprendere come si presentava la situazione nella zona di quest’imbocco
pratese. La prima vera chiusa di derivazione dell’acqua dalla Sesia si
trovava un centinaio di metri più a valle del Sasso del Bagno
in corrispondenza di un grosso sasso chiamato delle Quare.
Si sono trovate diverse descrizioni di com’era costruita quella diga.
Nel 1835 tale chiusa o pietraia alta circa un metro e venti era formata da grossi
sassi semplicemente sovrapposti uno sull’altro dove però negli
interstizi – al fine di impedire dispersione di acqua – si usava
fare il così detto infogliamento con della mogna, ovvero muschio.(25)
Dalla parte verso la montagna si lasciava aperto solo lo spazio necessario per
far defluire l’acqua necessaria alla roggia dei mulini di Gattinara. Si
sa però che nei tempi più antichi si usava fare la chiusa principalmente
con passoni di legno conficcati sul fondo dove davanti erano collocati altri
pali incrociati e fascine: duplicati cavalletti ternilassati, fascinati, e intepati.
Un’altra relazione dice di cavalletti fortificati con fascine,
giarra e pietre il tutto collegato insieme secondo le vere regole delle dighe.
Un’altra ancora precisa che la chiusa è posta à
traverso con un argine dè cavalletti doppij in numero dè 28.
(26)
Con l’accordo del 1707 la diga doveva essere composta di ben 70 cavalletti.
Non solo ma come si è detto in precedenza l’esperienza aveva suggerito
che non era il caso di effettuare dighe molto resistenti alle acque, ed i contratti
di manutenzione del cavo precisavano appunto che la chiusa, che
si dovrà fare per l’introdutione, ò per dir melio per sostener
l’acqua d’introdursi in detta rogia molinara debba essere semplice,
leggiera, è non fondosa, né gagliarda in modo tale che in occasione
di piena più facilmente si possa rendere, per non esser di maggior pregiudicio
dè ripari, che si dovranno fare per difesa del teritorio tanto di Romagnano
come di Prato. (27)
Una chiusa qual si fa a traverso alla detta Sesia per far venire fora la detta
roggia per detti quatro molini, qual chiusa si è vista longa un bon tiro
de archiabuso.
L’acqua grazie alla diga prendeva la direzione dell’Incile della
Mora, chiamato anche canale d’invito o briglia, che grazie alla sua lunghezza
e larghezza permette all’acqua di stabilizzarsi dando un assetto meno
dirompente alla corrente prima che arrivi al Ponte della Brida. Questo è
costruito in 12 bocche di passaggio dell’acqua così come esattamente
erano e sono le bocche dell’antico incastrone di Romagnano. L’edificio
è stato calcolato in quel tempo nelle sue dimensioni per derivare una
portata non superiore a 1 metro cubo il secondo per ogni bocca. In caso di quantità
superiore l’eccedenza defluiva nello scaricatore posto di fianco ora cementato,
ma fino a quarantanni fa costruito in barotti di legno con incastonati sassi
di piccole dimensioni:
spallone di imboccatura largo 10 a 12 metri, lungo metri 180 formato
da un intreccio di cinque file di travicelli scorrenti di fuga, e di 110 traversali
e riempito di ciottoli, in direzione a ritroso dell’acqua gradi 310.
(28)
Ciottoli di uguale grandezza con la punta in alto e incastonati a ritroso della
corrente dell’acqua, per renderli più stabili e nel contempo frenare
l’impeto dell’acqua di scarico. Questo sfioratore era calcolato
all’altezza massima delle bocche del ponte per impedire l’eccessiva
pressione delle acque contro il ponte.
Pochi metri davanti al ponte vi erano e vi sono i così
chiamati Paratronchi, ora di ferro ma fino a poco tempo fa in legno.
Grossi pali conficcati nel letto del fiume aventi lo scopo di fermare materiali
trasportati dall’acqua durante le piene. Servivano anche, in caso di necessità,
a limitare la quantità d’acqua nel canale frapponendo una diga
tra i grossi paratronchi.
Poco più a valle del ponte della Brida l’acqua era diramata per
uso dei due mulini posti sul territorio di Prato - di cui doveva essere garantito
il funzionamento in base agli accordi – tramite uno Sfioratore. In sostanza
un edificio idraulico esattamente uguale allo scaricatore della Brida, con però
il compito esattamente opposto.
Mentre il primo, quello del ponte, aveva il compito di scaricare nella Sesia
l’acqua in eccesso determinata anche dalle piene, il secondo aveva il
compito di contenere nel canale fino al filo dello sfioratore, in periodo di
magra, l’acqua minima necessaria per far girare i mulini secondo quanto
stabilito dal contratto del 1707. Quindi l’acqua al di sotto di un certo
livello calcolato, doveva andare assolutamente a imboccare i canali dei due
mulini posti sul territorio di Prato (Mulino Nuovo e Mulino De Carlis o di Cavallirio),
che erano alimentati anche dalla confluenza in quel luogo dal torrente Roccia
proveniente dalle colline del Vaglio. Quest’acqua, dopo l’utilizzo,
veniva poi immessa di nuovo nel corso principale poco più a valle.
L’acqua superato lo sfioratore e scendendo verso Romagnano
giungeva prima alla diramazione che mandava l’acqua al Mulino della Resiga
e in seguito ad un successivo sfioratore chiamato Stortone posto all’inizio
dell’attuale stabilimento Botto.
Lo Stortone era formato con robusto ciottolato a più scarpe, e per maggiore
sua solidità è intrecciato per lungo, per traverso ed al ciglio
da grosse longarine riquadrate, e fra loro a forma di reticolato solidamente
collegate. (29)
Anche qui vale lo stesso discorso fatto per lo sfioratore precedente. In questo
caso lo stortone serviva a mantenere il livello minimo necessario di acqua per
far girare il Mulino del Sasso posto a quell’epoca a fianco dello stortone.
Anche questo sfioratore non fu costruito in altezza a caso, ma mediante esperienze
e calcoli perché la sua altezza, oltre a garantire il funzionamento del
Mulino del Sasso, determinava anche l’ottimale funzionamento degli altri
due precedenti. Infatti la soglia dello stortone ad altezza più elevata
del dovuto, avrebbe comportato un freno, un rallentamento ed un ristagno dell’acqua
nel canale d’uscita dei mulini di Prato con la conseguenza di frenare
e fermare la rotazione delle pale. Non solo quelle dei mulini, ma dalla metà
del Settecento anche la grande ruota del filatoio di seta che venne costruito
a 50 metri dal mulino Nuovo. Ed è ciò che successe quando a metà
dell’Ottocento la ditta Bollati proprietaria a quel tempo dell’attuale
stabilimento Botto alzò la soglia dello Stortone di circa un metro per
avere maggiore quantità d’acqua per la sua ruota motrice costruita
a fianco del mulino del Sasso. In quell’occasione si rese necessario modificare,
alzando di circa un metro anche le tre ruote del Mulino Nuovo. Il Mulino De
Carlis e la ruota del filatoio non esistevano già più. (30)
La Mora poi continuava il suo corso come lo continua tuttora
verso la bassa novarese.
Ebbene come si può concludere questa esposizione.
La presenza della Mora fu certamente all’inizio un grave danno per l’economia
novarese perché la finalizzazione era solo quella di prendere acqua dal
suo suolo per trasportarla altrove, nel vigevanasco. In quel primo periodo coloro
che potevano usufruirne dei vantaggi erano pochissimi. Le sanzioni erano severissime
ed a causa di questo potere vi furono per secoli bisticci e denuncie reciproche.
Alcuni effetti positivi incominciarono a farsi sentire verso la fine del Cinquecento
quando il Magistrato Straordinario di Milano incominciò a concedere ad
altri il diritto di prelevare acqua dal naviglio per l’irrigazione delle
loro terre. Da quell’epoca gradualmente si assistette ad un continuo allargamento
dell’utilizzo di quell’acqua ai fini agricoli del nostro territorio,
in special modo della zona risicola.
Giunse poi il tempo dell’industrializzazione con l’utilizzo di quell’acqua
come forza motrice per i numerosi stabilimenti sorti nell’Ottocento ed
alcuni tuttora presenti nella nostra realtà. Questo a carattere generale.
Per quanto riguarda invece i fatti spiegati e la situazione locale va osservato
che la comunità di Romagnano ha giocato un ruolo determinante. Dalla
metà del Seicento e per un cinquantennio intero ha determinato a suo
vantaggio tutta la politica relativa al fiume Sesia e la Roggia Mora in questo
territorio. Risale a quel periodo il grande spostamento graduale del fiume Sesia
verso la sponda gattinarese. In precedenza e per secoli l’acqua lambiva
le case del centro storico, poi gradualmente, grazie ad alcune alluvioni, ma
soprattutto con delle pietrere costruite ad arte, l’alveo del fiume si
spostò definitivamente dove lo si vede tuttora. Sono molti i documenti
che comprovano questi fatti, come sono infinite le vertenze tra Gattinara e
Romagnano documentate anche da spedizioni armate e relative archibugiate. La
posta in gioco non era da poco per quel tempo ed era l’utilizzo di una
grande area che si liberava dall’acqua e che veniva sfruttata come pascolo
e l’impianto di vigneti di cui in parte su alcuni isoloni si riscontrano
ancora le tracce. Grazie a questo cambiamento del corso del fiume si può
dire con certezza che circa una quarta parte del nucleo urbano di Romagnano
fu fatto in seguito su ciò che era l’antico alveo della Sesia.
Gattinara da parte sua si prese la rivincita spostando l’alveo verso Romagnano
all’altezza del suo borgo.
La seconda considerazione che si può trarre, è che sfruttando
l’assoluta necessità di acqua necessaria alla Sforzesca, l’abile
regia dei consoli romagnanesi per tutto quel mezzo secolo, ha permesso alla
comunità dei guadagni finanziari di non poco conto. Sia per quanto riguarda
la continua riparazione e la costruzione di cavi che sistematicamente erano
di nuovo distrutti, alcune volte a causa di inondazioni, ma altre volte per
mano segreta dell’uomo. L’interesse della comunità era far
lavorare uomini a spese dei compadroni della Mora, ed alla fine costringerli
ad utilizzare la loro roggia molinara sollevandoli così da un impegno
perpetuo per i loro mulini e quello di Prato. Per raggiungere il loro obiettivo
utilizzarono metodi leciti ed illeciti fino al punto di coinvolgere e sobillare
anche i gattinaresi contro i compadroni della Mora nonostante i pessimi rapporti
esistenti tra le due comunità.
Risorgimento e Unità d’Italia
Appunti e simboli di un’epoca straordinaria
Cavallirio – 2° serata: venerdì 1° aprile 2011
Fu durante il triennio giacobino di fine Settecento, complice anche la libertà di stampa scaturita ovunque in seguito alla Rivoluzione francese, che si poterono sviluppare i germi ideologici del concetto di Unità Nazionale.
Queste nuove idee raggiunsero l’Italia soprattutto grazie a due grandi rivoluzionari: Filippo Buonarroti e Antoine Christophe Saliceti.
Filippo Buonarroti, dello stesso ramo dinastico di Michelangelo, è considerato come uno dei più grandi rivoluzionari di tutti i tempi.
Nel 1796 aveva scritto: noi siamo vicini al momento felice di vedere la nostra Patria libera!
Soprattutto che le frivole distinzioni di essere nati a Napoli, a Milano, a Genova, a Torino, scompaiano per sempre tra i Patrioti.
Siamo tutti di uno stesso paese, di una stessa Patria.
Gli Italiani sono tutti fratelli.
Ma fu il Saliceti che ebbe i contatti, insieme a personaggi massonici, con Luigi Zamboni studente di Legge a Bologna e già seguace del rivoluzionario, e Giovanni Battista De Rolandis, giovane nobile astigiano presente a Bologna per motivi di studio.
I due amici si misero in contatto con un gruppo di altri patrioti e programmarono una insurrezione contro il governo assolutista dello Stato Pontificio.
La madre e la zia di Zamboni confezionarono coccarde tricolori sostituendo però l’azzurro presente nelle bandiere francesi, con il verde della speranza: “per non far da scimmia alla Francia”, secondo quanto loro stessi dichiararono durante il processo.
Eppoi comunque i tre colori, verde, bianco e rosso, avevano il medesimo significato allegorico e rivoluzionario di Giustizia, Eguaglianza e Libertà.
Va aggiunto che il rosso e il bianco erano anche i colori di Bologna e di Asti, patria dei due patrioti.
La congiura venne scoperta e i giovani arrestati.
Zamboni venne trovato impiccato in cella, o meglio, venne impiccato in cella.
De Rolandis dopo aver subito 14 interrogatori preceduti e seguiti da disumane torture venne impiccato il 23 aprile 1796.
Aveva solo 21 anni.
Il padre dello Zamboni morì in carcere sei mesi dopo, mentre la madre e la zia sopravvissero dopo essere state incarcerate nella fortezza di San Leo.
I due patrioti sono considerati ora come i primi proto-martiri per l’Indipendenza Italiana.
Qualche mese dopo avvenne la discesa di Napoleone in Italia con le sue vittoriose armate, ed in Lombardia venne proclamata la Repubblica Transpadana.
Fu in quell’occasione che Napoleone saputo del processo e dell’uccisione dei due martiri sequestrò i beni della chiesa bolognese e cacciò dalla città tutti i membri del tribunale compreso il cardinal Vincenti.
Diede poi ordine che le ceneri dei due martiri messe in un urna, fossero issate sulla colonna della Montagnola a Bologna, e onorate dalla popolazione con coccarde verdi, bianche e rosse.
E fu sempre Napoleone, su consiglio del Saliceti, che consegnò alla Guardia Nazionale Lombarda uno stendardo con gli stessi colori.
E’ il periodo storico chiamato Giacobino.
Il 18 ottobre 1796 il Senato di Bologna decreta: richiesto quali siano i colori nazionali per formarne una bandiera si è risposto il VERDE, il BIANCO, e il ROSSO.
Qualche mese dopo, il 7 gennaio 1797 si svolse a Reggio Emilia il congresso per la formazione della Repubblica Cispadana con le città di Bologna, Ferrara, Modena, Reggio Emilia.
In quella occasione venne adottata ufficialmente la bandiera dei tre colori stabilita a Bologna.
L’unione successiva tra la Transpadana e la Cispadana darà vita alla Repubblica Cisalpina, che più avanti diventerà Repubblica Italiana, ed infine Regno d’Italia.
Finì il periodo napoleonico, e nel 1815, dopo il Congresso di Vienna, incominciò la Restaurazione.
Visti i precedenti fu l’occasione di sistemare una volta per tutte l’assetto politico Europeo.
La filosofia del Congresso si poteva riassumere in due punti principali: l’equilibrio e la legittimità.
Cioè mantenere in Europa un equilibrio tale che nessuna potenza vincitrice potesse allargarsi diventando più potente delle altre.
E legittimità rimettendo i confini e i regnanti che vi erano stati prima dell’avvento di Napoleone.
Questo significava anche che tutto sarebbe ritornato alla legislazione precedente.
Ma come si presentava l’Italia nel 1815 dopo il Congresso di Vienna?
Il Regno di Sardegna comprendeva Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria e Sardegna, con i Savoia regnanti.
Il Lombardo-Veneto dominato dagli austriaci.
Il ducato di Modena sotto la dinastia degli Austria-Este.
Il ducato di Parma e Piacenza a Maria Luisa d’Austria.
Il Granducato di Toscana alla dinastia degli Asburgo-Lorena.
Lo Stato della Chiesa di pertinenza del papato che partiva dalle città emiliane fino a spingersi ai confini napoletani.
Il Regno delle due Sicilie per tutta l’Italia meridionale con a capo Ferdinando I° di Borbone.
Il tutto era sotto l’influenza diretta o indiretta dell’Impero Austro-Ungarico.
Nel 1815 tutta l’Italia era abitata da circa 20 milioni di persone.
L’analfabetismo superava la percentuale dell’80%.
Buona parte del restante 20% era semianalfabeta.
In sostanza sapeva appena leggere e scrivere il proprio nome.
Solo il 2% degli abitanti parlava abbastanza correttamente la lingua italiana.
Tutto il resto era dialetto. Una miriade di dialetti.
Si può quindi immaginare la difficoltà di comunicazione tra le persone anche a pochi chilometri di distanza.
Prato aveva 1200 abitanti. Cavallirio 990.
In Piemonte re Vittorio Emanuele I° prese tanto alla lettera le direttive scaturite dal Congresso di Vienna che fece scaraventare dalle finestre di palazzo Madama: sedie, tavoli, calamai, penne e altre cose che avevano avuto il torto di essere servite ai napoleonici.
Aveva perfino dato disposizione che non si dovesse usare l’ottima strada del Moncenisio perché fatta costruire da Napoleone; pertanto tutte le merci dovevano passare per la vecchia strada Regia, e la strada migliore – quella appunto del Moncenisio - fu lasciata ad uso dei contrabbandieri.
Tutto ritornò come prima, però alcuni ideali erano ormai posseduti da parecchi, e lo si vide qualche anno dopo – nel 1820/21 – quando scoppiano moti e tumulti insurrezionali di carattere carbonaro con le richieste di una maggiore democrazia, e di una Costituzione che altri Stati avevano già ottenuto.
Prima Guglielmo Pepe a Napoli, in seguito a Palermo e Lombardia dove Silvio Pellico, Maroncelli, Pallavicino e Confalonieri vengono arrestati e incarcerati allo Spielberg.
L’anno successivo a marzo, i moti scoppiano in Piemonte sotto la guida di Santorre di Santarosa.
Vittorio Emanuele I° non sapendo come comportarsi abdica in favore del fratello Carlo Felice di carattere molto più risoluto.
Ma essendo assente dallo Stato passa la delega al reggente Carlo Alberto.
Costui concede la Costituzione richiesta dagli insorti, e sembra che sia abbastanza d’accordo con loro.
Carlo Felice rientra velocemente nello Stato e la revoca chiamando anche gli austriaci in aiuto militare che sconfiggono gli insorti nella battaglia di Novara.
La repressione è dura e vengono emesse molte condanne di morte, ma molti per fortuna riescono a fuggire.
La maggior parte di essi in Spagna come il borgomanerese Carlo Beolchi, Giacinto Collegno, Carlo Bianco, il pratese Alessandro Fasola, e combatteranno per la libertà di quei popoli.
Altri invece in Grecia come Santorre di Santarosa che morirà combattendo in quei luoghi.
Seguono alcuni anni di apparente calma e tranquillità in quello che viene chiamato il decennio dello sconforto, poi nel 1829/1830 inizia un’altra tornata di moti insurrezionali.
Incominciano in Francia con la così detta Rivoluzione di Luglio a cui partecipano parecchi italiani tra cui anche Alessandro Fasola.
In Francia dalle elezioni del mese precedente era uscito un Parlamento a maggioranza liberale, ciò che non voleva re Carlo X°.
Il suo ministro reazionario Polignac emise le famose Ordinanze di Luglio in cui riduceva di un quarto l’elettorato e limitava la libertà di stampa.
Fu la scintilla.
Due giorni dopo gli insorti avevano conquistato Parigi e salì al trono Luigi Filippo chiamato come lo fu suo padre Filippo Egalitè.
Poi in Belgio, Olanda e Polonia, dove uno dei protagonisti fu l’altro pratese Giacomo Antonini.
I moti si propagano in Italia questa volta nei ducati di Parma, Modena e nello Stato Pontificio.
Vengono brutalmente repressi ed in questi trova la morte per impiccagione Ciro Menotti.
E’ in quello stesso periodo che a Marsiglia Giuseppe Mazzini fonda la Giovine Italia che a buon ragione si può definire come il primo partito politico della storia italiana.
Con la Giovine Italia nasce un nuovo metodo di lotta rispetto ai moti carbonari del passato, non più quindi il simbolismo esoterico di quelle società carbonare con una struttura piramidale completamente segreta, ma il lavoro politico doveva svolgersi con una capillare propaganda per far conoscere i nuovi obiettivi.
Nella Giovine Italia, almeno nei suoi primi anni, vediamo comparire i più importanti nomi di patrioti risorgimentali, e molti di essi diventeranno anche la forza trainante militare e politica del Regno di Sardegna, e del Regno d’Italia dopo.
Nicola Fabrizi, Giovanni La Cecilia, Lamberti, i fratelli Ruffini, Guerrazzi, Nicola Ardoino, Carlo Bianco, Allemandi, Manfredo Fanti, Morandi, Garibaldi, Pietramellara, Vincenzo Gioberti, e tanti altri, compreso il pratese Giacomo Antonini.
Nel 1834 Mazzini nel timore di essere troppo teorico negli ideali, e pressato anche da molti patrioti che desideravano dare un segno tangibile della nuova associazione, organizza una spedizione armata contro la Savoia che si risolve però in un completo fallimento, anche a causa del generale Ramorino messo incautamente da Mazzini a capo militare della spedizione.
Questo personaggio si era fatto consegnare da Mazzini la bella somma di 40.000 franchi con la promessa di armi e di volontari che lui avrebbe trovato.
In realtà si spese i soldi al gioco e non portò nessun volontario.
Gerolamo Ramorino finirà fucilato nel 1849 dal Governo Sabaudo – alla fine della 1° guerra d’indipendenza – per essere stato una delle cause della sconfitta dei piemontesi.
Di questa spedizione prese parte anche Giacomo Antonini in qualità di responsabile militare di una delle due colonne.
Subito dopo il fallimento dell’azione, e di fronte alle critiche rivolte al suo operato, Mazzini invece che desistere, fonda anche la Giovine Europa.
E’ in quegli anni successivi che si assiste quasi ad uno stallo della situazione un po’ in tutta Europa, e specialmente in Italia dove i patrioti si sentono sbandati e senza alcun punto di riferimento.
Tuttavia si ricomincia di nuovo a tessere le tele cospirative ad opera di vari gruppi di patrioti in modo piuttosto autonomo e non sotto direttive uniche e coordinate.
Inizia il periodo chiamato dagli storici come il moto perpetuo delle cospirazioni.
Da Ricciardi e Poerio a Napoli, a Zambeccari e Ribotti nello Stato Pontificio, a Guerrazzi in Toscana.
La parte più importante l’ebbe però Nicola Fabrizi considerato giustamente insieme a Mazzini e Garibaldi come una delle anime più fulgide di tutto il nostro Risorgimento.
Costui fondò la Legione Italica che durante tutto il periodo di crisi fu l’unica in grado di organizzare dei moti rivoluzionari.
Tutti perdenti e con vittime sia chiaro, ma che tennero in vita la fiamma patriottica.
Uno dei maggiori collaboratori, se non il maggiore fu proprio l’Antonini che girò in lungo ed in largo la penisola sotto falso nome facendo proseliti alla causa.
In questo contesto va inserita la vicenda dei fratelli Bandiera fondatori anch’essi di una associazione cospirativa chiamata Esperia, ma legati sia a Mazzini che a Nicola Fabrizi.
Purtroppo nonostante gli avvertimenti avuti vollero comunque effettuare uno sbarco in Calabria convinti che parecchie migliaia di popolani si unissero a loro. Ma all’interno del gruppo vi era una spia e quando sbarcarono trovarono sì i popolani, che però uniti alle guardie li attaccarono e li catturarono.
Internati nel carcere di Cosenza nove di loro vennero fucilati il 25 luglio 1844.
Fu di nuovo un duro colpo per i patrioti che però si risollevarono quando Giovanni Mastai Ferretti venne eletto Papa con il nome di Pio IX°.
Ma anche questo pontefice fu alla fine un grande equivoco.
Nel luglio del 1846 promulgò un editto di amnistia per i prigionieri politici, concedendo anche una parvenza di riforma sulla libertà di stampa.
Con queste misure il nome di Pio IX° divenne sinonimo di Patria e di Libertà, e tutti si illusero.
In diverse parti d’Italia aumentarono le dimostrazioni inneggianti al Papa.
In Toscana il Granduca Leopoldo consigliato da Bettino Ricasoli fece delle importanti concessioni statutarie.
A Genova alle dimostrazioni del 10 dicembre 1847 partecipò un’immensa folla, ed in quella occasione Luigi Paris e Goffredo Mameli fecero sventolare per la prima volta – contro il divieto della polizia – la bandiera tricolore.
Solo in Piemonte non si fece nulla.
Carlo Alberto divenuto re, parlava ma non decideva. Avrebbe voluto ma non faceva.
Il suo comportamento era sempre incerto e contradditorio, tanto che Domenico Carbone gli dedicò una famosa poesia con il titolo di: Re Tentenna.
ciondola, dondola.
Che cosa amena
Dondola, ciondola
E’ l’altalena;
un po’ più celere,
meno…di più…
ciondola, dondola
e su e giù.
E fu sempre il re tentenna.
La satira divenne talmente popolare che Domenico Carbone si beccò l’esilio.
L’inizio del 1848 portò ad un cambiamento di marcia degli avvenimenti.
Il 10 gennaio la popolazione di Palermo ebbe l’occasione di vedere affissi dei fogli clandestini che annunciavano l’inizio della rivoluzione addirittura con tanto di giorno e ora prestabilita: 12 gennaio 1848 all’alba, giorno del compleanno di Re Ferdinando.
Cosa mai accaduta prima d’ora, e nemmeno dopo, in ogni parte del mondo.
All'armi, figli di Sicilia, allarmi !
La forza di tutti è onnipossente: l'unione dei popoli è la caduta dei re.
Il giorno 12 gennaio, all'alba, comincerà l'epoca gloriosa dell'universale rigenerazione.
Promotori dell’iniziativa erano i patrioti Rosolino Pilo, Bagnasco, Giuseppe La Masa e altri.
E in tale giorno all’alba accadde veramente.
All’inizio erano un po’ titubanti, poi La Masa imbracciando il fucile partì, e passo dopo passo fu un fiume di gente a seguirlo, mentre una donna - Santa Astorina - consegnava a tutti dei nastrini tricolori.
Una cronaca racconta: Teresa, testa di lana, una capraia piccola e rugosa, vestita da uomo con pistola e pugnale alla cintura, e sciabola è a capo di una squadra alla Fieravecchia che si distingue negli assalti alle caserme.
In breve gli insorti occuparono la città e re Ferdinando alla notizia fece bombardare Palermo e Messina guadagnandosi il nome di Re Bomba.
In pochi giorni la notizia fu conosciuta in tutta Europa ed iniziò un sommovimento politico tale, che in soli due mesi cambiò la faccia politica d’Europa.
(Con le dovute distinzioni si può fare un parallelo di ciò che sta capitando ora nel Medio Oriente.)
A Parigi venne cacciato Luigi Filippo e si instaurò la Repubblica.
E poi in Germania e Austria dove Metternick – colui che aveva affermato che l’Italia era solo un’espressione geografica - fu costretto alla fuga.
Poi in Ungheria e Danimarca.
Anche la Lombardia incomincia ad infiammarsi con lo sciopero contro il fumo e il lotto che erano le due maggiori entrate finanziarie del Lombardo Veneto.
La reazione fu durissima e vi furono delle vittime.
Saranno chiamati I lutti di Lombardia da Massimo D’Azeglio.
Dopo Palermo anche Firenze, Roma e Torino ottengono un proprio Statuto.
Quello piemontese sarà chiamato Statuto Albertino dal nome di Carlo Alberto.
Il 18 marzo una grande folla di milanesi occupa il palazzo del Governo.
Iniziano così le 5 giornate di Milano.
A Venezia Daniele Manin e Nicolò Tommaseo vengono liberati dal carcere e fanno nascere la Repubblica di Venezia.
A Modena Francesco V° viene cacciato dalla città.
Carlo Alberto pressato dagli eventi e dai democratici rompe gli indugi e dichiara guerra all’Austria.
E’ l’inizio della 1° Guerra d’Indipendenza.
Varca il Ticino con le sue truppe sei giorni dopo la dichiarazione di guerra con un esercito già da subito in serie difficoltà logistiche e per il grave disordine; ma invece di incalzare il nemico facilmente vulnerabile, ferma le sue truppe per concedersi un po’ di riposo.
Intanto che i suoi emissari discutono a Milano e Venezia se fare dei referendum sulla fusione con lo stato sabaudo, il re rimane sempre in attesa, e gli austriaci si riorganizzano.
Le notizie degli avvenimenti infiammano l’Italia e tutti gli esuli all’estero.
In pochissimi giorni migliaia di volontari si rendono disponibili a versare il proprio sangue per il Risorgimento e la Libertà Italiana.
E’ la guerra di popolo.
Dal Regno di Napoli Guglielmo Pepe si avvia con una armata in soccorso ai milanesi.
Parecchi ne giungeranno dalla Toscana.
Un’altra armata la rende disponibile Pio IX° per la Santa Causa, finalizzata però solo alla salvaguardia dei confini.
In Francia Giuseppe Mazzini trasforma la Giovine Italia in Associazione Nazionale Italiana ed all’interno di essa crea la Legione degli Esuli Italiani.
Mette il pratese Giacomo Antonini a capo militare che parte subito da Parigi verso l’Italia, alla guida di 500 patrioti.
Carlo Alberto vince i primi scontri a Goito, Monzambano e Valeggio poi incomincia un inesorabile declino.
Il 29 aprile Pio IX° pronuncia la famosa “Allocuzione”, e ritira le sue truppe dalla Guerra Santa giustificandosi che non può combattere contro l’Austria cattolica.
E pensare che la città di Milano era tappezzata di Viva Pio IX°.
Tutti i documenti che venivano stilati dal Governo Provvisorio Lombardo portavano in alto a sinistra la scritta: Italia Libera. In alto a destra: Viva Pio IX°.
Richiama le sue truppe anche il Regno di Napoli e Guglielmo Pepe abbandonerà il comando per portarsi a Venezia con dei volontari per continuare a combattere.
Carlo Alberto non soddisfatto della propria incompetenza e di quella dei suoi generali, rifiuta anche l’aiuto di Garibaldi arrivato apposta dal Sud America.
Quest’ultimo combatterà per proprio conto con un folto gruppo di volontari, facendo affiggere a Castelletto Ticino un proclama diventato poi famoso in cui denunciava pubblicamente “le colpe e la viltà” del re, e l’intenzione di continuare da solo la guerra.
In pochi mesi fu il tracollo.
A Milano quei primi giorni di agosto furono terribili.
Davanti a Porta Romana avvenne l’epilogo che pose a termine la battaglia e la fine della guerra.
Il re con tutto il suo seguito stava osservando le fasi della battaglia proprio mentre infuriava un terribile temporale con conseguente grandinata.
Un colonnello venuto a riferirgli dei progressi del nemico, fu, mentre parlava, rovesciato a terra da una palla di cannone che aveva fracassata la groppa del suo cavallo.
Poco distante un’altra palla staccava di netto la testa del capitano Avogadro e del conte Grazielli, mentre il re imperterrito, continuava a seguire la scena come se avesse la volontà di attendere anch’egli la propria palla di cannone.
Fu convinto a ritirarsi dentro palazzo Greppi passando in mezzo ad una città in subbuglio mentre si predisponevano di nuovo le barricate.
Il giorno 4 agosto due generali sabaudi si recarono da Radetzky per chiedere l’armistizio.
Il pratese Antonini, comandante militare del Castello Sforzesco, saputa la notizia, abbandonò Milano in compagnia di Filippo De Boni e della principessa Cristina di Belgioioso.
I milanesi fortemente incavolati contro l’armistizio, assaltarono palazzo Greppi con l’intenzione di saldare i conti con il re e tutto il suo Stato Maggiore, mentre cominciavano a suonare le campane a stormo.
Alcuni dei dimostranti riuscirono ad entrare nel palazzo e Carlo Alberto pressato da quell’evento, cambiò di nuovo idea dicendo che si sarebbe continuato a combattere.
Fu stilato immediatamente un nuovo proclama che comunicava ai milanesi che il re avrebbe continuato a combattere, fino alla morte se necessario.
Tale proclama lo scrisse Luigi Torelli.
Non fecero in tempo ad affiggerlo che Carlo Alberto cambiò di nuovo idea e diede l’autorizzazione alla firma dell’armistizio.
La notizia esasperò talmente i milanesi che si temette seriamente per la sua vita e di tutti coloro che erano presenti.
Il re tentenna fu salvo solo grazie all’intervento di Alfonso La Marmora giunto provvidenzialmente con una compagnia di bersaglieri.
Si può tranquillamente dire che il re riuscì a fuggire da Milano.
A proposito della principessa Belgiojoso ricordo solo un aneddoto riferito a questa 1° guerra d’Indipendenza.
Quando gli austriaci rioccuparono la sua tenuta di Locate Triulzi trovarono in un grosso armadio il cadavere imbalsamato del segretario della principessa, Gaetano Stelzi, morto di tubercolosi qualche mese prima a Milano, e portato là con l’intenzione di dargli una sepoltura nella villa di famiglia.
Purtroppo gli eventi impedirono la sepoltura e là lo lasciarono in attesa di momenti migliori.
Da quel fatto derivò l’espressione del ….cadavere nell’armadio che si usa ancora.
Anche se non fosse andata esattamente così, è rimasto l’aneddoto.
Il 9 agosto venne firmato l’armistizio che sarà chiamato con il nome del generale incaricato: Armistizio Salasco, e tutto ritorna come prima nel Lombardo Veneto.
Ma le fiammate non si spengono facilmente nel resto d’Italia.
A Roma Pio IX°, dopo quello che aveva combinato, è costretto alla fuga travestito da semplice prete e si rifugia a Gaeta.
I patrioti fanno nascere la Repubblica Romana con a capo il triumvirato Mazzini, Armellini, Saffi.
Anche Leopoldo II° di Toscana fugge a Gaeta permettendo la nascita della Repubblica Toscana.
In Piemonte però i parlamentari sono quasi tutti d’accordo per la ripresa delle ostilità, con la sola piccola differenza di non affidare più al re il comando diretto, in quanto ritenuto incompetente.
Ed allora si apre una specie di campagna acquisti come si usa adesso per le squadre di calcio.
Prima pensarono ad un generale francese, che però i francesi non vollero assolutamente; poi si indirizzarono su di un polacco: il generale Chrzanowski che venne di corsa portandosi anche altri.
Tutto lo stato maggiore era furibondo compreso il re, ed allora si decise di affiancare al polacco il generale Bava.
In questo modo non si capiva bene chi avrebbe comandato l’armata, se Bava, Chrzanowski, o il re.
Se non fosse per la drammaticità degli eventi in cui morirono molte persone, tutta la vicenda ha del sensazionale e del ridicolo. Direi da commedia dell’arte.
Già dall’inizio per un incredibile disguido il nuovo responsabile delle forze armate, trovandosi ad Alessandria, seppe della decisione di rompere l’armistizio addirittura il 13 marzo. Il giorno successivo di quando fu rotto effettivamente. E dopo che lo sapevano già i nemici.
L’armistizio fu rotto il 12 marzo 1849 alle ore 12.
Secondo gli accordi presi precedentemente la guerra sarebbe ripresa otto giorni dopo alle 12 in punto.
Il piano di Carlo Alberto, o chi per esso, era di prendere subito la strada per Milano, sconfiggere il nemico lungo quella via, e fare un ingresso trionfale in città.
Un piano semplicissimo e geniale. Se non ci fossero stati i nemici.
La mattina del 20 marzo buona parte dell’armata si trova schierata al confine del Lombardo Veneto al ponte sul Ticino di Boffalora.
Mezzogiorno arriva ma del nemico nemmeno l’ombra.
Arriva l’una. Arriva l’una e mezza, ma tutto è in silenzio.
I nemici non si sono presentati, ed allora i piemontesi decidono di avanzare superando il confine.
Avanzano fino a Magenta senza incontrare anima viva.
I nemici però c’erano, solo che erano entrati in Piemonte alle 12 in punto ovviamente, molto più a sud da dove li aspettavano i piemontesi.
Passarono da Cava, vicino a Pavia, e dopo una scaramuccia erano già a Mortara.
A Cava per fermarli avrebbe dovuto esserci il generale Ramorino con le sue truppe, - colui che aveva già fregato Mazzini di 40.000 franchi per la spedizione di Savoia - e che ora nella campagna acquisti era stato preso dai piemontesi.
Ma Ramorino a Cava non c’era perché aveva disubbidito agli ordini e se n’era andato da un’altra parte con la sua armata.
Ramorino tentò poi di svignarsela ma venne catturato ad Arona perché aveva avuto la pessima idea di avere fame, e si era fermato a pranzare in un albergo dove lo riconobbero e lo arrestarono.
Fu l’unico che pagò le conseguenze, direi anche con onore questa volta.
Il tribunale militare lo condannò alla fucilazione, e volle lui stesso ordinare il fuoco al plotone d’esecuzione.
Tutti gli altri responsabili invece avanzarono di grado, e si presero ugualmente le medaglie nonostante la disfatta.
Salvo Chrzanowsky che sebbene processato anche lui, se la cavò.
Il 23 marzo i due eserciti si scontrano a Novara e i piemontesi sono sconfitti.
Anche qui gli errori furono fatali.
Alle 3 del pomeriggio avevano la vittoria in mano ma si fermarono non riuscendo a capire che il nemico era in rotta.
Si fermarono a tal punto che permisero l’arrivo di Radetzky con truppe fresche che sconfissero i piemontesi.
La seconda parte della 1° Guerra d’Indipendenza era durata solo quattro giorni, dal 20 al 23 marzo 1849.
Sorsero problemi seri a causa della disfatta perché i nostri militari piemontesi si diedero al saccheggio mentre fuggivano, non solo a Novara ma in tutta la provincia. Compresi tutti i nostri paesi dove si trovano le documentazioni con facilità.
A Vignale il Re Tentenna abdica in favore del figlio Vittorio Emanuele II°, e firmerà l’armistizio.
Due giorni dopo, il nuovo re d’Italia lo firmerà a Borgomanero.
Carlo Alberto partirà subito per l’esilio e morirà qualche mese dopo a Oporto. Il 28 luglio 1848.
E così nel marzo del 1849 si chiudeva quel memorabile ’48 italiano.
In un breve lasso di tempo si era assistito a tutto e al contrario di tutto, a cominciare da una guerra nata veramente dal popolo e divenuta metodica e regia.
Fu una stagione irripetibile e straordinaria in cui si assistette a momenti di grande passione ed eroismo, vanificati da altrettanto momenti ingannevoli e illusori.
Tuttavia se da quella stagione straordinaria nacque l’espressione “L’è an quarantot” cioè un’epoca di confusione e di disordine, fu poi da quel momentaneo, apparente disordine che nacque l’Italia Unita.
Per la prima volta – seppur con tante divisioni – gli italiani di tutte le parti d’Italia, avevano combattuto per un fine comune.
Nel 1848 anche se non si vinse, nacque una Coscienza Italiana.
Coscienza che abbiamo poi perso di nuovo lungo la via.
Quello stesso giorno della firma dell’armistizio Salasco, Brescia si solleva contro gli austriaci e resiste eroicamente per 10 giorni.
Sono le famose 10 giornate di Brescia.
Uno dei capi della rivolta è Tito Speri, e la città si guadagnerà il titolo di Leonessa d’Italia.
Poi il declino totale nel resto d’Italia: I borboni riconquistano Palermo, e cade la Repubblica Romana nonostante le vittorie e gli atti di valore di Garibaldi e dei suoi volontari.
Nel tentativo di difesa della città troveranno la morte anche i patrioti Enrico Dandolo, Emilio Morosini, Enrico Daverio, Luciano Manara e Goffredo Mameli, il poeta creatore del Canto degli Italiani.
Fu un duro colpo che fece riflettere molti, sia patrioti che dirigenti del Governo Sardo.
Tra le varie e molteplici cause era mancato anche – se non l’appoggio – il consenso delle potenze straniere.
A questi Stati europei non conveniva che si modificasse l’assetto politico generale scaturito dal Congresso di Vienna del 1815, e pertanto erano rimasti alla finestra senza intervenire.
E verrebbe anche da dire giustamente dalla loro parte, perché la parola d’ordine sia di Mazzini che di Carlo Alberto fu fin dall’inizio che l’Italia farà da sé.
E’ in quegli anni successivi che incominciò l’ascesa politica di Camillo Benso conte di Cavour fino ad arrivare alla carica di Primo Ministro.
Cavour si rese conto della situazione ed incominciò a tessere la trama europea.
Nel 1853 ha inizio la guerra tra la Turchia e la Russia.
Francia e Inghilterra si alleano alla Turchia dichiarando guerra alla Russia, e chiedono all’Italia di parteciparvi.
Dopo molte discussioni si giunge alla determinazione di inviare un corpo di 18.000 militari piemontesi in Crimea, al comando di Alfonso La Marmora.
In effetti però la guerra fu contro il colera piuttosto che contro i russi.
Su una forza complessiva inglese di 23.000 uomini, solo 1599 risultarono morti in battaglia, mentre ben 10.053 erano morti di colera.
Nel solo mese di luglio del 1855 ci furono 1.300 morti italiani per quella malattia.
Un mese prima era morto anche un pratese.
In questa spedizione morì di colera anche il fratello del capo spedizione, il generale Alessandro La Marmora, fondatore del corpo dei bersaglieri.
Gli italiani si distinsero abbastanza bene nella battaglia della Cernaia senza però fare grandi cose.
Il capo spedizione Alfonso La Marmora fece sapere a Torino che durante gli scontri i piemontesi avevano perduto 200 uomini per dare il senso di una grande battaglia, in realtà i caduti per il fatto d’armi furono 14.
Nel 1856 la guerra termina vittoriosamente, ed al Congresso di Parigi delle potenze vincitrici, Cavour ha modo di segnalare che esiste anche un problema italiano che dovrebbe essere risolto.
Tutto lascia ben sperare tant’è che il ministro della guerra La Marmora – per sicurezza – emana una direttiva in cui invita i comuni a non concedere eventuali permessi di matrimonio per tutti i militari a casa in congedo illimitato.
Ed effettivamente Cavour lavora alacremente sul piano internazionale, specialmente nei confronti della Francia di Napoleone III°.
D’accordo con Costantino Nigra – ambasciatore Sabaudo in Francia – invia a Parigi sua cugina Virginia Oldoini, meglio chiamata come Contessa di Castiglione.
La invia con il preciso scopo di introdurla alla corte per tentare di sedurre il re, e favorire una soluzione positiva alla causa italiana.
Sembra che Cavour abbia detto alla bella e giovane nobildonna: usate tutti i mezzi che vi pare, ma riuscite.
Nicchia oppure la Vulva d’oro come venne poi battezzata, non se lo fece dire due volte, e in quattro e quattr’otto divenne l’amante prediletta di Napoleone III°.
Qualcuno si è preso anche lo sfizio di indagare sui suoi amanti, e sembra che ne abbia collezionati 43 dichiarati, e 12 dei quali avuti contemporaneamente, e sempre all’insaputa l’uno dell’altro.
Intanto sul piano interno vanno registrati altri due importanti avvenimenti, entrambi falliti drammaticamente ma che contribuirono a tenere in tensione i patrioti.
Nel 1852 vi erano state sommosse a Mantova, ed erano state arrestate 110 persone.
Diversi patrioti furono impiccati e tra di essi vi era anche Tito Speri il protagonista delle 10 giornate di Brescia.
Questi patrioti furono in seguito chiamati i Martiri di Belfiore.
Nel 1857 invece vi fu il tentativo della spedizione mazziniana a Sapri, in provincia di Salerno.
I patrioti comandati da Carlo Pisacane dopo essersi impadroniti di un piroscafo sbarcarono all’isola di Ponza dove liberarono tutti i detenuti presenti.
In totale erano 323.
Poi sbarcarono a Sapri convinti di trovare altri patrioti che si sarebbero uniti a loro.
Ma anche lì fu un massacro, ed anche lì com’era accaduto per i fratelli Bandiera, tra i massacratori molti erano popolani.
150 vennero uccisi subito, gli altri il giorno successivo, compreso Carlo Pisacane.
Il fatto scosse molto l’opinione pubblica e Luigi Mercantini scriverà la famosa poesia “La spigolatrice di Sapri” il cui ritornello recita: “eran trecento, eran giovani e forti e sono morti”.
A proposito di questi due fatti cui parteciparono anche i popolani al massacro dei patrioti, va fatta l’osservazione che le forze di polizia, insieme ai ricchi proprietari terrieri del luogo, avevano convinto i popolani che si trattava di comuni delinquenti e assassini fuggiti dalle carceri.
L’inizio del 1858 si apre a Parigi con il tentativo di uccidere il re di Francia Napoleone III° da parte di un gruppo di patrioti comandati da Felice Orsini.
Il motivo era – sbagliando – che ritenevano il re di Francia il perno del sistema reazionario di tutta Europa, quindi colpendo lui, tutti i popoli d’Europa si sarebbero scrollati di dosso il potere dominante.
L’attentato, anche se provocò 8 morti e un centinaio di feriti, fallì, ed i patrioti furono catturati.
Dopo il processo due di essi furono condannati alla ghigliottina: Felice Orsini e Giovanni Andrea Pieri.
Pieri era stato un luogotenente del pratese Antonini nella guerra del ’48.
L’attentato avvenne proprio mentre con molta fatica Cavour cercava di convincere il re di Francia a prendere una posizione favorevole a noi, per il futuro assetto politico italiano.
L’Orsini pentito del suo gesto scrisse al re pregandolo di prendersi a cuore il problema dell’Indipendenza italiana.
Tale lettera venne letta pubblicamente durante il processo e venne ripresa da tutti i giornali europei facendo da cassa di risonanza al problema italiano.
Sembra assurdo ma fu poi lo stesso Napoleone III° che chiese all’Orsini di scrivere una seconda lettera, e dicendogli che sarebbe poi stata pubblicata anche sui giornali piemontesi.
Evidentemente Napoleone III° aveva già preso la sua decisione di aiuto all’Italia, e anche questo fatto propagandistico serviva al suo scopo.
Poco prima di morire l’Orsini mandò la lettera che venne pubblicata.
Un capoverso diceva: Quanto alle vittime del 14 gennaio, offro il mio sangue in sacrificio, e prego gli italiani che fatti un dì indipendenti diano un degno compenso a tutti coloro che ne soffrirono danno.
Salì al patibolo gridando: Viva la Francia. Viva l’Italia.
Va detto che Napoleone III°, nonostante l’attentato contro di lui, voleva concedere la grazia all’Orsini, ma per ragioni politiche interne alla Francia, i suoi ministri non lo permisero.
Sempre quell’anno avviene un incontro semisegreto a Plombieres in Francia, tra Napoleone III° e Cavour dove si gettarono le basi per l’alleanza militare tra i due stati.
Tutto aveva funzionato per il verso giusto, compresa la Contessa di Castiglione.
In cambio dell’aiuto determinante della Francia, l’Italia però avrebbe assegnato Nizza, la Savoia, e Clotilde, la figlia sedicenne di Vittorio Emanuele II°.
Costei sarebbe andata sposa al cugino del re Gerolamo Bonaparte, chiamato Plon Plon.
Un legame di sangue tra le due dinastie rafforzava l’unione politica e militare. E così avvenne.
Intanto il Piemonte incomincia a riarmarsi e richiamare uomini alle armi.
Il 10 gennaio 1859 durante la seduta inaugurale del Parlamento Subalpino, Vittorio Emanuele II° nel suo intervento di apertura dichiara: “Il nostro Paese, piccolo per territorio, acquistò credito nei Consigli d’Europa perché grande per le idee che rappresenta, per le simpatie che esso ispira.
Questa condizione non è scevra di pericoli, giacchè,
nel mentre rispettiamo i trattati, non siamo insensibili al grido di dolore che da tante parti d’Italia si leva verso di noi.”
Sarà quest’ultima frase che infiammerà i patrioti italiani e farà capire agli austriaci che il momento della guerra è ormai vicino.
Anche in questo caso va fatta una precisazione importante, e che non tutti conoscono.
Cavour e Giuseppe Massari avevano preparato il testo completo che Vittorio Emanuele avrebbe dovuto leggere; l’ultimo capoverso faceva un vago riferimento a re Carlo Alberto che aveva iniziato la 1° guerra d’Indipendenza, e che quindi si era indirizzati a seguirne l’esempio.
Poi, sembrandogli quel capoverso un po’ troppo forte e esplicito, Cavour decise di inviare il testo a Napoleone III° affinchè lo visionasse.
Quando gli ritornò quasi gli prese un colpo quando lo lesse, perché il re francese aveva sostituito il capoverso originale con il famoso Grido di Dolore.
Pertanto la famosa frase che noi tutti abbiamo studiato a scuola e che è ricordata come una delle frasi più significative di tutto il nostro Risorgimento, è stata scritta in realtà da Napoleone III° re dei francesi.
E’ indubbio che tale discorso ebbe l’effetto di moltiplicare la mobilitazione di una miriade di volontari che si recarono in Piemonte per prepararsi alla guerra.
Ed è in questo contesto che gli austriaci manderanno un ultimatum al Piemonte minacciando l’invasione se il Regno Sabaudo non smette di riarmarsi e inviare truppe verso i confini.
Era ciò che si aspettava per poter intervenire, solo che a differenza del 1848 avevamo un alleato in più e molto potente: la Francia.
E così nell’aprile del 1859 ebbe inizio la 2° Guerra d’Indipendenza.
Il 4 giugno i francesi vincono a Magenta e quattro giorni dopo i due re entrano in Milano liberata.
L’Italia intera è in completo subbuglio.
Leopoldo di Toscana abbandona il suo regno, mentre Parma, Modena e le città legate allo Stato Pontificio cacciano i sovrani e si uniscono al Regno di Sardegna.
Intanto la guerra continua incessante, e mentre Garibaldi con i suoi Cacciatori delle Alpi dilaga nelle zone dei laghi lombardi, avvengono le sconfitte austriache di San Martino e Solferino.
L’11 luglio 1859 l’Austria tracolla e firma l’armistizio a Villafranca, ratificato poi dal Trattato di Zurigo dove il Piemonte ottiene la Lombardia.
O meglio, gli austriaci consegnano la Lombardia a Napoleone III° re dei francesi, e lui la consegna a Vittorio Emanuele II°.
In cambio dell’aiuto determinante portato dalla Francia, il 24 marzo 1860, Nizza e la Savoia passano alla Francia secondo quanto stabilito nella clausola segreta dell’incontro di Plombieres.
Per la verità gli accordi non erano come effettivamente si svolsero, perché questi prevedevano che anche il Veneto dovesse essere inserito insieme alla Lombardia; mentre la Toscana, parte dell’Emilia e le Legazioni Pontificie dovevano far parte di un ipotetico Regno dell’Italia Centrale distinto dal Regno di Sardegna.
Quello che aveva scompaginato i piani era che queste ultime regioni, autonomamente o meno, chiesero e ottennero l’annessione al Piemonte. Pertanto Napoleone III° in modo unilaterale firmò l’armistizio di Villafranca con la concessione della sola Lombardia.
E’ nel contesto di questi eventi che si svolse una furibonda discussione tra Cavour e Vittorio Emanuele II°, in cui ad un certo punto Cavour gridò in faccia al re: Ma quale re e re! Qui l’unico re sono io! E poi: Si cerchi un altro Primo Ministro!
Era presente anche Costantino Nigra, ed il re disse a costui in dialetto e con assoluta calma: Nigra se lo porti a dormire!
Due mesi dopo – il 6 maggio 1860 – avvengono altri colpi decisivi per l’Unità d’Italia.
Garibaldi – dopo aver radunato un migliaio di volontari – salpa da Quarto in direzione della Sicilia per liberarla dai Borboni.
E’ la Spedizione dei Mille.
Va fatta una premessa per capire l’iniziativa.
L’idea di incalzare i tempi con una spedizione nel sud era stata di Mazzini ed inizialmente Garibaldi si mostrò contrario, salvo che ci fossero stati dei moti popolari che giustificassero l’impresa e che aiutassero i volontari sbarcati.
Un moto insurrezionale in effetti si svolse a Palermo ma fu un insuccesso, e Nicola Fabrizi da Malta lo confermò, solo che essendo un messaggio cifrato per sicurezza richiesero delle precisazioni.
La risposta fu che l’insurrezione aveva avuto successo e stava dilagando nell’isola.
Non è ancora chiaro se la forzatura fu di Fabrizi, oppure come appare probabile di Crispi, La Masa e altriche volevano assolutamente che si partisse per la Sicilia.
Garibaldi si convinse e mandò Nino Bixio e Agostino Bertani a cercare le navi per il trasporto.
Ne trovarono due dalla società Rubattino, però i battelli dovevano essere rubati perché doveva figurare come una spedizione autonoma di Garibaldi per non coinvolgere il governo sul piano internazionale. Anche se il governo era ben a conoscenza dell’iniziativa ed in parte la favoriva.
Contemporaneamente Garibaldi mandò anche Crispi a Milano per prendere i fucili per i patrioti in attesa a Genova.
Tali fucili facevano parte del fondo chiamato del Milione di fucili.
Cos’era? Era una iniziativa di Garibaldi risalente all’anno precedente per la raccolta di fondi per acquistare armamenti per continuare la guerra.
Nel deposito di Milano – oltre a molto denaro – c’erano già 12.000 armi da fuoco tra cui anche duemila carabine Enfield, le migliori del mondo.
Dissero che glie le avrebbero mandate immediatamente.
Gli mandarono invece 1019 vecchi fucili quasi inservibili, solo cinque casse di munizioni, che poi sparirono rubate da due contrabbandieri, e 30.000 lire in contanti.
Il motivo era che sia Massimo D’Azeglio, in quell’epoca Governatore di Milano, sia La Farina e sopratutto Cavour non erano molto d’accordo sull’iniziativa, e mandandogli quei vecchi fucili speravano che desistesse dall’impresa.
Inoltre avevano anche timore che cambiasse idea e sbarcasse nello Stato Pontificio.
Ed infine quei mille personaggi dichiaratamente repubblicani potevano creare problemi alquanto seri al governo sabaudo.
Garibaldi non si perse d’animo.
La sera del 5 maggio Nino Bixio con una quarantina di volontari andò a rubare le due navi da Rubattino e le portò a Quarto.
C’era mezza città di Genova che assistette al finto furto.
L’impresa era disperata e oltre a non esserci alcun moto insurrezionale si sarebbe trovato di fronte ad un esercito di 25 mila uomini bene armati e bene riforniti nelle retrovie.
Le uniche cose che possedevano i garibaldini erano la determinazione di fare l’Italia, e le baionette, ed è proprio con queste che vinceranno il primo scontro di Calatafimi contro 1700 borbonici.
In questo primo scontro il pratese Alessandro Fasola ricevette la medaglia d’argento al valore, mentre il borgomanerese Costantino Pagani – sottotenente – troverà la morte.
Non fu una grande battaglia. Ci furono meno di 30 morti per ogni parte, e circa 150 feriti per parte, ma fu importante sotto il profilo psicologico per gli stessi garibaldini, che ottennero anche un iniziale contributo di un gruppo di siciliani.
Poi tutto divenne più semplice perché molti altri siciliani si aggregarono.
Intanto le truppe piemontesi si avviano verso il meridione vincendo le truppe pontificie a Castelfidardo.
L’1 e il 2 ottobre Garibaldi vince la battaglia del Volturno.
A questo punto tutta l’Italia meridionale è libera.
S’incontra con Vittorio Emanuele II° - il re Galantuomo - nei pressi di Teano.
Il re lo trattò molto freddamente e non proprio da galantuomo, e poi prima di avviarsi insieme, gli disse che i garibaldini dovevano mettersi in coda all’esercito Regio.
I garibaldini incavolati come bestie ubbidirono.
A Garibaldi furono poi offerte onorificenze e doni che però lui rifiutò.
Chiese una cosa sola; che le venisse concesso il governo dittatoriale della Sicilia per un solo anno. Gli risposero di nò, e allora abbandonò la scena per ritirarsi a Caprera.
Nel febbraio del 1861 s’inaugura a Torino il 1° Parlamento Italiano, ma mancano ancora due obiettivi: Roma e il Veneto.
Garibaldi cerca di forzare i tempi e il 28 giugno 1862 parte da Palermo con una ventina di volontari per liberare Roma.
Diventeranno 3000 in pochi giorni.
Da quel tentativo ci fu la nascita del famoso motto: O Roma o morte! Che tutti conosciamo.
Frase che non fu pronunciata da lui, ma venne fuori dalla folla presente ad un comizio.
Quando incominciò ad attraversare lo stretto venne l’ordine di fermarlo a tutti i costi, a causa dell’intervento di Napoleone III° di Francia nei confronti del governo sabaudo.
Non era ancora il momento propizio.
Il 29 agosto si scontra sull’Aspromonte contro lo stesso esercito piemontese che ora gli era nemico e voleva fermarlo.
Viene ferito e catturato, ma è poi liberato grazie alle pressioni e proteste dell’opinione pubblica.
Nel giugno del 1865 viene trasferita la capitale d’Italia da Torino a Firenze.
Un anno dopo avviene la scintilla per forzare i tempi, perché scoppia la guerra tra la Prussia e l’Austria.
L’Italia ne approfitta dichiarando anche lei guerra all’Austria parecchio indebolita, e con poche forze nel Veneto occupato.
E’ l’inizio della 3° Guerra d’Indipendenza.
Non abbiamo più l’alleato francese come in precedenza, e nonostante la debolezza austriaca il nostro esercito subisce pesanti sconfitte, prima a Custoza e poi in mare nella battaglia di Lissa.
Per fortuna c’è il solito Garibaldi che ora fa comodo al re e al suo Stato Maggiore.
Ed è lui che ottiene a Bezzecca l’unica vittoria italiana della 3° guerra d’Indipendenza.
Poi si appresta a liberare il Trentino ma gli viene intimato di fermarsi perché nel frattempo gli austriaci hanno chiesto l’armistizio, che verrà firmato a Cormons.
Garibaldi risponde telegraficamente: “ho ricevuto il dispaccio n° 1703: OBBEDISCO”.
Si dovrà aspettare fino a dopo la 1° Guerra Mondiale per avere il Trentino.
Con la successiva Pace di Vienna termina la 3° guerra e Vittorio Emanuele II° – grazie ai Prussiani e a Garibaldi – ottiene il Veneto.
O meglio, anche in questo caso il Veneto viene consegnato alla Francia che a sua volta lo gira al nostro re.
Garibaldi non si ferma ed ha voglia di concludere le faccende una volta per tutte, e pertanto l’anno successivo si dirige di nuovo verso Roma per liberarla, ma questa volta viene sconfitto dai francesi, e dalle truppe pontificie armate di nuovi fucili a tiro rapido, a Mentana.
Anche in questo caso i tempi politici non sono ancora maturi.
Nel combattimento di Villa Glori persero la vita due dei fratelli Cairoli.
Il tempo politico maturò tre anni dopo quando scoppiò la guerra tra i francesi e gli emergenti prussiani.
Costoro vinsero a Sedan e tre giorni dopo venne proclamata la repubblica in Francia.
Il contingente francese a guardia di Roma e del papato era già stato ritirato e così fu facile per il generale Cadorna entrare nella città attraverso la breccia di Porta Pia.
Era il 20 settembre 1870.
Ha termine così dopo 11 secoli il potere temporale dei Papi.
Pio IX° arrabbiato si ritira in Vaticano e scomunica tutto e tutti.
La completa – per modo di dire - Unità Italiana è compiuta quando nel luglio del 1871 Roma diventa di fatto Capitale d’Italia.
Rimangono da fare gli Italiani come disse a suo tempo Massimo D’Azeglio.
Siamo parecchio in ritardo, ma devo essere fiducioso!
All’inizio ho ricordato la nascita della bandiera italiana, simbolo di Unità della Nazione che si voleva far risorgere.
Ma mancava un secondo simbolo che doveva caratterizzare meglio questa Unità: un Inno.
E questo avvenne un po’ per caso, e fu grazie a colui che a Genova nella manifestazione del 10 dicembre 1847 issava uno dei due Tricolori: Goffredo Mameli.
Goffredo Mameli faceva parte di quella giovane borghesia genovese legata all’ideologia mazziniana, e ben presto molti di loro divennero i migliori patrioti risorgimentali.
Aveva vent’anni quando nel novembre del 1847 compose il “Canto degli Italiani” e mai avrebbe immaginato che la sua lirica resistesse così a lungo fino ad essere scelta – dopo la Seconda Guerra Mondiale – a rappresentare musicalmente la nostra Repubblica.
Consegnò lo scritto all’amico pittore Ulisse Borzino che se lo portò a Torino per darlo all’altro amico – genovese anche lui - Michele Novaro che si trovava in quel momento nella casa di Lorenzo Valerio.
Ricordo che Lorenzo Valerio oltre ad essere un grande amico del pratese Giacomo Antonini, fu insieme agli industriali borgosesiani Antongini, il fondatore del giornale “La Concordia”.
L’Inno venne subito musicato da Novaro, e già pochi giorni dopo veniva cantato dai patrioti durante le numerose manifestazioni premonitrici del ’48.
Il 19 marzo 1848 – seconda delle famose 5 giornate di Milano – il giovane poeta Mameli arringando la folla in un comizio a Genova pronunciò solo alcune parole: “Cittadini! A Milano si muore: io e parecchi amici partiamo stanotte”. Questo fu tutto il suo comizio.
Subito si ritrovarono in un centinaio e partirono per il Lombardo-Veneto.
Questo gruppo divenne la “Compagnia Mazzini” guidata da lui ventenne e da Nino Bixio.
Terminata infelicemente la 1° fase della 1° guerra d’Indipendenza, l’anno successivo Goffredo Mameli si unì a Garibaldi nella difesa della Repubblica Romana.
Il 3 giugno 1849 venne ferito in una gamba durante un violentissimo scontro sul Gianicolo.
Morirà un mese dopo – il 6 luglio – a causa di una infezione sopraggiunta.
Aveva 22 anni.
Ma è giusto in questa occasione ricordare anche l’autore musicale del nostro Inno.
Ritengo importante parlare anche di lui perché quando si parla dell’Inno viene spontaneo per tutti noi, chiamarlo impropriamente l’Inno di Mameli.
Michele Novaro, genovese anch’esso, aveva 29 anni quando lo musicò.
Si trovava nella casa di Lorenzo Valerio quando li raggiunse l’amico pittore Ulisse Borzino che gli portò il testo.
In quel momento il gruppo di amici, oltre che parlare di attualità politica, stavano provando al pianoforte altri inni patriottici nati sull’onda di quell’iniziale momento rivoluzionario.
Provato il testo già in quella serata non ne fu soddisfatto, e lasciati gli amici se ne andò a casa dove per tutta la notte nella completa solitudine provò fino a trovare la giusta melodia.
Ricordò in seguito che dall’agitazione rovesciò anche la lucerna sporcando irreparabilmente il foglio originale dello scritto di Mameli.
Lo fece poi sentire ad altri amici che ne rimasero entusiasmati, e qualche giorno dopo venne provato in pubblico nell’Accademia Filodrammatica di Torino. L’effetto – si racconta – fu enorme……pochi giorni dopo tutta Torino sapeva quel canto.
Novaro, patriota di idee liberali e mazziniane, si trovava a Torino con un contratto di secondo tenore e maestro dei cori dei teatri Regio e Carignano.
Musicò decine di canti patriottici in quei formidabili anni e organizzò diversi spettacoli musicali raccogliendo fondi destinati alle spedizioni garibaldine.
Dopo l’Unità tornò a Genova dove fondò una Scuola Corale Popolare a cui dedicò il suo impegno negli anni seguenti.
Modesto e schivo di carattere non volle mai ricavarne vantaggio da quell’Inno diventato famoso.
Fece la restante sua vita con grandi difficoltà finanziarie giungendo alla morte nel 1885 completamente in povertà.
Solo in seguito per iniziativa dei suoi ex allievi venne costruito un monumento funebre in suo ricordo nel cimitero di Staglieno di Genova, proprio vicino alla tomba di Giuseppe Mazzini.
A noi sembra giusto averlo ricordato, e per l’occasione abbiamo anche voluto – per tributargli il giusto onore – far conoscere la sua immagine durante questa ricorrenza.
Ufficialmente l’Inno di Mameli venne adottato provvisoriamente dalla nostra Repubblica dopo la 2° Guerra Mondiale - il 12 ottobre 1946 - e definitivamente il 17 novembre 2005.
Questo la dice lunga sulla nostra tipica lentezza burocratica.
In precedenza la musica che rappresentava l’Italia era la Marcia Reale di Giuseppe Gabetti che rimase in vigore fino alla fine della monarchia sabauda, quando venne sostituita per un breve periodo dalla Leggenda del Piave, scritta da Giovanni Gaeta e firmata con lo pseudonimo di E.A. Mario.
In questi ultimi tempi si è parlato molto dell’Inno e anche di un eventuale cambio con un nuovo inno, come ad esempio il Va Pensiero del Nabucco di Giuseppe Verdi; oppure un ritorno alla Leggenda del Piave.
Personalmente non credo che sia il caso, anzi vorrei ricordare che lo stesso Giuseppe Verdi l’aveva inserito insieme alla Marsigliese e all’Inno Nazionale inglese nell’”Inno delle Nazioni” da lui composto in occasione dell’Esposizione Universale di Londra del 1864.
Se n’è parlato molto, e se ne parla soprattutto per l’occasione di manifestazioni sportive rilevando che sono pochi coloro che lo sanno e che lo cantano, e una delle cause è quella che effettivamente non è facile impararlo a memoria.
Non solo, ma alcuni versi sono un tantino incomprensibili alla gente, e forse, più che cantarlo a mio avviso, sarebbe opportuno almeno conoscerlo nel suo significato.
Vediamo ora il modo di comprenderlo maggiormente, ricordando che se pur scritto con eccessiva enfasi, diciamo “risorgimentale”, è pur sempre un inno dichiaratamente repubblicano.
FRATELLI D’ITALIA
L’ITALIA S’E’ DESTA
DELL’ELMO DI SCIPIO
S’E’ CINTA LA TESTA.
Il testo originale di Mameli – invece che Fratelli d’Italia – portava scritto: Evviva l’Italia.
Il poeta affermando che l’Italia si è svegliata dopo tanti secoli, rievoca l’antico valore dei Romani ricordando Cornelio Scipione detto l’Africano.
Questo personaggio fu colui che a Zama nel 202 A.C. sconfisse Annibale concludendo così a favore dei Romani la Seconda Guerra Punica.
Mameli in questo frangente non rende onore alla Roma Imperiale di Cesare, ma a quella Repubblicana di Scipione.
DOV’E’ LA VITTORIA?
LE PORGA LA CHIOMA;
CHE’ SCHIAVA DI ROMA
IDDIO LA CREO’.
Qui il riferimento è all’antico uso romano di tagliare i capelli alle schiave per distinguerle dalle donne libere. Pertanto Iddio creò Roma e l’Italia potente, e quindi la vittoria deve porgere la chioma a quest’Italia potente voluta da Dio.
In questo, trova spazio il pensiero mazziniano di Roma a capo del mondo. Un concetto ereditato da Dante e in precedenza da Virgilio.
STRINGIAMCI A COORTE,
SIAM PRONTI ALLA MORTE;
SIAM PRONTI ALLA MORTE
ITALIA CHIAMO’.
La coorte era una unità di combattimento dell’esercito romano, e più precisamente la decima parte di una legione.
Quindi in questa frase – che diventa poi il ritornello dell’Inno – si assiste all’appello del poeta a riunirsi per combattere fino alla morte lo straniero.
NOI SIAMO DA SECOLI
CALPESTI, DERISI,
PERCHE’ NON SIAM POPOLO,
PERCHE’ SIAM DIVISI.
Oltre all’appello all’unione, in questa frase l’autore ricorda che dopo la fine dell’Impero Romano gli italiani non furono mai un popolo unito, e le fatali discordie ci hanno portato ad essere calpestati e derisi.
In quell’anno 1847 l’Italia era ancora divisa il 7 Stati.
A questo proposito vorrei ricordare anche il poeta, storico, e uomo politico francese Lamartine, che fu tra l’altro amico di Antonini.
Costui aveva pubblicato nel 1825 un poema in cui definiva l’Italia e gli italiani “Terra dei morti” proprio perché gli Italiani non erano capaci di fondersi come popolo unito.
L’invettiva aveva suscitato l’ira di molti esuli e patrioti italiani tanto che Gabriele Pepe in una cavalleresca rivendicazione dell’onore italiano l’aveva sfidato a duello ferendolo.
Fu lo stesso Lamartine a ricordare il fatto ai patrioti italiani quando questi, al comando di Giacomo Antonini si apprestavano a partire da Parigi verso l’Italia allo scoppio delle 5 giornate di Milano.
RACCOLGACI UN’UNICA
BANDIERA, UNA SPEME;
DI FONDERCI INSIEME
GIA’ L’ORA SONO’.
UNIAMOCI, AMIAMOCI.
L’UNIONE E’ L’AMORE
RIVELANO AI POPOLI
LE VIE DEL SIGNORE.
GIURIAMO FAR LIBERO
IL SUOLO NATIO:
UNITI, PER DIO,
CHI VINCER CI PUO’?
Quest’ultimo capoverso: Uniti, per Dio, chi vincer ci può? Va interpretato come una dichiarazione di Unità benedetta da Dio.
Goffredo Mameli era dichiaratamente repubblicano, ma anche profondamente religioso e nell’Inno lo dimostra efficacemente anche nella strofa precedente quando recita: Uniamoci, amiamoci. L’unione e l’amore, rivelano ai popoli le vie del Signore.
Dopo queste strofe di appello all’unione sotto un’unica bandiera, e la speme, cioè la speranza di unità del popolo, il poeta riprende il ricordo di altri eventi storici.
DALL’ALPI A SICILIA
DOVUNQUE E’ LEGNANO;
OGNI UOM DI FERRUCCIO
HA IL CORE, LA MANO.
In questa strofa Mameli ripercorre idealmente sette secoli di Storia Italiana e di lotta contro il dominio straniero.
Il riferimento di Legnano è l’unione della Lega Lombarda che vinse contro il Barbarossa proprio a Legnano nel 1176.
Pertanto il poeta esorta tutti gli italiani – dalle Alpi alla Sicilia – ad unirsi come si erano uniti i lombardi contro il Barbarossa.
La seconda parte invece è relativa a Francesco Ferrucci che nella Repubblica Fiorentina assediata dalle milizie imperiali di Carlo V°, attaccò alle spalle con duemila contadini le forze francesi, salvando così Firenze.
Egli venne poi catturato dagli imperiali a Gavinana sulle montagne di Pistoia.
Ferrucci ferito e agonizzante venne portato al cospetto del comandante avversario Fabrizio Maramaldo, che per vendicarsi lo uccise a sangue freddo contravvenendo a tutte le regole cavalleresche in uso in quel tempo.
E’ in quella occasione che Ferrucci pronunciò la famosa frase: “Vile! Tu uccidi un uomo morto!”
Era il 3 agosto 1530.
Ancora oggi si usa dire che un “maramaldo” è un vile che infierisce contro il debole e l’inerme.
Dieci giorni dopo quel fatto la città di Firenze si arrese e dovette accettare il rientro dei Medici.
Quindi tutti gli italiani combattenti devono essere come gli uomini di Ferrucci.
Combattere con la mano sì, ma soprattutto con il cuore perché devono essere consapevoli che combattono per l’Unità e la Libertà.
I BIMBI D’ITALIA
SI CHIAMAN BALILLA;
IL SUON D’OGNI SQUILLA
I VESPRI SONO’.
L’accorato canto alla riscossa nazionale ricorda in questo caso il ragazzo genovese Gianbattista Perasso soprannominato Balilla.
Si era nell’anno 1746 quando gli austriaci a Genova volevano obbligare alcuni popolani a prestar aiuto ai soldati per sollevare un mortaio da bombe rimasto impantanato.
Il giovane Balilla lanciando un sasso contro le truppe austriache dette l’avvio alla ribellione, e dopo cinque giorni di combattimenti riuscirono a scacciare gli austriaci dalla città.
E quindi Mameli vorrebbe che tutti partecipassero alla rivolta, e che i ragazzi prendessero esempio dall’eroe Balilla.
Il secondo riferimento è invece agli ancora più famosi Vespri Siciliani quando in attesa della funzione Vespertina del lunedì di Pasqua del 1282 iniziò la rivolta siciliana contro i francesi di Carlo d’Angiò.
A generare la rivolta fu un gesto irriguardoso di un soldato francese nei confronti di una giovane palermitana, che venne ucciso da un giovane (o dal marito) dopo che gli ebbe sottratta la spada.
SON GIUNCHI CHE PIEGANO
LE SPADE VENDUTE;
GIA’ L’AQUILA D’AUSTRIA
LE PENNE HA PERDUTE.
IL SANGUE D’ITALIA
E IL SANGUE POLACCO,
BEVE’, COL COSACCO;
MA IL COR LE BRUCIO’.
Le spade vendute erano le truppe mercenarie al servizio dell’aquila bicipite, simbolo dell’Impero austriaco.
Quindi la forza della nostra Unità piegherà come giunchi le spade mercenarie austriache.
L’ultimo riferimento è contro le potenze della Santa Alleanza: Austria e Russia, che si unirono per sconfiggere gli insorti polacchi.
Nei mesi di gennaio e febbraio 1846 i patrioti di Cracovia avevano tentato una insurrezione nella Galizia, ma non riuscirono.
L’Austria e la Russia occuparono la città libera di Cracovia.
Quindi queste due nazioni hanno bevuto con le loro occupazioni sia il sangue dei patrioti italiani, che di quelli polacchi.
In sostanza il sangue bevuto avvelena il cuore degli oppressori.
Lottiamo uniti pertanto, sembra dire il poeta, e vedrete che bruceremo il cuore avvelenato di queste due nazioni.
Un’ultima annotazione alquanto curiosa riguarda proprio questo punto.
L’Inno nazionale polacco è stato scritto nel 1797 a Reggio Emilia dal tenente polacco Wybicki ed è citata la terra italiana, come il nostro Inno cita la terra polacca.
Questa doppia citazione Italia – Polonia nei rispettivi Inni è unica al mondo.
Giacomo Antonini e Alessandro Fasola
Due patrioti pratesi per l’Indipendenza Italiana
Prato Sesia 3° serata: venerdì 15 aprile 2011
Prima di iniziare la biografia del personaggio credo che sia utile far conoscere per quale ragione Giacomo Antonini nacque nel borgo di Prato, essendo comunemente risaputo che tale cognome non è originario di questo luogo.
Il padre di Giacomo, Giovanni, terminati gli studi a Milano, ritornò in Valsesia dove conobbe e sposò Francesca Bozzi.
Francesca era figlia di Giacomo di Crevacuore e di Marianna Genesi di Prato.
In sostanza la nonna di Giacomo Antonini era una Genesi di Prato.
Marianna Genesi dopo la morte del marito si risposò con Bartolomeo Carelli di Varallo ma morì anch’esso. Fu a quel punto che la vedova decise di ritornare a Prato.
A quel tempo era l’unica donna del paese in grado di leggere e scrivere, e fu anche la tenutaria del Mulino Nuovo di Prato in quegli ultimi anni del ‘700.
Giovanni Antonini e la moglie Francesca si stabilirono inizialmente a Varallo dove nacque la loro prima figlia Marianna, successivamente decisero anch’essi di trasferirsi a Prato dove Giovanni svolse la professione notarile e ebbe l’incarico di segretario comunale.
Il 28 ottobre 1792 nacque Giacomo.
La famiglia si completò poi con la nascita di Giacinta, e di Alberto nel 1802, che poi morì in giovane età.
Svolti i primi studi a Novara e a Varallo, Giacomo venne iscritto alla scuola militare di Pavia da poco fondata da Napoleone.
Entrò nella scuola a 17 anni e venne nominato sottotenente verso la fine del 1811 venendo inquadrato nel 1° Reggimento di Linea che venne inviato in zona di guerra in Germania.
Combattè in quei luoghi dove fu anche catturato, riuscendo però a fuggire.
Sconfitto Napoleone ritornò in Italia giungendo a Milano nell’ottobre del 1814.
E ritornò sposato con Susanna Jerszmanowka, una nobile polacca, sorella tra l’altro di un grande generale amico di Napoleone.
Si stabilirono a Prato, però purtroppo a pochi giorni dall’arrivo, Susanna si ammalò seriamente fino a morire. Era il 12 ottobre 1814.
Non passano due mesi che Giacomo si risposa, questa volta con la contessa novarese Teresa Cattaneo.
La donna rimase in stato interessante, però sorsero gravi difficoltà e durante il parto il nascituro morì.
Era il giorno 12 ottobre 1815. Un anno esatto dopo la morte della 1° moglie.
Ma anche per la partoriente i problemi si dimostrarono seri e dopo 12 giorni morì anch’essa.
In quel tempo Giacomo Antonini aveva 23 anni, ed in un anno aveva assistito alla morte di due mogli e di un bambino.
Nel periodo successivo acquista diversi terreni con l’intento di rimanere e dedicarsi all’agricoltura, poi però improvvisamente in una sola settimana vende tutto ciò che gli appartiene, e alla fine di novembre del 1816 parte per la Polonia.
Il motivo di questa improvvisa fuga era perché era stato richiamato alle armi dal Governo Sabaudo come tutti gli ex militari napoleonici.
Giacomo non voleva servire il re di Sardegna ed inoltre era obbligato al servizio di leva per un periodo non minore di sei anni, con un grado minore di quello avuto sotto Napoleone, ed un ribasso sostanziale della paga.
In Polonia si sposa per la 3° volta e la scelta cade su una nobile polacca figlia di un banchiere di Varsavia: Tecla De Laska.
Decide quindi di entrare nell’esercito polacco e vi entra con il grado di maggiore in quanto lui stesso - falsando un poco la verità - aveva dichiarato di essere stato congedato con quel grado.
Nel 1830 scoppia la rivoluzione in Polonia in sollevazione contro la Russia dominante, e l’Antonini è un artefice di quella sommossa essendo comandante in quel momento di due compagnie di granatieri a Varsavia.
E furono proprio queste due compagnie che iniziarono la rivoluzione occupando l’arsenale e la sede della Commissione Governativa di Guerra.
Vinta la città di Varsavia venne nominato comandante delle fortificazioni.
Intervenne l’esercito russo, e dopo una serie di battaglie gli insorti incominciarono a cedere.
L’Antonini aveva partecipato alle più importanti battaglie rimanendo anche ferito.
Venne decorato con la più prestigiosa onorificenza polacca: la Virtuti Militari e promosso tenente colonnello, ed in seguito colonnello.
Dopo una serie di altre battaglie che fu protagonista, fu decorato per la seconda volta con la Croce di Cavaliere Virtuti Militari e prese il comando, prima di un Reggimento ed in seguito della 3° Divisione.
Condannato a morte dai russi riuscì a fuggire in Prussia ed in seguito in Francia, a Besançon, insieme ad un folto gruppo di ufficiali polacchi suoi colleghi.
Nel novembre del 1831 venne pubblicata una amnistia per molti dei cospiratori, ma l’Antonini ne fu escluso perché risultava come imputato di istigazione alla insurrezione dell’anno prima, e come rappresaglia gli vennero sequestrati tutti i beni, e quelli molto cospicui della moglie.
Nella primavera del 1833 insieme ad un centinaio di esuli polacchi, parte dal deposito di Besançon con l’intenzione di unirsi ai patrioti tedeschi che avevano iniziato una rivolta, ma non riuscirono a congiungersi e dovettero riparare in Svizzera.
Ed è da questo luogo che entrò in contatto con Giuseppe Mazzini e la Giovine Italia fondata dallo stesso due anni prima, che a buona ragione si può dire che fu il primo partito politico italiano.
Inizia così una collaborazione con l’Esule Italiano che in quel momento stava organizzando la Spedizione di Savoia.
Grazie a questo contatto ha modo di conoscere e collaborare con tutti i più importanti personaggi del nostro Risorgimento: Carlo Bianco, Nicola Fabrizi, Giovanni La Cecilia, Giuseppe Lamberti, Gustavo Modena, Luigi Amedeo Melegari, Celeste Menotti, Rosales, Belcredi, Ardoino, Allemandi, Manfredo Fanti che diventerà poi Ministro della Guerra e primo responsabile del futuro Esercito Italiano.
L’Antonini fu messo a capo di una delle due colonne, però la spedizione si risolse con un fallimento, a cui contribuì l’incauta decisione di Mazzini – su pressione di molti patrioti – di mettere a capo della spedizione il generale Ramorino.
Tale personaggio si era fatto consegnare da Mazzini la bella somma di 40.000 franchi con la promessa di armi e di volontari che lui avrebbe trovato. In realtà si spese i soldi al gioco e non portò nessun volontario.
Ramorino finirà fucilato nel 1849 dal Governo Sabaudo – alla fine della 1° guerra d’indipendenza – per essere stato una delle cause della sconfitta dei piemontesi.
Imprigionato e poi espulso dalla Svizzera l’Antonini si trovò a svolgere diversi lavori per sopravvivere insieme alla moglie.
Con la fallita spedizione di Savoia si concluse la fase della prima Giovine Italia.
E’ in quegli anni successivi che si assiste quasi ad uno stallo della situazione un po’ in tutta Europa, e specialmente in Italia dove i patrioti si sentono sbandati e senza alcun punto di riferimento.
Il periodo è chiamato dagli storici come il moto perpetuo delle cospirazioni.
Tuttavia si ricomincia di nuovo a tessere le tele cospirative ad opera di vari gruppi di patrioti in modo piuttosto autonomo e non sotto direttive uniche e coordinate.
Da Ricciardi e Poerio a Napoli, a Zambeccari e Ribotti nello Stato Pontificio, a Guerrazzi in Toscana.
La parte più importante l’ebbe però Nicola Fabrizi considerato giustamente insieme a Mazzini e Garibaldi come una delle anime più fulgide di tutto il nostro Risorgimento.
Costui fondò la Legione Italica che durante tutto il periodo di crisi fu l’unica in grado di organizzare dei moti rivoluzionari.
Tutti perdenti e con vittime sia chiaro, ma che tennero in vita la fiamma patriottica.
Uno dei maggiori collaboratori, se non il maggiore fu proprio l’Antonini che girò in lungo ed in largo molti luoghi sotto falso nome facendo proseliti alla causa.
Nel 1839 si accentua la famosa “Questione d’Oriente” con il tentativo di modificare le influenze politiche europee per il predominio di quei luoghi.
I patrioti italiani vedono in quella occasione un modo che può tornare utile alla loro causa, e l’Antonini parte per l’Egitto per entrare nell’esercito di quel paese come tanti altri esuli italiani, pronto alla guerra contro l’Impero Ottomano.
Le grandi potenze raggiunsero un compromesso e l’Antonini dopo qualche mese ritornò in Francia stabilendosi a Marsiglia.
A proposito di questo viaggio c’è da rilevare anche che ebbe il fiuto di ciò che avrebbe potuto dare quella terra sotto il profilo archeologico tant’è ch’ebbe il tempo di effettuare qualche ricognizione: Vi si potrebbe estrarre delle ricchezze. Scrisse il suo compagno Franzini a Nicola Fabrizi.
Poi passò in Corsica, e quindi ai primi di ottobre del 1842 giunge per la prima volta in Italia dopo tanti anni di esilio.
La sua prima lettera è scritta da Livorno con il nome di Alfieri, e precisa che è giunto in Italia facendo il mestiere di Dagherrotipista, che oltre a concedergli la possibilità di guadagnarsi da vivere gli permette di mascherare meglio la sua segreta attività di cospiratore.
Ora in succinto ti dirò come ed in qual modo qui mi trovo. Come ritrattista al dagherrotipo, e giunsi ad essere buon operatore.
In sostanza il fotografo. Un mestiere abbastanza curioso in quel tempo. E credo a buon ragione ch’egli sia stato uno dei primi fotografi italiani in assoluto.
La fotografia era stata inventata da Daguerre pochissimo tempo prima e l’apparecchio che usava si chiamava Dagherrotipo che fu brevettato nel 1839.
Probabilmente l’Antonini trovandosi in Francia durante quel periodo si era subito interessato a quella nuova invenzione.
Si era specializzato parecchio, tanto è che era chiamato da importanti esponenti, anche borbonici in seguito, per immortalare le loro facce, e non tutti lo pagavano come precisò egli stesso in alcune lettere.
Passa in alcune città della Toscana, poi entra nello Stato Pontificio e prosegue verso la Calabria.
Sempre e assolutamente sotto falso nome in quanto ricercato da tutte le polizie dei vari Stati, e con il compito di tessere i contatti con i patrioti dei vari luoghi, e studiare il modo di organizzare eventuali moti cospirativi.
Nel settembre del 1843 approda in Sicilia con il nome di Georges Ramally.
Ne cambiò parecchi di nomi durante quel periodo: Heckermann, Borrini, Alfieri, Perret, Marcello Maldonado.
Le lettere pervenute a noi del periodo siciliano sono molto interessanti, anche se impietose nei rapporti che aveva con i patrioti di quei luoghi:
Il dì 27 andetti a vedere l’eruzione del Mongibello, ed in tale occasione ebbi luogo di vedere una parte dell’interno di questo paese. Fuori dal litorale, ad un miglio dall’interno, non solamente il popolo non sa cosa sia progresso. Ma è così rozzo, che non si potrebbe neanche mettere al piano dello schiavo russo, oppure dell’arabo o beduino. L’ignoranza accompagnata dal sudiciume e dalla miseria, fa orrore, e se non l’avessi veduta, e toccata cogl’occhi miei, mai non ci avrei prestato fede. Una rivoluzione in Sicilia è di tutta necessità, senza del che delli uomini si formeranno dei rangotani.
E continua:
Ma come si fa quando li capi sono più vili della feccia, quando li capi non pensano che alla seduzione delle donne altrui. Promesse ne avrai quanto ne vorrai, ma fatti mai. Di ammazzare un uomo da tradimento lo faranno, ma non avranno il coraggio di presentarsi di fronte, e la loro vita è ridotta peggio d’una M.
In Sicilia prese contatto con diversi esponenti della società segreta di Fabrizi, ma poi viene catturato e dovrà scontare ben 18 mesi di dura detenzione a Napoli nel carcere di Santa Maria Apparente.
Colui che aveva permesso la sua cattura era stato Attilio Partesotti, traditore per denaro e molto legato allo stesso Giuseppe Mazzini.
Partesotti grazie ai suoi rapporti confidenziali con Metternick aveva già fatto fallire i programmati moti di Romagna organizzati da Zambeccari, Ribotti, Poerio e Ricciardi.
La sua attività di spia venne scoperta quando nel settembre del 1844 morì a Parigi di polmonite. La donna con la quale viveva, ignara di quella doppia attività chiese aiuto finanziario agli amici patrioti che in quella occasione scoprirono tra le sue carte le minute delle relazioni che faceva.
L’Antonini subì diversi pesanti interrogatori in carcere da parte del famigerato ministro della polizia borbonica Del Carretto, ma fu sempre determinato nel suo silenzio, tanto è vero che lo soprannomineranno la maschera di ferro.
In questo contesto va inserita la vicenda dei fratelli Bandiera fondatori anch’essi di una associazione cospirativa chiamata Esperia, e collegati a Fabrizi e Antonini.
Purtroppo nonostante gli avvertimenti avuti vollero comunque effettuare uno sbarco in Calabria convinti che parecchie migliaia di popolani si unissero a loro. Ma all’interno del gruppo vi era una spia e quando sbarcarono trovarono sì i popolani, che però uniti alle guardie li attaccarono e li catturarono.
Internati nel carcere di Cosenza nove di loro vennero fucilati il 25 luglio 1844.
L’Antonini liberato il 1° dicembre 1845 si diresse in Francia dove rimase sempre sotto controllo della polizia.
E giunse il 1848 con la 1° Guerra d’Indipendenza.
Il ‘48 in Italia e in Europa incominciò proprio nella Sicilia borbonica con La Masa, Bagnasco e Rosolino Pilo che annunciarono la rivolta in modo piuttosto originale.
Il 10 gennaio la popolazione di Palermo ebbe l’occasione di vedere affissi dei fogli clandestini che annunciavano l’inizio della rivoluzione addirittura con tanto di giorno e ora prestabilita:
12 gennaio 1848 all’alba, giorno del compleanno di Re Ferdinando.
Cosa mai accaduta prima d’ora, e nemmeno dopo in ogni parte del mondo.
E all’alba di quel giorno, dopo i consueti colpi di cannone che annunciavano i festeggiamenti del compleanno, partì la sommossa.
All’inizio erano un po’ titubanti, poi Giuseppe La Masa imbracciando il fucile partì, e passo dopo passo fu un fiume di gente a seguirlo, mentre una donna - Santa Astorina - consegnava a tutti dei nastrini tricolori.
Una cronaca racconta: Teresa, testa di lana, una capraia piccola e rugosa, vestita da uomo con pistola e pugnale alla cintura, e sciabola è a capo di una squadra alla Fieravecchia che si distingue negli assalti alle caserme.
In breve gli insorti occuparono la città e re Ferdinando alla notizia fece bombardare Palermo e Messina guadagnandosi il nome di Re Bomba.
In pochi giorni la notizia fu conosciuta in tutta Europa ed iniziò un sommovimento politico tale, che in soli due mesi cambiò la faccia politica d’Europa.
(Con le dovute distinzioni si può fare un parallelo di ciò che sta capitando ora nel Medio Oriente.)
A Parigi venne cacciato Luigi Filippo e si instaurò la Repubblica.
E poi in Germania e Austria dove Metternick – colui che aveva affermato che l’Italia era solo un’espressione geografica - venne costretto alla fuga.
Poi in Ungheria e Danimarca.
Anche la Lombardia incomincia ad infiammarsi con lo sciopero contro il fumo e il lotto che erano le due maggiori entrate finanziarie del Lombardo Veneto.
La reazione fu durissima e vi furono delle vittime.
Saranno chiamati I lutti di Lombardia da Massimo D’Azeglio.
Dopo Palermo anche Firenze, Roma e Torino ottengono un proprio Statuto.
Quello piemontese sarà chiamato Statuto Albertino dal nome di Carlo Alberto.
Il 18 marzo una grande folla di milanesi occupa il palazzo del Governo.
Iniziano così le 5 giornate di Milano.
A Venezia Daniele Manin e Nicolò Tommaseo vengono liberati dal carcere e fanno nascere la Repubblica di Venezia.
A Modena Francesco V° viene cacciato dalla città.
Carlo Alberto pressato dagli eventi e dai democratici rompe gli indugi e dichiara guerra all’Austria.
Mazzini a Parigi appena giunto da Londra, fonda sulle ceneri della Giovine Italia, l’Associazione Nazionale Italiana.
Braccio armato di tale associazione è la Legione degli Esuli Italiani cui mette a capo militare dei volontari, Giacomo Antonini, che parte verso Milano con 500 patrioti.
Dopo diverse traversie subite a Genova dove il Governo Sabaudo non voleva concedere lo sbarco e il passaggio sul territorio piemontese, riescono a giungere in Lombardia dove lo incaricano di portarsi nel Veneto per porsi al servizio della Repubblica di Venezia agli ordini di Daniele Manin e Niccolò Tommaseo.
Appena giunto a Venezia arriva la notizia che Vicenza risultava in grave pericolo di assedio austriaco, e quindi riparte per quella città con la sua legione in compagnia dello stesso Manin e di Tommaseo.
Giunto sul luogo ed individuati i nemici: vestito con spallinacci d’argento, cappello gallonato e sopra cavallo bianco parte al galoppo incitando i suoi volontari a seguirlo con il braccio destro alzato impugnando la sciabola, ed un colpo di mitraglia gli stacca quasi totalmente il braccio.
Era il 21 maggio 1848.
A causa di questo, in un attimo l’Antonini diventa il più popolare eroe vivente di quella guerra.
Sebastiano Tecchio presente al fatto dichiarò pubblicamente che l’Antonini appena colpito gridò:
Avanti! Nulla m’importa del braccio o della vita, mi basta solo che non si perda l’Italia!
Personalmente credo poco, però in quei mesi tutto tornava utile all’esaltazione collettiva.
Il braccio, verrà imbalsamato a perenne ricordo dell’avvenimento ed offerto da lui stesso simbolicamente alla sua Legione.
Fu poi conservato per molti anni nella casa della nobildonna veneziana e patriota Maddalena Montalban-Comello.
Incarcerata dagli austriaci, il cimelio venne alla luce durante una perquisizione.
Divenne corpo di reato e messo a disposizione del Tribunale austriaco di Venezia nel processo contro la nobildonna.
Dopo altre traversie passò al Museo Correr di Venezia che lo donò ufficialmente al Municipio di Varallo nel 1928.
Tuttora si trova in una teca del Museo Calderini di Varallo Sesia.
L’Antonini fu in seguito messo a capo del Comando Superiore della città e forti di Venezia, finchè entrato in contrasto con potenti personaggi, tra cui il Tommaseo, abbandonò l’incarico e si portò con la sua legione a Bologna.
A fine luglio con una parte della Legione partì alla volta di Milano per assumere per pochi giorni il comando militare da Porta Tenaglia a Porta Vercellina con la sede nel Castello Sforzesco.
A Milano quei primi giorni di agosto furono terribili.
Davanti a Porta Romana avvenne l’epilogo che pose a termine la battaglia e la fine della guerra.
Il re con tutto il suo seguito stava osservando le fasi della battaglia proprio mentre infuriava un terribile temporale con conseguente grandinata.
Un colonnello venuto a riferirgli dei progressi del nemico, fu, mentre parlava, rovesciato a terra da una palla di cannone che aveva fracassata la groppa del suo cavallo.
Poco distante un’altra palla staccava di netto la testa del capitano Avogadro e del conte Grazielli, mentre il re imperterrito, continuava a seguire la scena come se avesse la volontà di attendere anch’egli la propria palla di cannone.
Fu convinto a ritirarsi dentro palazzo Greppi passando in mezzo ad una città in subbuglio mentre si predisponevano di nuovo le barricate.
Il 4 agosto due generali sabaudi si recarono da Radetzky per chiedere l’armistizio.
L’Antonini saputa la notizia abbandonò la città in compagnia di Filippo De Boni e della principessa Cristina di Belgioioso recandosi a Novara.
I milanesi fortemente incavolati assaltarono palazzo Greppi con l’intenzione di saldare i conti con il re e tutto il suo Stato Maggiore mentre cominciavano a suonare le campane a stormo.
Alcuni dei dimostranti riuscirono ad entrare nel palazzo e Carlo Alberto cambiò di nuovo idea dicendo che si sarebbe continuato a combattere.
Fu stilato immediatamente un nuovo proclama che comunicava ai milanesi che il re avrebbe continuato a combattere fino alla morte se necessario.
Tale proclama lo scrisse Luigi Torelli.
Poco più avanti nelle ore, Carlo Alberto cambiò di nuovo idea e diede l’autorizzazione alla firma dell’armistizio.
La notizia esasperò talmente i milanesi che si temette seriamente per la vita del re e di tutti coloro che erano presenti.
Il re tentenna fu salvo solo grazie all’intervento di Alfonso La Marmora giunto provvidenzialmente con una compagnia di bersaglieri.
Si può tranquillamente dire che il re riuscì a fuggire da Milano.
A proposito della principessa Belgiojoso ricordo solo un aneddoto riferito a questa 1° guerra d’Indipendenza.
Quando gli austriaci occuparono la sua tenuta di Locate Triulzi trovarono in una cassa di un grosso armadio il cadavere imbalsamato del segretario della principessa Gaetano Stelzi, morto di tubercolosi qualche mese prima a Milano, e portato là con l’intenzione di darli una sepoltura nella villa di famiglia.
Purtroppo gli eventi impedirono la sepoltura e là lo lasciarono in attesa di momenti migliori.
Da quel fatto derivò l’espressione del ….cadavere nell’armadio che si usa ancora.
Incominciò un periodo molto brutto per l’Antonini perché il Governo Sabaudo gli intimò di lasciare lo Stato come indesiderato in quanto aveva partecipato in precedenza alla Spedizione mazziniana contro la Savoia.
Si recò prima a Genova e poi in Toscana.
Intanto vi furono vibrate proteste da parte di importanti personaggi piemontesi sul modo di comportamento del Governo Sabaudo nei confronti dell’Eroe mutilato.
Vennero pubblicati articoli su vari giornali e su La Concordia di Lorenzo Valerio. Giornale fondato da Valerio insieme ai borgosesiani fratelli Antongini.
Il Conte Petitti intervenne a suo favore con un lungo articolo sul giornale Risorgimento, finchè ai primi di ottobre – mentre si trovava a Pisa – gli giunsero due buone notizie: il Governo Sabaudo l’avrebbe accettato in Piemonte e inserito nei ruoli militari come Generale a riposo con una pensione annua di 4000 lire; e inoltre il Collegio di Cigliano l’aveva eletto in qualità di rappresentante nel glorioso Parlamento Subalpino.
Forte però del suo temperamento qualche mese dopo non seppe resistere ad una nuova avventura in Sicilia.
I patrioti siciliani necessitavano di un esperto che riorganizzasse, e fosse a capo, della difesa militare dell’isola.
Mazzini e Paolo Fabrizi proposero l’Antonini e Giovanni La Cecilia lo chiamò.
Tentò una serie di riforme organizzative ma entrò presto in contrasto con quel potere politico.
A fine gennaio abbandonò l’incarico e ripartì alla volta del Piemonte non prima di passare anche per Roma per incontrare e salutare i responsabili della Repubblica Romana.
Fu un’ovazione in suo onore quando si presentò a quel Parlamento.
Terminate le vicende di quella 1° guerra d’Indipendenza l’Antonini passò il suo tempo tra la Valsesia, e precisamente a Serravalle dove aveva un appartamento al castello, e Torino.
Dopo l’elezione di Cigliano venne eletto altre tre volte nel Parlamento Subalpino nel collegio di Borgosesia.
Nel 1851 e 1852 andò il Francia, Belgio e Inghilterra in viaggi di piacere visitando l’Esposizione Internazionale di Londra.
Visse però quegli ultimi anni desolatamente, con problemi di salute sempre crescenti a causa della ferita al braccio mai rimarginata, ed anche a causa di una forma di malattia mentale che le fece perdere quasi totalmente il senno.
Il 3 novembre 1854 Giacomo Antonini moriva a Torino.
Ora i suoi resti, insieme a quelli di sua moglie Tecla, riposano nel cimitero di Prato Sesia.
Cosa dire e come concludere il ricordo di questo straordinario personaggio.
L’Antonini aveva un carattere molto complesso e forte, forgiato dalle difficoltà avute durante tutta la sua esistenza.
Aveva anche i suoi difetti tra i quali spiccava quella ubriacatura di potere che dimostrò dopo la perdita del braccio a Vicenza, quando diventò suo malgrado, l’Eroe per eccellenza.
Il patriota siciliano Michele Amari scrivendo ad un amico disse spregiativamente che l’Antonini è sempre stato un perdente e che pertanto si dichiarava contrario ad un suo impiego in Sicilia come comandante militare.
Michele Amari aveva ragione se si guarda superficialmente alle sue vicende, ma non poteva essere altrimenti visto il periodo in cui ha vissuto.
Era stato perdente nelle guerre napoleoniche, perdente in Polonia, perdente nella Spedizione di Savoia del 1834, nelle cospirazioni del ’43 e ’44, nella guerra del Veneto e in Sicilia.
E fu perdente anche il suo ideale repubblicano per cent’anni ancora.
Come lui però furono tutti perdenti in quegli anni, se visti con gli occhi di Michele Amari: da Mazzini a Fabrizi, da Garibaldi ai fratelli Bandiera, a Zambeccari, Ribotti, La Masa, Daniele Manin, Morandi, Tommaseo, Cattaneo, Carlo Pisacane e tanti altri.
E fu perdente anche lo stesso Michele Amari.
Le vittorie vennero dopo ed il destino volle che lui non potesse assaporarle con il giusto orgoglio di essere stato utile perché era morto sul finire del 1854.
Ma fu proprio grazie a loro e a Giacomo Antonini; a loro che soffrirono e persero quelle battaglie, che si ebbe modo di comprendere gli errori, per giungere infine alle vittorie successive.
Nell’universalità di quel mondo non erano poi in tanti quei personaggi, ed il dubbio più grande è che forse oggi potrebbero essere ancora meno quelli disposti a sostenere simili sacrifici per un ideale di giustizia e di libertà.
ALESSANDRO FASOLA
Il 19 aprile 1881 all’età di 82 anni, ed ancora in buone condizioni fisiche qualche giorno prima, moriva a Novara Alessandro Fasola.
Figlio del dottor Gaudenzio e di Francesca Rovida era nato in quella città il 28 febbraio 1799.
Pochi anni dopo la sua nascita – nel 1805 - la famiglia si trasferì a Prato grazie alla cospicua eredità lasciata dallo zio sacerdote Stefano Genesi al dottor Gaudenzio, padre di Alessandro.
Così come nel caso di Giacomo Antonini, anche Alessandro Fasola divenne pratese grazie al cognome Genesi.
A titolo informativo posso dire che solo a Prato Gaudenzio Fasola possedeva 73 boschi, 161 prati e pascoli, 45 vigne,10 orti e 23 case.
L’imponente quantità di terreni (il canonico Stefano Genesi era in quel tempo il più ricco proprietario del paese, e così lo fu Gaudenzio) gli impose la scelta di abbandonare l’attività di medico per dedicarsi all’agricoltura; ma dopo appena due anni – era il 10 settembre 1807 – Gaudenzio Fasola veniva colpito improvvisamente da infarto mentre si trovava a Novara.
Morì in quel giorno lasciando orfana la numerosa famiglia composta da 8 figli (4 maschi e 4 femmine).
Da soli tre mesi Gaudenzio Fasola ricopriva la carica di sindaco di Prato.
Non si conosce molto dell’infanzia di Alessandro, ma si sa che si trovò presto a dover gestire buona parte del patrimonio di famiglia; come si sa che a soli diciotto anni si trovò seriamente in punto di morte per malattia, al punto di dover fare stilare urgentemente il proprio testamento: volendo io sottoscritto disporre di quanto mi appartiene, pel caso di morte, lego alla mia signora madre Francesca Rovida l’usufrutto della mia eredità – lego pure alla mia sorella Carolina zecchini cento da darsegli all’atto del di lei collocamento in matrimonio; ed istituisco in mio erede generale il mio fratello germano Paolo: tale essendo la mia mente sottoscrivo.
Alessandro riuscì a malapena ad apporre la propria firma tremolante in calce al documento.
Il destino aveva però riservato per lui un’altra via, e non a caso visse poi fino all’età di 82 anni.
Della restante sua vita si conoscono alcune vicende, anche se però sarebbe necessario ed interessante approfondirle sotto l’aspetto storico.
In ogni modo poco dopo la guarigione entrò come cadetto nel reggimento dei Dragoni del Re di stanza ad Alessandria, e fu proprio nel periodo che si svilupparono i moti costituzionale del 1821.
Ricordo brevemente che i moti scoppiarono sotto la guida di Santorre di Santarosa e della Carboneria piemontese, con l’intento di ottenere una Costituzione di tipo spagnola da parte del Governo Sabaudo. Vittorio Emanuele 1° non sapendo come comportarsi abdicò in favore del fratello Carlo Felice in quel momento però assente dallo Stato.
Venne così passata la delega a Carlo Alberto in qualità di reggente.
Costui concesse la Costituzione richiesta dagli insorti sembrando anche disponibile nei loro confronti, ma Carlo Felice rientrato velocemente in Piemonte, la revoca chiamando anche gli austriaci in aiuto militare.
La sconfitta di Novara dell’8 aprile 1821 pose fine all’insurrezione.
La repressione fu durissima anche se furono poi pochi i morti perché la maggior parte di essi riuscirono a fuggire in Francia e Spagna.
Iniziò così l’emigrazione politica italiana, e si vedranno molti di essi, protagonisti di tante battaglie per l’Indipendenza e la Libertà sia dell’Italia, che di altri Stati europei.
Si ricordano in proposito Carlo Beolchi e Ercole Majoni di Borgomanero condannati a morte in contumacia per quei fatti. E si ricordano altresì Antonio Majone incarcerato poi all’isola della Maddalena, Fasanini di Sostegno, i tre fratelli Lanfranchi di Borgosesia, il fabbricante di carta Agostino Molino, Florio, anch’esso borgosesiano, ed un buon gruppo di Antonini: il medico Giuseppe, zio del generale, Carlo, Eugenio, Giacomo e il pittore Maurizio.
Santorre di Santarosa troverà poi la morte da eroe per la libertà della Grecia.
Alessandro con 270 compagni dragoni prese parte alla battaglia di Novara dell’8 aprile, e secondo alcune testimonianze durante gli scontri ebbe il cavallo ucciso.
Fallita la sommossa insieme a tanti compagni abbandonò l’Italia.
Tutte le cronache sulla sua vita parlano di un esodo forzato e di una condanna che pesava sul suo capo, ma questo non risulta dai documenti, che anzi, in molte carte della polizia il motivo della sua emigrazione era ignoto, anche se le stesse informative della polizia alla Segreteria di Stato non nascondono che era già noto per essersi nel 1821 dimostrato propenso al sistema che si voleva introdurre.
Il motivo della sua fuga era senz’altro il timore di sanzioni che potevano essere gravi, ma che invece poi non avvennero per molti dei partecipanti subalterni.
Insieme a tanti esuli si recò in Spagna e giunse a Barcellona nel bel mezzo della guerra civile.
Partecipò a vari fatti d’armi nelle fila dei costituzionali distinguendosi presso Vittoria dove gli esuli italiani inflissero una severa sconfitta agli assolutisti di re Ferdinando.
Seguì un periodo ancora buio per la conoscenza di ciò che fece Alessandro, ma è molto probabile che fece diversi viaggi tra la Francia e l’Italia, soggiornando a Milano, a Novara e certamente a Prato.
A ottobre del 1829 è certa la sua presenza a Milano e Novara e poi da quella città chiede la vidimazione del passaporto per Parigi, e a fine aprile del 1830 parte per quella città dichiarando la volontà di volersi impiegare in una banca parigina.
Il rapporto poliziesco lo qualifica di carattere audace e intraprendente.
A Parigi prende contatto con i molti esuli italiani presenti e con le associazioni carbonare, iscrivendosi all’Associazione dei Patrioti Italiani fondata dal celebre frenologo novarese dottor Fossati che era stato a suo tempo anche insegnante di Giacomo Antonini.
Ha sicuramente contatti anche con l’altro novarese: Francesco Tadini fondatore della Società dei Liberi Italiani, setta carbonara legata e Filippo Buonarroti che ebbe poi un ruolo nelle vicende di Ciro Menotti impiccato a Modena.
Nel mese di luglio del 1830 a Parigi re Carlo X°, dopo una serie di proteste di patrioti, rese pubbliche le famose Ordinanze di luglio con cui censurò la stampa e ridusse l’elettorato.
Ma come al solito i parigini si sollevarono ed eressero le barricate costringendo il re alla fuga.
Risulta certa la partecipazione del Fasola a quella insurrezione in quanto ne accennano anche alcuni rapporti polizieschi successivi.
Uno in particolare della polizia di Milano diretto al console sardo il 6 febbraio 1831 recita testualmente che il Fasola impiegato in qualità di agente presso l’amministrazione dei battelli a vapore prima sul Lago Maggiore, e poscia sul Po, dopo essere stato per sua poca buona condotta dimesso da tale azienda siasi recato in Francia, ed ivi, approfittando delle vicende rivoluzionarie che sconvolsero l’antico ordine di cose, abbia preso parte in esse, distinguendosi nelle memorabili giornate di luglio nelle quali rimase ferito.
Ed inoltre sul finire della lettera il rapporto confermerebbe che era in Italia in quegli anni precedenti, e che partì ultimamente da Milano precisamente nel giorno 19 ottobre 1829 per Novara sua patria con vidimazione qui riportata al passaporto di cui era munito, stato rilasciato il 23 marzo dello stesso anno dal Regio Comando Militare di Arona.
Come si può vedere le note poliziesche confermano i rapporti del Fasola con i proprietari dei battelli a vapore del Lago Maggiore, i Redaelli.
Il motivo è molto semplice: Giacomo Redaelli, bella figura di patriota che soffrì il carcere nel ’33, aveva sposato una sorella di Alessandro Fasola, ed oltre ad essere il proprietario dei battelli, abitava anch’esso a Prato Sesia.
I Redaelli con le loro imbarcazioni ebbero in seguito una parte importante nelle vicende garibaldine, e fu probabilmente dovuta a questi legami la successiva amicizia di Alessandro Fasola con Giuseppe Garibaldi.
Anche quegli anni successivi al 1830 furono duri per i molti liberali valsesiani sottoposti a serrati controlli polizieschi.
Si ricordano i varallesi Nervi, Boggio e Eugenio Antonini; Minoja e Viotti di Rima, i borgosesiani Calderini, Delvano, Frichignano e i soliti Lanfranchi. I Cagnardi di Ghemme, e il farese Bernardino Stoppani già nel ’35 segnalato come seguace di Mazzini.
In ogni caso Alessandro, oltre a sposarsi in Francia, da cui però non risultano figli, incominciò un’attività imprenditoriale non meglio precisata che gli valse dei premi alle esposizioni parigine del 1839 e 1844.
Un successivo rapporto della polizia del 9 marzo 1942 ci fa conoscere che era di nuovo a Novara per la successione dei beni della madre deceduta. All’interrogatorio dichiarò che era stato una decina di giorni a Milano ospite di qualche corrispondente di negozio perché a Parigi teneva commercio di generi vari.
Dichiarò anche che si era introdotto nel Lombardo–Veneto per un punto di frontiera sprovveduto di impiegati di Polizia. Era poi stato respinto a Magenta e a Sesto Calende perché aveva tentato di penetrare sul territorio piemontese.
Si recò ad Abbiategrasso uscendo dai Reali Dominj a Cassolnovo. Conta di ripartire domani per Parigi vidimando il passaporto dell’Ambasciata di Francia e usando il Velocifero Motta.
Rientrò poi definitivamente in Italia nel 1847 stabilendosi a Prato per dedicarsi all’agricoltura ed impegnandosi nell’amministrazione comunale.
Non seppe resistere allo scoppio dell’insurrezione milanese del marzo 1848 e all’inizio della 1° Guerra d’Indipendenza.
Nonostante i suoi 49 anni abbandonò subito il paese arruolandosi come soldato volontario nella Compagnia Cacciatori di Francesco Arese il 22 marzo 1848.
In realtà la Compagnia Cacciatori si stava formando a Novara grazie a Francesco Simonetta giunto dalla Svizzera con altri patrioti.
Il Colonnello Simonetta novarese di Intra lo rivedremo poi a capo delle guide garibaldine nel 1859.
Giuntovi in quel momento Francesco Arese di ritorno da Torino, mise a disposizione della colonna un assegno di 60.000 lire per l’acquisto di una batteria di 4 cannoni.
La colonna si recò a Milano giungendo però quando gli austriaci erano già fuggiti dalla città insorta.
Il Governo Provvisorio mandò poi l’Arese in missione a Monaco, e la colonna si unì a quella di Luciano Manara ed altre in fase di costituzione.
Con la nuova colonna prese parte ai fatti d’armi di Caprino, Villafranca, Corona e Sommacampagna.
Alcune cronache segnalano che fu “acclamato dai commilitoni condottiero della colonna stessa”.
Purtroppo però a causa di errori, incomprensioni e disorganizzazione dell’esercito sardo, si andò rapidamente verso il declino di quella 1° Guerra d’Indipendenza nata veramente dal popolo e divenuta poi di carattere metodica e regia.
L’Armistizio Salasco del 9 agosto 1848 pose fine alla 1° parte di quella guerra.
In Piemonte però i parlamentari erano quasi tutti d’accordo per la ripresa delle ostilità, con la sola piccola differenza di non affidare più al re il comando diretto, in quanto ritenuto incompetente.
Ed allora si aprì una specie di campagna acquisti come si usa adesso per le squadre di calcio.
Prima pensarono ad un generale francese, che però i francesi non vollero assolutamente; poi si indirizzarono su di un polacco: il generale Chrzanowski che venne di corsa portandosi anche altri.
Tutto lo stato maggiore era furibondo compreso il re, ed allora si decise di affiancare al polacco il generale Bava.
In questo modo non si capiva bene chi avrebbe comandato l’armata piemontese, se Bava, Chrzanowski, o il re.
Se non fosse per la drammaticità degli eventi in cui morirono molte persone, tutta la vicenda ha del sensazionale e del ridicolo. Direi da commedia dell’arte.
Già dall’inizio per un incredibile disguido il nuovo responsabile delle forze armate, trovandosi ad Alessandria, seppe della decisione di rompere l’armistizio addirittura il 13 marzo. Il giorno successivo di quando fu rotto effettivamente. E dopo che lo sapevano già i nemici.
L’armistizio fu rotto il 12 marzo 1849 alle ore 12.
Secondo gli accordi presi precedentemente la guerra sarebbe ripresa otto giorni dopo alle 12 in punto.
Il piano di Carlo Alberto, o chi per esso, era di prendere subito la strada per Milano, sconfiggere il nemico lungo quella via, e fare un ingresso trionfale in città.
Un piano semplicissimo e geniale. Se non ci fossero stati i nemici.
La mattina del 20 marzo buona parte dell’armata piemontese si trova schierata al confine del Lombardo Veneto al ponte sul Ticino di Boffalora.
Mezzogiorno arriva ma del nemico nemmeno l’ombra.
Arriva l’una. Arriva l’una e mezza, ma tutto è in silenzio.
I nemici non si sono presentati, ed allora i piemontesi decidono di avanzare superando il confine.
Avanzano fino a Magenta senza incontrare anima viva.
I nemici però c’erano, solo che erano entrati in Piemonte alle 12 in punto ovviamente, molto più a sud da dove li aspettavano i piemontesi.
Passarono da Cava, vicino a Pavia, e dopo una scaramuccia erano già a Mortara.
A Cava per fermarli avrebbe dovuto esserci il generale Ramorino con le sue truppe, - colui che aveva già fregato Mazzini di 40.000 franchi per la spedizione di Savoia - e che ora nella campagna acquisti era stato preso dai piemontesi.
Ma Ramorino a Cava non c’era perché aveva disubbidito agli ordini e se n’era andato da un’altra parte con la sua armata.
Ramorino tentò poi di svignarsela ma venne catturato ad Arona perché aveva avuto la pessima idea di avere fame, e si era fermato a pranzare in un albergo dove lo riconobbero e lo arrestarono.
Fu l’unico che pagò le conseguenze, direi anche con onore questa volta.
Il tribunale militare lo condannò alla fucilazione, e volle lui stesso ordinare il fuoco al plotone d’esecuzione.
Tutti gli altri responsabili invece avanzarono di grado, e si presero ugualmente le medaglie nonostante la disfatta.
Il 23 marzo i due eserciti si scontrano a Novara e i piemontesi sono sconfitti.
Anche qui gli errori furono fatali.
Alle 3 del pomeriggio avevano la vittoria in mano ma si fermarono non riuscendo a capire che il nemico era in rotta.
Si fermarono a tal punto che permisero l’arrivo di Radetzky con truppe fresche che sconfissero i piemontesi.
La seconda parte della 1° Guerra d’Indipendenza era durata solo quattro giorni, dal 20 al 23 marzo 1849.
Sorsero problemi seri a causa della disfatta perché i nostri militari piemontesi si diedero al saccheggio mentre fuggivano, non solo a Novara ma in tutta la provincia.
Compresi tutti i nostri paesi dove si trovano le documentazioni con facilità.
A Vignale Carlo Alberto, il Re Tentenna, abdica in favore del figlio Vittorio Emanuele II°, e firmerà l’armistizio.
Due giorni dopo, il nuovo re d’Italia lo firmerà a Borgomanero.
Fu un duro colpo che fece riflettere molti, sia patrioti che dirigenti del Governo Sardo.
Tra le varie e molteplici cause era mancato anche – se non l’appoggio – il consenso delle potenze straniere.
A questi Stati europei non conveniva che si modificasse l’assetto politico generale scaturito dal Congresso di Vienna del 1815, e pertanto erano rimasti alla finestra senza intervenire.
Terminata infelicemente quell’esperienza Alessandro Fasola ritornò a Prato dove s’impegnò nell’Amministrazione Comunale assumendo anche la carica di sindaco.
Tra le altre cose, durante tale carica ebbe modo di inaugurare l’apertura delle scuole femminili mai avute in precedenza.
E’ in quegli anni successivi che incominciò l’ascesa politica di Camillo Benso conte di Cavour fino ad arrivare alla carica di Primo Ministro.
Cavour si rese conto della situazione ed incominciò a tessere la trama europea volta a ricevere consensi per la causa italiana.
Nel 1853 ha inizio la guerra tra la Turchia e la Russia.
Francia e Inghilterra si alleano alla Turchia dichiarando guerra alla Russia, e chiedono all’Italia di parteciparvi.
Dopo molte discussioni si giunge alla determinazione di inviare un corpo di 18.000 militari piemontesi in Crimea, al comando di Alfonso La Marmora.
In effetti però la guerra fu contro il colera piuttosto che contro i russi.
Su una forza complessiva inglese di 23.000 uomini, solo 1599 risultarono morti in battaglia, mentre ben 10.053 erano morti di colera.
Nel solo mese di luglio del 1855 ci furono 1.300 morti italiani per quella malattia.
Un mese prima era morto anche un pratese.
In questa spedizione morì di colera anche il fratello del capo spedizione, il generale Alessandro La Marmora, fondatore del corpo dei bersaglieri.
Gli italiani si distinsero abbastanza bene nella battaglia della Cernaia senza però fare grandi cose.
Il capo spedizione Alfonso La Marmora fece sapere a Torino che durante gli scontri i piemontesi avevano perduto 200 uomini per dare il senso di una grande battaglia, in realtà i caduti per il fatto d’armi furono 14.
Nel 1856 la guerra termina vittoriosamente, ed al Congresso di Parigi delle potenze vincitrici, Cavour ha modo di segnalare che esiste anche un problema italiano che dovrebbe essere risolto.
Ed effettivamente Cavour lavora alacremente sul piano internazionale, specialmente nei confronti della Francia di Napoleone III°.
D’accordo con Costantino Nigra – ambasciatore Sabaudo in Francia – invia a Parigi sua cugina Virginia Oldoini, meglio chiamata come Contessa di Castiglione.
La invia con il preciso scopo di introdurla alla corte per tentare di sedurre il re, e favorire una soluzione positiva alla causa italiana.
Sembra che Cavour abbia detto alla bella e giovane nobildonna: usate tutti i mezzi che vi pare, ma riuscite.
Nicchia oppure la Vulva d’oro come venne poi battezzata, non se lo fece dire due volte, e in quattro e quattr’otto divenne l’amante prediletta di Napoleone III°.
Qualcuno si è preso anche lo sfizio di indagare sui suoi amanti, e sembra che ne abbia collezionati 43 dichiarati, e 12 dei quali avuti contemporaneamente, e sempre all’insaputa l’uno dell’altro.
Gli eventi incalzano velocemente e nel 1858 anche l’attentato a Napoleone III° di Francia da parte di Felice Orsini contribuisce ad accelerare la questione italiana sulla scena europea.
Sempre quell’anno avvenne un incontro semisegreto a Plombieres in Francia, tra Napoleone III° e Cavour dove si gettarono le basi per l’alleanza militare tra i due stati.
Tutto aveva funzionato per il verso giusto, compresa la Contessa di Castiglione.
In cambio dell’aiuto determinante della Francia nella guerra contro l’Austria, l’Italia però avrebbe assegnato Nizza, la Savoia, e Clotilde, la figlia sedicenne di Vittorio Emanuele II°.
Costei sarebbe andata sposa al cugino del re Gerolamo Bonaparte, chiamato Plon Plon.
Un legame di sangue tra le due dinastie rafforzava l’unione politica e militare. E così avvenne.
Intanto il Piemonte incomincia a riarmarsi e richiamare uomini alle armi.
Il 10 gennaio 1859 durante la seduta inaugurale del Parlamento Subalpino, Vittorio Emanuele II° nel suo intervento di apertura dichiara: “Il nostro Paese, piccolo per territorio, acquistò credito nei Consigli d’Europa perché grande per le idee che rappresenta, per le simpatie che esso ispira.
Questa condizione non è scevra di pericoli, giacchè, nel mentre rispettiamo i trattati, non siamo insensibili al grido di dolore che da tante parti d’Italia si leva verso di noi.”
Sarà quest’ultima frase che infiammerà i patrioti italiani e farà capire agli austriaci che il momento della guerra è ormai vicino.
Anche in questo caso va fatta una precisazione importante, e che forse non tutti conoscono.
Cavour e Giuseppe Massari avevano preparato il testo completo che Vittorio Emanuele avrebbe dovuto leggere; l’ultimo capoverso faceva un vago riferimento a re Carlo Alberto che aveva iniziato la 1° guerra d’Indipendenza, e che quindi si era indirizzati a seguirne l’esempio.
Poi, sembrandogli quel capoverso un po’ troppo forte e esplicito, Cavour decise di inviare il testo a Napoleone III° affinchè lo visionasse.
Quando gli ritornò quasi gli prese un colpo quando lo lesse, perché il re francese aveva sostituito il capoverso originale con il famoso Grido di Dolore.
Pertanto la famosa frase che noi tutti abbiamo studiato a scuola e che è ricordata come una delle frasi più significative di tutto il nostro Risorgimento, è stata scritta in realtà da Napoleone III° re dei francesi.
E’ indubbio che tale discorso ebbe l’effetto di moltiplicare la mobilitazione di una miriade di volontari che si recarono in Piemonte per prepararsi alla guerra.
Ed è in questo contesto che gli austriaci manderanno un ultimatum al Piemonte minacciando l’invasione se il Regno Sabaudo non smette di riarmarsi e inviare truppe verso i confini.
Era ciò che si aspettava per poter intervenire, solo che a differenza del 1848 avevamo un alleato in più e molto potente: la Francia.
E così nell’aprile del 1859 ebbe inizio la 2° Guerra d’Indipendenza.
E’ molto probabile che Alessandro Fasola abbia vissuto tutti questi eventi con grande trepidazione ed estremo interesse. A quel punto, non pago dell’età e della vita avventurosa che aveva alle spalle, a 60 anni corse di nuovo ad arruolarsi nei Cacciatori delle Alpi al comando di Garibaldi.
In alcuni scritti risulta segnalato con il grado di maresciallo d’alloggio, mentre il Diario di Guerra di Francesco Simonetta comandante delle Guide lo indica come Brigadiere ai foraggi.
Si sa comunque che faceva parte con Francesco Nullo, Giuseppe Missori, e il figlio di Garibaldi Menotti, dello squadrone delle guide a cavallo; uomini particolarmente preparati e necessariamente ottimi cavalieri.
Fu probabilmente grazie anche alle sue conoscenze dei luoghi che Garibaldi, passò con il suo corpo nelle nostre zone, proveniente da Biella in direzione di Arona.
Il 19 maggio 1859 giunsero alcune guide garibaldine a Gattinara e Romagnano dove collocarono degli avamposti di controllo delle principali vie di comunicazione.
Il giorno successivo Garibaldi con i suoi Cacciatori giunsero a Gattinara dove sostarono.
Nella notte venne preparato un ponte di barche sul fiume sotto la direzione di Alessandro Antongini e del colonnello Simonetta.
Ricordo che i fratelli Antongini, borgosesiani di adozione e fondatori della Manifattura Lane di Borgosesia, oltre che ad aiutare finanziariamente la spedizione dei Mille, vi parteciparono direttamente.
Il 21 maggio i Cacciatori attraversarono il fiume e sostarono a Romagnano fino al giorno successivo quando ripartirono per Arona.
Seguirono poi le vittoriose battaglie di Varese e San Fermo.
Terminata la guerra, mentre buona parte dei volontari venivano assorbiti dall’esercito regolare sabaudo, altri, come il Fasola, furono congedati dal reparto Cacciatori e formarono un altro gruppo che seguì Garibaldi nella Romagna.
In questo nuovo e brevissimo ruolo ebbe il grado di sergente, sempre del reparto Guide a cavallo.
Intorno alla fine di novembre il gruppo venne sciolto e fece ritorno a casa dedicandosi di nuovo agli affari di famiglia.
Ma l’occasione per tornare ad essere utile venne ancora pochi mesi dopo, e fu un fatto veramente straordinario se si sta a quanto scrisse l’Abba, e non vi è ragione di dubitarne perché egli raccolse e scrisse “sul momento” ciò che erano le vicende private dei suoi amici garibaldini:
E colui dalla faccia tagliente, d’occhi ed atti che pare il falco reale; grigio, castagno, grinzoso, fresco, che ha tutte le età, chi è, quanti anni porta in quelle sue ossa d’atleta, in quelle sue carni segaligne? L’ho sempre veduto da Marsala in qua e osservato con certa riverenza.
E ho immaginato che debba essere qualcosa come zio o fratello maggiore di Nullo. Ma oggi ne chiesi. E noto perché mi sia d’insegnamento, che Alessandro Fasola da Novara ha sessant’anni fatti; che dal 1821 ne ha spesi quaranta a lavorare, a sperare, a combattere; che sempre da Santorre Santarosa a Garibaldi fu visto comparire alla chiamata, giovine, ardente e sicuro.
Ed in nota sta scritto il modo incredibile in cui si aggregò al gruppo garibaldino: Uno dei giorni che precedettero la spedizione di Garibaldi capitò in una stazione del Novarese (Borgomanero) dov’era sindaco di non so qual luogo.
Vide da una vettura del treno che arrivava affacciarsi Nullo, già suo compagno nelle Guide del 1859, e seppe da lui che tornava da far gente pel Generale, pronto in Genova a partire per la Sicilia. “Ah sì?” disse Fasola a Nullo; e piantato legno e cavallo che aveva lì fuori; tal quale si trovava, con una grossa somma riscossa poco prima; montò con Nullo, egli sessagenario, ma d’impeto e giovane quanto i più giovani di quei tempi.
Incominciava la Spedizione dei Mille.
Fu certamente la sua ancor buona prestanza fisica, le sue capacità, e i suoi legami precedenti con il condottiero che lo fecero accettare nel gruppo, e si dimostrò un buon guadagno per Garibaldi.
Va fatta una premessa per capire l’iniziativa.
L’idea di incalzare i tempi con una spedizione nel sud era stata di Mazzini ed inizialmente Garibaldi si mostrò contrario, salvo che ci fossero stati dei moti popolari che giustificassero l’impresa e che aiutassero i volontari sbarcati.
Un moto insurrezionale in effetti si svolse a Palermo ma fu un insuccesso, e Nicola Fabrizi da Malta lo confermò, solo che essendo un messaggio cifrato per sicurezza richiesero delle precisazioni.
La risposta fu che l’insurrezione aveva avuto successo e stava dilagando nell’isola.
Non è ancora chiaro se la forzatura fu di Fabrizi, oppure come appare probabile di Crispi, La Masa e altri che volevano assolutamente che si partisse per la Sicilia.
Garibaldi si convinse e mandò Nino Bixio e Agostino Bertani a cercare le navi per il trasporto.
Ne trovarono due dalla società Rubattino, però i battelli dovevano essere rubati perché doveva figurare come una spedizione autonoma di Garibaldi per non coinvolgere il governo sul piano internazionale. Anche se il governo era ben a conoscenza dell’iniziativa ed in parte la favoriva.
Contemporaneamente Garibaldi mandò anche Crispi a Milano per prendere i fucili per i patrioti in attesa a Genova.
Tali fucili facevano parte del fondo chiamato del Milione di fucili.
Cos’era? Era una iniziativa di Garibaldi risalente all’anno precedente per la raccolta di fondi per acquistare armamenti per continuare la guerra.
Nel deposito di Milano – oltre a molto denaro – c’erano già 12.000 armi da fuoco tra cui anche duemila carabine Enfield, le migliori del mondo.
Dissero che glie le avrebbero mandate immediatamente.
Gli mandarono invece 1019 vecchi fucili quasi inservibili, solo cinque casse di munizioni, che poi sparirono rubate da due contrabbandieri, e 30.000 lire in contanti.
Il motivo era che sia Massimo D’Azeglio, in quell’epoca Governatore di Milano, sia La Farina e sopratutto Cavour non erano molto d’accordo sull’iniziativa, e mandandogli quei vecchi fucili speravano che desistesse dall’impresa.
Inoltre avevano anche timore che cambiasse idea e sbarcasse nello Stato Pontificio rendendo più complicata la questione.
Ed infine quei mille personaggi dichiaratamente repubblicani potevano creare problemi alquanto seri al governo sabaudo.
Garibaldi non si perse d’animo.
La sera del 5 maggio Nino Bixio con una quarantina di volontari andò a rubare le due navi da Rubattino e le portò a Quarto.
C’era mezza città di Genova che assistette al finto furto.
L’impresa era disperata e oltre a non esserci alcun moto insurrezionale si sarebbe trovato di fronte ad un esercito di 25 mila uomini bene armati e bene riforniti nelle retrovie.
Le uniche cose che possedevano i garibaldini erano la determinazione di fare l’Italia, e le baionette, ed è proprio con queste che vinceranno il primo scontro di Calatafimi contro 1700 borbonici.
In questo primo scontro il pratese Alessandro Fasola ricevette la medaglia d’argento al valore, mentre il borgomanerese Costantino Pagani – sottotenente di 23 anni – troverà la morte.
Con lui salparono da Quarto anche Carlo e Alessandro Antongini, Enrico e Giovanni Barberi di Castelletto, Costantino Pagani di Borgomanero, Enrico Presbitero di Orta, Pietro Galloppini di Borgosesia, Germano Bergoncini di Livorno Ferraris, Pietro Pasquale di Sagliano Micca.
Il nome Mille con cui passarono alla Storia si deve, prima a Garibaldi che così li chiamò in un proclama, poi al Comune di Palermo quando in seguito volle premiare tutti i partecipanti con un diploma personale che iniziava con le parole: “A Voi Alessandro Fasola uno dei Mille prodi sbarcati con Garibaldi a Marsala ecc.”.
Il numero delle Guide sbarcate a Marsala sul totale di 1089 erano solo 22, divenute poi 33 al passaggio dello stretto di Messina quando aumentò il numero dei volontari.
Era un corpo scelto composto da abilissimi cavalieri che oltre a combattere come gli altri volontari, avevano il compito di addentrarsi anche per parecchi chilometri nelle zone nemiche per controllare e riferire sulla situazione, cercando spesse volte le migliori soluzioni dei passaggi.
Il loro abbigliamento era piuttosto pittoresco e così descritto da una corrispondenza dalla Sicilia: un vestito di tela rossa alla forma di quello dei carabinieri genovesi (con giacchetto all’Ussera) ma ne differisce per gli alamari di colore bianco che, allacciati a tante ghirlandette d’osso bianco listano e chiudono l’abito sul petto. Il loro berretto è rosso, con la lista di fondo nero; quelli che sbarcarono a Marsala hanno sul braccio sinistro un piccolo gallone in oro come quello che per le truppe regolari segna l’anzianità di servizio”.
Il Fasola fu ancora compagno di Nullo e agli ordini di Missori, nonostante che a causa dei suoi 61 anni compiuti fosse stato assegnato come sergente furiere alle sussistenze.
Qualifica però che non lasci ingannare perché il suo compito principale era identico a quello delle altre guide.
Le sue grandi capacità e l’indomito coraggio fecero sì che su proposta del generale Sirtori - Capo di Stato Maggiore della spedizione - venne prima promosso a tenente ed in seguito a capitano.
Terminata l’epopea garibaldina gli fu concesso di entrare nell’armata regolare, e così con il grado di capitano fu assegnato al 1° reggimento nel treno d’armata, ed in seguito nello stato maggiore delle piazze presso il comando militare di Porto Maurizio.
Venne collocato a riposo nel 1867.
Un’ultima annotazione che sembra giusto riportare.
Parte di quanto scritto deve ancora essere verificato anche in relazione alle date.
Come pure è da registrare quanto riferì tempo fa la pronipote Giovanna Fasola Baruffini, e cioè che Alessandro Fasola rivide Garibaldi nel 1866, in occasione della III° Guerra d’Indipendenza.
Il condottiero cercava ancora aiuto in cavalli e foraggi. Si incontrarono tra Prato e Romagnano in mezzo ad una gran folla che aveva saputo di quell’arrivo.
Il giorno successivo fu lo stesso Fasola che portò a Borgomanero molti cavalli, foraggi e grano, e glieli consegnò.
Ecco quindi in conclusione emergere la figura di un personaggio che ha lasciato un segno positivo nella storia delle nostre zone, e nella storia del nostro Risorgimento
Generoso ed altruista, Alessandro Fasola ha voluto dare quanto poteva in anni d’impegno ed in denaro, a ciò che credeva fermamente, non mosso da secondi fini, ma esclusivamente per la causa della libertà e dell’indipendenza italiana.