Interventi svolti nell’ambito del convegno
“Strutture e Comunità a Prato Sesia nel passato”
organizzato dalla Pro Loco di Prato Sesia.

16 aprile 2004

Il borgo di Prato e il suo territorio dal XVI° al XIX° secolo

Questa serie d’incontri organizzati così efficacemente dalla Pro-loco, mi permettono di approfondire e di chiarire alcuni aspetti della realtà pratese nei secoli passati.
Ciò che è emerso dalle ultime ricerche in aggiunta a ciò che già si conosceva non permettono tuttavia di completare questa visione d’insieme in una sola serata, perciò il mio intervento sarà suddiviso in due serate distinte.
In questa vi farò conoscere il borgo di Prato sia sotto il profilo della sua immagine fisica, che sotto quello delle sue strutture economiche e sociali.
Nell’incontro autunnale vedrò di completare il quadro d’insieme, spiegandovi invece il funzionamento di queste strutture ed alcuni aspetti di vita di questa comunità.

Prima di incominciare però vorrei fare una precisazione che ad alcuni può sembrare superflua, ma che per la maggioranza di voi – coloro che non hanno dimestichezza con la ricerca storica – è invece importante per una maggiore comprensione degli eventi che saranno esposti in questa, e nell’altra serata di mia competenza.
La precisazione è utile anche a me stesso che in questa sede sono stato chiamato – non come storico – com’è stato detto, di cui non ho la cultura e la competenza, ma come semplice ricercatore di storia locale.
Qualè questa precisazione?
Il titolo di questa serata è Il borgo di Prato e il suo territorio dal XVI° al XIX° secolo. Questo non significa assolutamente che questa sera si racconterà la storia di Prato dal 1500 al 1800, sarebbe per me presuntuosamente troppo e impossibile.
Quello che farò stasera è invece proporre alcuni momenti, direi alcuni flash della vita e delle situazioni di quel tempo senza alcuna regola cronologica, e con poca analisi critica di quel periodo storico.
La seconda considerazione è legata ad un contesto più generale sulla storiografia.
Tutto ciò che dirò questo sera è “storicamente supportato da documenti”.
Però attenzione, perché ciò non toglie che la verità, in certe circostanze, può essere un’altra.
La ricerca storica non è mai finita ed alcune volte accade che venga alla luce un documento che pronunci l’esatto contrario, o che comunque è discordante da quello precedente. Sta poi al ricercatore – quando conosce queste discordanze – interpretare giustamente la realtà.
Questo dovevo dire come premessa, e che vale anche per la serata che presenterò nel mese di settembre.
Ora incominciamo il nostro viaggio nel tempo.

(1) Il visitatore che supera le ultime case di Romagnano, percorrendo la via che porta verso la Valsesia, trova subito sul suo cammino in rapida successione: la chiesetta della Madonna della Rosa, la cappella di Sant’Antonio, e la chiesetta di San Giacomo, tutte poste sul ciglio della strada a pochi metri una dall’altra.
Volgendo gli occhi verso l’alto, il suo sguardo si posa sul convento di San Francesco di Romagnano posto sul monte Cucco. Nello stesso luogo dove ora si trova la villa Caccia.
Questo monastero, di cui ha già accennato il prof. Longo il mese scorso, venne spostato in quel luogo perchè i padri cappuccini tutti si infermano gravemente né possono in esso star sani, per essere il monastiero posto in luoco malsano, humido e sogetto alla tramontana.
Per l’occasione – si era nel 1621 – il nobile romagnanese Filippo Mostini offrì cento barozze di calcina per la costruzione di questo nuovo edificio. (2)
Poco più sotto in direzione di Prato, un’altra cappella ancora: quella di San Grato.
Superate questa serie di oratori, si giunge costeggiando la roggia Mora nei pressi del “pontone”, il ponte del Biagio per intenderci. (3) Così era chiamato il ponte di legno che portava nei prati di Romagnano chiamati “ceriagli” o “cerialli”.
(4) La vista di tutta quella zona – la potete vedere in questo magnifico disegno del 1742 trovato recentemente presso l’archivio Est Sesia di Novara - a partire dalle ultime case di Romagnano fino ad oltre lo stabilimento Bollati, è alquanto singolare perché sono tutti appezzamenti prativi con all’interno molti alberi in prevalenza cerisoli, le comuni ciliege selvatiche, e gelsi.
Questo tipo di coltura era chiamata cerisolato o avitato perché la sua caratteristica era che ad ogni albero facevano arrampicare la vite.
Con questo metodo ottenevano un ottimo foraggio dal prato perché la zona era tutta irrigata, ottenevano le foglie di gelso per il baco da seta, ottenevano i frutti sia dei cerisoli che dei gelsi, (i moroni); ed infine l’uva e il vino.
Quest’ultimo non era di qualità eccellente, in ogni caso era usufruibile a basso costo lavorativo.
Nel 1723 sul territorio pratese risultavano ben 68 appezzamenti avitati o cerisolati.
(5) Alla parte destra invece proprio in prossimità del “pontone” incominciava il territorio di Prato, e lì la coltura era esclusivamente quella della vite. Quella zona al piano della strada era chiamata “Bolina” e “Rimonda”.
In alto i toponimi cambiavano diventando prima “Fusaro”, poi “Crosetta”,“Cantonetto”, “San Rocco”, “Lamaccia”, “Alla Bisciona”, e via via fino alla “Baraggia”.
E’ la miglior zona di Prato per la coltivazione della vite insieme a quella della Traversagna che nel Seicento non era ancora molto coltivata.
Giungendo in prossimità dell’attuale entrata dello stabilimento Botto, (6) all’interno di un centinaio di metri si poteva scorgere il primo mulino di Romagnano che era chiamato della “ressiga” o di “ceriallo”. E’ segnalato come mulino a due macine.
La strada proseguiva poi diritta verso Prato. Giunti in fondo all’ultimo edificio del Botto ci si trovava di fronte ad un costone roccioso che scendeva dalla montagna di Sopramonte. (7) Quello era il “motto del sasso”.
Proprio nel luogo dell’ultimo edificio del Botto però più sotto - al bordo della roggia Mora - la strada, aggirando il Motto del Sasso, passava di fianco ad un secondo mulino di Romagnano chiamato “mulino del sasso”.
Questo mulino, di proprietà di Gioanna Genesi, fu venduto dalla stessa, alla comunità di Romagnano nel 1526.
E’ segnalato a tre macine e con la sua pista da canapa a pochi metri di distanza. La pista venne distrutta nel 1812.
(8) Di lì la strada continuava fiancheggiando la Mora, e saliva gradualmente fino a portarsi alla quasi altezza dell’attuale piano stradale.
Raggiungeva questo piano più o meno in corrispondenza della casa dell’Osvalda. (9)
Capite quanto doveva essere complicato quel tortuoso passaggio per i viandanti, ma soprattutto per i commercianti con i loro carri. Commercianti che in sostanza erano il “sale” dello sviluppo economico di quel tempo.
Così dopo l’ennesima inondazione che isolava Prato e il resto della Valsesia, il comune in accordo con il Contado di Novara, decise di porre rimedio aprendo il Motto del Sasso.
Il 23 agosto 1654 fu stilato un primo documento.
Essendo che la Sesia per l’inondazione di essa li giorni passati habbi fatto gran ruina et in particolare un ramo di molta quantità dove habbi guastato affatto la strada mediante apresso la quale si va comodamente et in oltre molti beni dè particolari di modo che non vi è strada per la quale si possi andare da Romagnano per la Valsesia se non si monta un gran sasso con qualche pericolo dè viandanti.
Essendosi trovato a caso un scalpellino o sia minatore et avendosi Carlo Genesi di Prato deputato di essa terra a voler far instanza in Contado che si dovesse provedere per l’accomodamento di essa strada et fatta instanza al signor Giovanni Antonio Grandi uno dè Sindaci a voler intervenire a veder per (la) misura che si deve fare a minar detto sasso dove che vi è intervenuto detto signor Giovanni Antonio Grandi di detto Contado abiamo adimandato (al) signor Giovanni Granello capo mastro di muratori per la muraglia che si deve fare et visto et considerato il tutto si è adimandato a l’uno et l’altro di detti signori…il modo cui farlo e convenienza per minor opera che si deve fare per detta strada.
Lo stesso documento prosegue poi con i termini di costruzione della muraglia protettiva che dal sasso si dirige verso Prato, verso Romagnano, ed in alto lungo il costone roccioso.
Muraglia per una lunghezza totale di 530 metri lineari.
Il costo di tale opera venne preventivato in 400 lire imperiali ed un bottallo di vino.
Il 16 novembre di quello stesso anno 1654 venne definito l’accordo con gli scalpellini:
Che siano obligati sì come promettono à tutte loro spese di romper detto sasso nel più basso di detto sasso dove si è determinato di acordio, cioè romper di larghezza brazza cinque tutto il suo traverso et di altezza brazza quattro e mezzi et brazza quindici di lunghezza incominciando da domani et seguitare sino a tanto sia fornito et che il piano che si deve fare per detta strada in detto sasso da scarpellare come sopra sia ugualmente uguale e piano e questo per mercede di lire cento cinquanta
Con più che la comunità sia obligata darli tutta la polvere che farà di bisogno per minar detto sasso.
E più una brenta di vino giornalmente alla rata et anco darli la mazza di ferro et pali di ferro per romper detto sasso.
Da quel momento i viandanti entravano in Prato attraverso un suggestivo arco di sasso largo tre metri, alto due metri e settanta, e lungo circa nove metri. Direi una vera e propria galleria.
Il lavoro fu svolto da Giovanni Peronus e Simeone Maruccus di Maggiora.
Fecero un ottimo lavoro e la comunità li trattò bene.
Forse fu da quel momento che Peroni e Marucco decisero di rimanere tra noi, e li abbiamo ancora.
Si giungeva quindi nei pressi della casa dell’Osvalda. (10) A destra, in alto, la maestosa torre e poco più avanti il castello di Sopramonte già piuttosto malmesso.
Sempre a destra appena più indietro del luogo dove c’è la villa della Rosina Bazzoni, come siamo abituati a chiamarla, scendeva dalla montagna di Sopramonte un enorme costone roccioso un pò simile al Motto del Sasso.
Venne poi completamente demolito nell’Ottocento quando aprirono in quel luogo una cava di pietrisco.
(11) Volgendo lo sguardo a sinistra invece, a pochi metri di distanza si poteva vedere il terzo mulino di Romagnano, ma che era già sul territorio di Prato: il mulino chiamato “di Cavallirio”.
Era proprio lì in quella lingua di terra alla confluenza della roggia Mora con lo scarico della roggia Molinara, ed era chiamato con quel nome perché era ad uso degli abitanti di Cavallirio sprovvisti di un proprio mulino.
Obbligati a servirsi in questo mulino e pagare il servizio alla comunità di Romagnano.
Da un documento del 1604 si viene a conoscenza che era anche chiamato – per quelli di Romagnano - molendino superioris, ed è interessante sapere che anche questo aveva la sua pista da canapa.
Visto il luogo dov’era situato subì nel corso degli anni parecchie distruzioni a causa delle esondazioni. Distrutto quasi completamente dalla grande piena del 1755 venne ancora per una volta parzialmente ricostruito, e funzionò fino ai primi anni dell’Ottocento, per poi essere smesso completamente.
A mio avviso questo mulino chiamato di Cavallirio, è identificabile con quello che nel Quattrocento veniva chiamato il mulino De Carlis.
La strada a quel punto continuava affiancando lo scarico della roggia Molinara che come sapete attraversa la circonvallazione in modo sotterraneo per poi immergersi nella Mora.
(12) Quindi costeggiando questo scarico si giunge al primo edificio di Prato che è quello del filatoio.
La vista a quel punto è quella di due grandi ruote che girano grazie al salto dell’acqua, (e qui siamo nel Settecento). Sono le due ruote del filatoio di seta, mentre avanti 50 metri c’erano le ruote del mulino.
Fino all’Ottocento il mulino è segnalato con tre macine e conseguenti tre ruote per meliga e segale. In una relazione del 1810 è addirittura segnalato con quattro ruote.
Davanti a quelle ruote c’era la pista della canapa tuttora presente, ed è quel piccolo edificio collocato dentro il giardino posto davanti alla ruota.
Per tutti i secoli passati e fino all’inizio dell’Ottocento la pista era coperta solo da un tetto a coppi sorretto da quattro pilastri. Solo ai primi dell’Ottocento furono fatti i muri laterali.
Le pale per far girare la ruota di sasso superiore erano poste esattamente sotto la pista.
(13) L’attuale giardino del mulino, tutta l’attuale piazza, la strada, ed una parte dei prati della parte opposta erano adibiti a “maceratoj” della canapa.
In sostanza, tutto il territorio era disseminato di buche di due/tre metri di lato, profonde un paio di metri dove stivavano la canapa a macerare.
Nel corso dell’Ottocento queste buche saranno poi coperte e ne faranno altre nella zona del Vaglio che ancora ora chiamiamo il “campaccio”.
In effetti, già questa zona intorno al mulino era chiamata in questi secoli precedenti “il campaccio”.
Le buche furono spostate lontano dalle case perché l’aria diventava irrespirabile quando maceravano la canapa portando anche malattie. Questo è quanto dicono le relazioni mediche del tempo.
Ma prima di addentrarci nel paese vediamo brevemente queste tre realtà produttive di Prato.

(14) Il filatoio

Innanzitutto va detto che – seppur si conosca ancora poco della sua storia – il filatoio di Prato nel Settecento è una delle realtà produttive più importanti di tutto il circondario.
Quando nasce si è in un periodo dove nelle nostre zone la pre-industrializzazione sta muovendo i primi passi, ed il filatoio di Prato arriva subito ad occupare parecchie decine di persone.
La sua ubicazione era in quel primo edificio del paese chiamato ancora oggi “la curt dal filatur: tutto il cortile al di fuori dell’ultimo edificio sulla destra dipendente dal mulino.
Fu costruito nel 1748 da Carlo Felice Maoletti originario di Serravalle e Carlo Giuseppe Ghezzi d’Alessandria.
La motivazione della scelta del luogo era certamente legata alla presenza di un corso d’acqua indispensabile a far muovere le ruote generatrici d'energia, ed anche dal fatto che il Maoletti era cognato del pratese Giuseppe Genesi.
Materia prima del filatoio è la seta, di conseguenza la lavorazione dei bozzoli, di conseguenza la coltivazione del gelso, che come già ricordato oltre al frutto forniva con il fogliame, l’alimento base per il baco da seta.
Ricordo a questo proposito che questa coltivazione era tanto importante che durante le rogazioni si usava portare in processione anche i semi del “bigat”.
Un po’ ovunque si coltivava il gelso, ed erano gli alberi che delimitavano i confini e le strade, ma non ovunque esistevano gli stabilimenti per la trasformazione dei bozzoli in filo, né tanto meno per la trasformazione del filo in tessuto.
Lo stabilimento di Prato fu sia filanda che filatoio. Quindi in questo luogo si trasformava il bozzolo in filo, e in seguito si trasformava il filo in tessuto.
Non si sa quale sia stato il tasso di occupazione in quel periodo ma si può ragionevolmente pensare che vi fossero occupate non meno di 70/80 dipendenti.
Velocemente posso dire che la coltivazione del baco avveniva nelle case degli stessi contadini con la schiusa delle uova in ambiente tiepido intorno alla festa di San Marco. Ai piccoli bruchi depositati su apposite tavole venivano somministrati in continuazione le foglie di gelso tritate.
Ad un certo momento della sua vita il bruco incomincia a salire sugli arbusti ben ramificati e preparati a suo tempo dal contadino. Trovato il luogo ideale, il bruco incomincia a costruire il bozzolo chiudendosi all’interno.
Dopo circa otto giorni dalla sua salita sul ramo è il momento di raccogliere i bozzoli, non prima però di averli agitati sentendo se all’interno è già avvenuta la trasformazione del bruco in crisalide.
Questo si può sentire se scuotendo il bozzolo la crisalide sbatte contro il guscio. Se non sbatte significa che il bruco sta ancora secernendo filo.
I primi bozzoli che si raccoglievano erano generalmente i più belli perché fatti da bachi più rigogliosi, e questi bozzoli normalmente erano offerti durante le feste religiose come elemosina. Infatti, anche nei conti dei vari oratori di Prato troviamo spesse volte le offerte di galette o cocchetti, che erano i nomi dei bozzoli di seta.
I bozzoli così raccolti erano immediatamente portati alla filanda dove si provvedeva tramite il calore a soffocare la crisalide all’interno, altrimenti, trasformandosi in farfalla bucava il bozzolo rendendolo inutilizzabile.
L’operazione era chiamata stufatura o soffocatura.
In seguito tali bozzoli erano immersi in vaschette piene d’acqua calda chiamati fornelletti e venivano sbobinati abbinando vari fili di seta insieme, che componevano un unico filo ritorto.
L’acqua calda permetteva al filo di staccarsi facilmente dal bozzolo.
Ogni bozzolo poteva dare un filo di seta lungo dai 350 ai 1200 metri.
Terminata la sbobinatura i rocchetti di filo passavano dalla filanda alla zona della filatura per completare la lavorazione e trasformare il filo in tessuto.
Abbiamo anche alcuni dati sulle produzioni dei bozzoli a Prato. Non è per la verità un gran raccolto rispetto ad altri paesi come Ghemme e Fara.
Nel 1809 si erano raccolti 160 libre di bozzoli, pari a 121 Kg. Nel 1813 la produzione salì a 300 chilogrammi.
A titolo di curiosità posso anche dire che secondo una relazione su Prato del 1713, dodici once di semente di bigatti producevano circa un rubbo di bozzoli. Tradotto vuol dire che in poco più di tre etti di semi si produceva circa un quintale di bozzoli.
La crisi economica nello stabilimento di Prato incominciò nel 1775 e si protrasse per molti anni con una vicenda lunga a spiegarsi. Nel 1786 nello stabilimento lavoravano solo 12 persone.
Secondo una relazione, dal 1790 in avanti funzionò solo come filanda, e quindi solo per la trasformazione del bozzolo in filo di seta.
Dopo il fallimento, l’azienda fu rilevata dalla famiglia Fè a nome dei coeredi del conte Sacco di Milano.
Nel 1808 la filanda risultava affittata a Cagnardi di Ghemme proprietario di un’altra filanda in quel paese. Il caso ha voluto che quei locali fossero di nuovo occupati da un altro Cagnardi.
Fu probabilmente un momento di ripresa perché si sà che il Cagnardi tra i due stabilimenti aveva 70 mulinelli e impiegava 156 persone. Come si sa che i mulinelli di Prato erano 56, e quindi certamente con un buon numero di dipendenti.
Subentrò poi un’altra crisi ancor più profonda.
Mentre la prima crisi si poteva imputare forse ad una cattiva gestione, la seconda fu più per ragioni politiche ed economiche lunghe da spiegare, e legate al blocco internazionale contro la politica napoleonica.
I già alti dazi sulle merci raggiunsero il 29%, e questo mise in ginocchio anche l’industria serica che aveva il suo punto di forza – per quanto riguarda il Dipartimento dell’Agogna – nelle seterie di Vigevano.
La filanda di Prato sentì doppiamente questa crisi anche perché non risultano essere stati fatti miglioramenti nello stabilimento, tanto è che viene definita in pessimo stato ed a ogni escrescenza dell’acqua, le pale produttrici di energia non avevano più modo di girare.
Qualche anno più tardi – nel 1822 – venne acquistata da Bellicardi e Stadler per 5372 lire piemontesi.
Non sono in grado di dire quando questo stabilimento terminò la sua produzione non avendo fatto ricerca su questo argomento nell’Ottocento, come non posso dire se riprese la produzione di filatura del prodotto.
Posso solo aggiungere che il Dizionario geografico di Goffredo Casalis edito nel 1847 precisa che a Prato avvi un filatoio di seta, in cui s’impiegano 50 operai.
Come si sa che la coltivazione dei bigat a Prato continuò fino ai primi anni del Novecento.
Anche questa coltivazione finì poi con l’esaurirsi degli alberi del gelso per vecchiaia, e mai reimpiantati.

(15) Il mulino

Ricordo solo alcune questioni riguardanti il mulino perché è un argomento che è già stato a suo tempo trattato dal dottor Papale, e poi il discorso sarebbe molto lungo anche per la mole di documentazione che già si è trovata e che ancora esiste negli archivi.
Documentazione che rimane da assemblare ricostruendo tutti gli aspetti relativi a questo argomento.
Dei 4 mulini di Romagnano presenti nel raggio di 300 metri, di cui due di essi sul territorio di Prato, si giunse dopo varie discussioni a possederne almeno uno da parte della comunità pratese, ed è l’unico che noi troviamo ancora in buone condizioni, mentre gli altri sono stati ormai distrutti.
Ricordo altresì che durante la causa con Romagnano in cui intervenne il Senato di Milano vi furono incidenti serissimi tra questa comunità e quella romagnanese, e vi fu anche la costruzione di un nuovo mulino nella zona della vecchia centrale a poca distanza dal sasso del bagno.
Mulino che fu poi distrutto in seguito all’accordo del 30 dicembre 1576.
Che li Huomini di Romagnano siano tenuti dar alli Huomini di Prato uno delli duoi Molini, quali hanno essi di Romagnano in Prato ad eletione di detti di Prato. Il qual Molino qual sarà eletto per detti di Prato resti, & habbi da esser proprio, & libero di detti Huomini di Prato, quale siano poi padroni di tal Molino, & della sua roggia, & acque con le medesime ragioni, & ationi.
Questo mulino consisteva in un sito sottotetto in cui vi esistono le tre macine per meliga e segale con suoi ordigni di ruote in opera in mediocre stato. Cucina attigua verso mezzogiorno con stanza superiore sottotetto intavellato. Stallino con camerino superiore, ed un porcile.
Cavo del molino verso ponente con tre ruote laminazzi e porte in mediocre stato e pista da canape al di la situata sotto un portico con 4 pilastri e coperto da tetto con fundo e burlone di vivo, e suolo d’aja, e ruota al di sotto per la ruotazione della suddetta pista.
Ivi in attiguità evvi l’orto suddetto al quale unitamente al fabbricato del molino fanno coerenza a levante parte della strada tendente a questo molino e parte casa del signor Giuseppe Feè a muro comune.
A mezzogiorno parte gerbido comunale e parte la casa suddetta del signor Feè, a ponente lo stesso gerbido comunale ed a tramontana altro sito comunale ove vi esistevano i maceratoi del canape ora abbandonati per l’infettazione dell’aria. Ed in parte casa del signor Radaelli a muro comune.
Questo signor Radaelli – voglio ricordarlo – era il cognato di Alessandro Fasola, l’uno dei Mille di Garibaldi, ed oltre ad essere un patriota risorgimentale, era anche il proprietario della Compagnia dei battelli di navigazione del lago Maggiore. I battelli usati da Garibaldi durante la 1° guerra d’Indipendenza per trasportare i suoi uomini a Luino, dopo il proclama di Castelletto.
Le acque serventi alla ruotazione del predetto molino si estraggono dalla roggia Mora mediante chiusa sulla medesima, sul di cui cavo di estrazione vi attraversa il riale Roccia mantenendosi dallo sbocco del medesimo altra chiusa per sostenerne le acque.
A questo proposito devo dire che a differenza di come si può intendere, è invece la roggia Mora che fu fatta successivamente alla roggia molinara.
Non sono in grado di dire a che periodo risalga la costruzione del Mulino Nuovo, in ogni caso è certo che esistevano mulini in quella zona ben prima della costruzione di quest’imbocco pratese della roggia Mora avvenuto con l’accordo del 1488.
Assodata quindi l’esistenza di mulini e relativa roggia molinara, rimane da capire se tale roggia molinara prendeva la sua acqua solo dal torrente Roccia, o anche dalla Sesia.
Il fabbricato del mulino era costruito interamente con sassi a piena vista.
L’inventario del 13 gennaio 1804 precisava che c’erano 6 servitù di acque di rogetta con 5 porte compresa quella ad uso della pista da canape, con due banchette laterali e due ponti per il comodo passaggio.
Queste servitù di acqua erano chiamate Rodiggi e significavano la quantità di acqua necessaria per smuovere la ruota di un mulino.
In epoca antica questa quantità d'acqua non teneva conto del “salto idraulico” di essa. Solo nell’Ottocento si fissarono dei valori convenzionali ai Rodiggi.
Così ad esempio per la roggia Mora, un Rodiggio piccolo consisteva in 216,72 litri d’acqua per ogni secondo; mentre un Rodiggio grande era di 289 litri al secondo.
All’interno del mulino si trovava tutta l’attrezzatura con i nomi tecnici che erano dati a quel tempo: la cassa tonda di pioppa, il coridone, il rovatto ossia crocino, lo strentore di pioppa, la corbaccia di pioppa, navelle e navigiole, le tre mole con il loro letto in legname, le pedagne ossia asinotti, le marne ossia casse per la farina.
Nel 1813, di fronte alla sempre più grave crisi economica e per far fronte agli eccessivi debiti comunali, furono date disposizioni per la vendita dei beni comunali, ed i rimasti tre mulini di Prato e Romagnano – il mulino di Cavallirio non esisteva più - saranno venduti il 12 febbraio 1814 a Luigi Bogani e Odoardo Donzelli.
Da quel momento furono esclusivamente in mani private.
Fin qui alcune brevi notizie riguardanti la struttura. Altre notizie relative invece alla gestione del mulino come bene comunale, le farò conoscere nella prossima conferenza autunnale


(16) La pista da canapa

Anche qui uno studio approfondito su tale coltura a Prato e nel circondario non è mai stato fatto.
Si sa che la canapa era molto coltivata ovunque e che a Prato nel 1640 – secondo il libro dell’estimo - figuravano circa 35 appezzamenti a pieno campo. Teniamo però presente che tale libro non comprende tutti i possedimenti religiosi che erano tantissimi.
Una statistica del 1807 riporta la produzione pratese a 500 rubbi, pari ad oltre 40 quintali.
Ma com’era coltivata la canapa?
Si seminava fittamente tra marzo ed aprile per facilitare lo sviluppo di steli lunghi e sottili che potevano raggiungere e superare i tre metri d’altezza.
Intorno alla festa di San Rocco, a metà agosto, s'incominciava a raccogliere i fusti che tendevano ad ingiallire badando bene a lasciare ancora in campo le piante femminili destinate alla produzione dei semi.
La lavorazione della canapa incominciava con l’essiccatura e la sfogliatura degli arbusti che poi raccolti in covoni erano portati nei maceratoi (i buri).
Queste buche potevano essere di varie dimensioni e dovevano contenere acqua semicorrente per permettere un buon ricambio, il che accadeva raramente.
S'immergevano i covoni nell’acqua usando delle grosse pietre per tenerle completamente immerse, e così si lasciavano macerare. Lo scopo di quest'operazione era quello di sciogliere con la macerazione le sostanze gommose così da permettere un facile distacco della fibra dal fusto legnoso.
Dopo due o tre settimane si toglievano i covoni dalle buche.
Operazione ingrata e faticosa perché il contadino doveva lavorare in condizioni disastrose immerso nell’acqua putrida con esalazioni nauseanti, togliendo prima i grossi sassi ricoperti di fango.
Per quanto riguarda la permanenza dei covoni immersi nei “buri” non vi era una regola precisa, ma si sa che dovevano essere costantemente controllati per evitare che incominciassero a marcire perché “canapa marcita non fa tela”. Purtroppo però accadeva anche questo.
Lasciata poi ad asciugare giungeva il momento della successiva lavorazione che consisteva nella separazione della fibra grezza dallo stelo.
Questa si otteneva spezzando l’estremità dello stelo dalla parte della radice e scorteggiando lo stesso, badando bene finchè le fibre rimanessero più lunghe possibili.
A questo punto la canapa era pronta per essere messa nella “pista” ove subiva una gramolatura tale che permettesse una migliore separazione delle sostanze legnose ancora presenti.
Dopo tale operazione incominciava la lavorazione della fibra con la cardatura operata con appositi pettini a denti metallici.
Si otteneva così la rista che a sua volta era filata e lavorata fino a diventare lenzuolo, o capo di vestiario, o cordame.
Veniamo ora alla pista da canapa. (17)
Come si è già accennato in precedenza era posta davanti al mulino, e in un portico coperto solo dal tetto.
(18) La pista era composta di un grande sasso circolare internamente scanalato dove si metteva la canapa sfilacciata. Superiormente a quella vi era una ruota anch’essa in sasso che girando sopra permetteva lo schiacciamento della canapa.
Il grosso sasso scanalato era bucato al centro in cui trovava posto un lungo palo di legno. Questo lungo palo nella parte superiore era ancorato alla ruota di schiacciamento, mentre nella parte inferiore – dopo aver trapassato il pavimento su cui poggiava la pista – terminava con delle pale di legno.
Il salto dell’acqua contro tali pale permetteva di far girare la ruota in tondo schiacciando così la canapa. In seguito l’albero fu costruito in ferro.
Come per il mulino anche per la pista da canapa erano obbligati servirsi gli abitanti, per cui era proibito per loro recarsi in altro luogo se il comune di residenza possedeva la pista.
E’ stato rintracciato un contratto di costruzione della pista del 23 luglio 1656 tra la comunità di Prato e messer Chiarino di Quarona al costo di 55 lire imperiali, con il patto che le “pietre si debbano dare in Quarona in loco piano acciò si possino caricar su le barozze”
Lo stesso giorno la comunità concluse un secondo accordo con i mastri di legname Giuseppe e Battista Guglielmi per il rifacimento di tutta la struttura in legno e la sua posa in opera.
Il costo del loro lavoro fu di 17 scudi caduno “et doi brente di vino et siano da pagarli di mano in mano un poco per volta sì come anco il vino sì come li consoli promettono”.
Un’ultima considerazione su quest’argomento.
Prato Sesia è l’unico luogo di tutto il circondario e di tutta la valle che possiede ancora la perfetta struttura della pista da canapa, con il suo sottostante originale di secoli fa.
Inoltre sappiamo il luogo d’ubicazione di questo grosso sasso scanalato, e che ora fa da fioriera per tulipani davanti ad una casa. (19)
Possediamo infine i disegni di com’era costruita nel suo meccanismo.
E’ un’occasione unica che ci permette di ricostruire una struttura che è stata importantissima per le comunità nei secoli passati, e che non esiste in alcun luogo vicino.
Con la coltivazione della canapa a cui sto già provvedendo, possiamo essere in grado di far vedere il ciclo completo di lavorazione.
Nel frattempo se volete, potete osservare la vecchia ruota superiore che è visibile murata nelle fondamenta dell’edificio nella parte verso Romagnano. (20)

Ora continuiamo il viaggio inserendoci nel paese attraverso la strada che fiancheggia il filatoio.
Ricordo che la quasi totalità delle case presenti non sono intonacate ed i sassi di costruzione sono a vista; come va ricordato che sono provviste di ballatoi in legno. (21A)
Nel Cinquecento e Seicento quasi tutti gli edifici - al di fuori delle abitazioni - sono ancora coperti di paglia con le conseguenze che ne potevano derivare, e che derivarono specialmente con l’incendio di tutto il paese avvenuto nel 1570 come ci ha fatto conoscere Alfredo Papale con alcuni suoi documenti.
Sono in prevalenza case di contadini con tutto quello che ne consegue entrando nei singoli cortili.
Cortili che a Prato Nuovo (21B) – a differenza di Prato Vecchio – sono chiusi da tutti i lati come fossero delle piccole cascine addossate una all’altra.
La caratteristica di Prato Vecchio è invece quella di cortili aperti con vie di fuga che danno ai prati esterni. (21C)
Sono cortili sterrati con le conseguenti buche, mucchi di letame, e carri agricoli cigolanti. Ad ogni entrata del cortile c’è il solito paracarro che ha il compito di salvaguardare i già dissestati angoli delle case.
I locali d’abitazione, occorre ricordarlo, sono sempre a piano terra dove c’è la maggiore umidità, perché è più importante, anzi è vitale per il contadino tenere il grano nelle posizioni migliori e soleggiate.
La strada principale è generalmente tenuta anche peggio dei singoli cortili. Durante quel tempo era in terra battuta con le sue innumerevoli buche e le ruote dei carri che provocavano delle profonde carreggiate.
Venne poi il tempo in cui furono fatte delle parziali selciature con sassi di fiume, ma il continuo passaggio dei carri determinava una situazione sempre precaria.
La riparazione della strada principale era di competenza dell’amministrazione, ma attenzione, la sua competenza – vista la cronica mancanza di denaro – si limitava a decidere il momento di attivare la “rojda”.
Cos’era la rojda?
Essa consisteva nell’”obligare per turno un individuo per famiglia a lavorare per detto riattamento senza pagamento di mercede, e sotto la solita penale contro li renitenti del pagamento della mercede dei giornalieri che li rimpiazzano”.
Ci sono anche i documenti che spiegano dettagliatamente il sistema di calcolo in base al reddito e alla proprietà, e trasformato in giornate di lavoro gratuite che ogni famiglia doveva concedere.
Con il passare del tempo, la situazione migliorò grazie soprattutto a opere determinanti per lo scolo delle acque.
(22) Salendo lungo la via s'incontra dapprima il forno di Prato Nuovo che era situato nel locale ora ad uso della società dei pescatori, subito dopo vi è il centro del paese identificabile in questo momento con la piazza Furogotti. (23)
La differenza sostanziale con allora è che non esisteva nessuna piazzetta, o quantomeno ne esisteva solo un minuscolo spazio, perché quel luogo era occupato da uno stabile di proprietà della Carità di Santo Spirito.
Questa era un'associazione confraternale laica, il cui scopo era quello di aiutare la povera gente a sopravvivere.
Il locale a pian terreno conteneva due torchi, uno per olio di noci, e l’altro per vino, ed era di ragguardevole misura. Ai piani superiori vi erano delle sale che in seguito per un certo periodo furono adibite a sale di riunione del consiglio comunale.
A fianco di quest'edificio – nell’attuale casa Grazioli – vi era la sede del Monte di Pietà istituito da Bartolomeo Furogotti con documento del 1629.
Il funzionamento di questa struttura era finalizzato all’acquisto di granaglie per aiutare i poveri. In seguito fu trasformato in prestiti finanziari ai bisognosi senza interessi.
Si sa che alcuni locali di quest'edificio vennero utilizzati ai primi dell’Ottocento quale sede della Guardia Nazionale di Prato.
Altri locali funzionarono da sede scolastica del legato Furogotti.
Nella parte opposta della strada, proprio dinnanzi all’edificio del torchio vi era un’altra delle più importanti abitazioni di Prato, ed era quella della famiglia Furogotti. (24) Attualmente è la casa e il cortile di Alfredo Gioria.
La famiglia Furogotti nel Cinque/Seicento era una delle più importanti del paese, ed avevano già parecchie proprietà prima che Bartolomeo si trasferisse a Roma moltiplicando le sue ricchezze.
Questo grande caseggiato venne poi acquistato nel 1796 – insieme a tutti i beni rimasti della famiglia – dal canonico Stefano Genesi.
La vendita fu fatta da Vincenzo Furogotti di Velletri, a quel tempo Capitano del Reggimento di corazze di Sua Santità.
Con l’aggiunta di questa proprietà, il canonico Stefano Genesi divenne in quel momento il personaggio più ricco di Prato in beni immobili superando anche il conte Gibellini.
Cugino degli altri tre fratelli Genesi fondatori in seguito dell’Opera Pia, fu sempre in guerra con loro. Alla sua morte tutte le sue sostanze passarono al nipote Gaudenzio Fasola, ed infine a suo figlio Alessandro Fasola: “l’uno dei Mille” di Garibaldi.
(25) Dalla parte opposta della stradina che va verso la casa di Richetti, quasi tutto quel gruppo d’edifici che vanno fino alla chiesetta di San Carlo, ed in profondità fino quasi ai piedi della salita del castello, erano di proprietà dei Genesi.
Dei due rami Genesi, eredi dei fondatori dell’oratorio di San Carlo.
Da una parte i tre fratelli sacerdoti Genesi.
(26) Giacomo fu curato di Prato per quasi cinquant’anni. Vincenzo fu parroco d’Agrate, e Angelo Maria che fu anche rettore del Sacro Monte di Varallo nel 1813.
Fu l’ultimo dei fratelli, Angelo Maria, che per volere testamentario del fratello maggiore, lasciò la complessiva eredità per la costituzione dell’Opera Pia Genesi.
Vi era anche un quarto fratello che fu medico e speziale con negozio, o nel Bertolino, o nell’Angelina. Costui si chiamava Giuseppe ed ebbe poi una triste esistenza legata anche all’omicidio del trentatreenne Francesco Barberi.
Non conosco il motivo di quest’omicidio salvo che il Barberi era padre di 4 bambini in tenera età.
L’altro ramo Genesi era invece rappresentato dal canonico Stefano come abbiamo visto in precedenza.
L’abitazione ufficiale dei due rami Genesi era nel grande caseggiato e cortile posto dietro la chiesa di San Carlo, e si estendeva fino all’attuale casa di proprietà del Pavan e dove abita Paolo Richetti. (27) Metà di una famiglia e metà dell’altra.
Tutto il caseggiato sulla strada principale, dall’angolo fino alla chiesa di San Carlo saranno poi dell’Opera Pia dopo la morte di Angelo Maria Genesi avvenuta nel 1824.
Vorrei anche ricordare che tutte le abitazioni delle persone importanti, contenevano diversi affreschi ora andati completamente perduti.
Ad esempio nell’atto di fondazione del Monte di Pietà del 1629 si precisa che in una facciata della casa, (quella di Grazioli) è già presente un’immagine di Sant’Antonio, e il Furogotti dispose che nell’arco di un anno
si faccia una Pietà de rilievo da mettersi, e murarsi sopra la facciata del muro di strada di dette case con porvi sotto una pietra con l’Arme, è nome di esso signor Bartolomeo è del signor Ulietto fratelli de Furgotti fondatori di essa opera.
La pietra con l’arme è rimasta, ed è stata di nuovo murata sulla facciata di casa Grazioli. (28).
Come avrete notato ho continuato a chiamarli Furogotti perché in linea di massima dal Settecento in avanti così erano chiamati; però va rilevato che nel Cinque/Seicento erano chiamati Furgoti, con una T sola. Quello era il vero cognome originario.
Anche la pietra murata riporta il nome di Furgoti con una T sola, e la data è quella del 1631. Il mio precedente riferimento all’anno 1629 è relativo allo strumento notarile, e in tale documento il notaio trascrive Furgotti con due T.
In ogni caso Furgoti ma non Furogotti.
Un piccolo inciso a riguardo di un altro cognome a cui è intitolata la piazza di Prato Vecchio: Piazza Placido.
Il vero cognome della famiglia è sempre stato Placito e non Placido.
Può tornare utile quando cambieranno le targhette delle due piazze la prossima volta.
Veniamo ora brevemente all’oratorio di San Carlo. (29)
Esso venne fatto costruire con documento notarile del 1631 dai fratelli Carlo e Giacomo Genesi, anche se va detto che negli atti visionati per la costruzione si parla del solo Carlo.
Ascoltate bene questo passo perché è importante anche per alcune spiegazioni successive:
“Carlo Genesio del luogo di Prato, sì per devotione come anco per maggior commodità del popolo del detto luogo, stando che la chiesa parrocchiale si trova in campagna dove nelle gran piogge per causa d’un torrente, che è tra mezzo della chiesa, et detto luogo, ò non si può andare a piedi, ò con molta difficoltà. Pertanto desidererebbe di far fare a sue spese un’oratorio, ò sia capella, nel corso di detto luogo di Prato vicino alla sua casa la quale fosse dedicata in honore al gloriosissimo S. Carlo”.
Il documento è del 12 dicembre 1631 e come avete sentito è fatto in nome di Carlo Genesi; però un documento successivo, e cioè la divisione dei beni dei due fratelli Genesi avvenuta nel 1660 si fa esplicito riferimento all’oratorio già costruito a spese di entrambe i fratelli.
Quello stesso documento riporta anche l’impegno dei fratelli a costruire entro poco tempo il campanile, e dotarlo di campana.
A titolo di curiosità posso dire che anche il potente e ricco Carlo Genesi venne incarcerato a Novara a quanto sembra per debiti non pagati.
(30) Altro luogo da ricordare a Prato Nuovo è l’edificio davanti alla Banca Popolare di Intra che fu nel corso dell’Ottocento sede municipale, rimanendo tale fino alla costruzione della nuova e attuale sede.
Tutto l’edificio vicino – (31) l’attuale trattoria Castello - era nel Sette/Ottocento la casa del curato di Prato prima che costruissero quella che c’è tuttora.
Come aveva detto anche Carlo Genesi nello strumento per la costruzione dell’oratorio di San Carlo, la situazione della strada non era in ottimo stato, anche se si può dire che non fu quella la causa determinante che lo spinse a far costruire l’oratorio.
Quale fu questa causa determinante non l’ho ancora ben capito, però non vorrei che ci fosse una relazione con la costituzione effettiva del Monte di Pietà avvenuto nello stesso anno.
Tuttavia per ciò che concerne la situazione della strada, una parte di ragione c’era.
Vediamo quindi di spiegare quale era la realtà alla nostra vista trovandoci appena fuori dell’abitato di Prato Nuovo, ma partendo con la spiegazione di com’era il torrente Roccia.
(32) Questo, convogliando tutte le acque del Vaglio scendeva come ora nelle vicinanze della cascina Rinolfi, e poi come ora, fino a dietro la chiesa parrocchiale.
Invece di girare come ora verso la statale, con una leggera curva si spostava verso la Rocchetta andando a congiungersi con il rio Roggetta di Prato Vecchio.
Entrambi uniti, poi tutto scendeva tra la casa dello Spirito Fenili e quella del Claudio Brandoni, e passando davanti alla trattoria Castello andava poi ad immergersi nella roggia Mora.
I più anziani ricorderanno certamente che sul confine tra il campo da tennis e la proprietà Massarotti esisteva una parte del vecchio alveo, e noi d’inverno lo usavamo per andare a scivolare sul ghiaccio.
Quello era appunto l’alveo antico che fu poi abbandonato quando nel 1827 venne fatta la modifica che ancora oggi abbiamo, e che vediamo passare vicino alla tabaccheria della Marzia.
Questo era il corso del torrente, ora vediamo com’era la strada in quello stesso luogo.
Uscendo da Prato Nuovo proseguiva come adesso verso la parrocchiale e giunti più o meno nella tabaccheria c’era una diramazione ma la strada ufficiale per la Valsesia proseguiva come ora fin davanti alla parrocchiale, poi svoltava a 90 gradi costeggiando il muro di cinta della chiesa dove all’interno vi era la Via Crucis.
Giunti in fondo al muraglione, esattamente dove ora vi è l’edificio dell’antico ossario, la strada proseguiva passando tra la casa della Maddalena e la proprietà del Marco Varalda. Attraversava poi l’attuale statale che allora non c’era, e al confine tra il municipio e le case del Rivetto andava a sbucare proprio nei pressi del ponticello che porta all’asilo.
Di lì fiancheggiando la cascina Rinolfi andava poi alla croce.
(33) Se voi guardate, quella vecchia strada c’è ancora adesso quasi completa.
Non c’era ancora il passaggio attuale che dalla parrocchiale và verso la croce che verrà fatto nel 1797. Non c’era ancora la traversa attuale che dal Rossini porta verso il municipio e che verrà fatta solo nel 1824. Non c’era nessuna casa di via Rivetto.
Però la situazione non era completa perché poco fa ho detto che c’era una biforcazione più o meno davanti alla tabaccheria.
Questa biforcazione si dirigeva esattamente sul retro della chiesa parrocchiale e proseguendo in mezzo all’attuale campo di calcio parrocchiale andava a congiungersi anch’essa nella famosa strada ufficiale che passava come abbiamo visto tra la casa del Varalda e quella della Maddalena.
(34) Questa biforcazione si vede chiaramente in questo disegno, e non era altro che l’antica strada per la Valsesia, e può darsi che fosse in uso prima ancora che costruissero la chiesa. Quello che è certo è che era già antica nel 1576.
A questo punto, visto il tragitto del torrente roccia e visto quello della strada, vediamo perché la situazione era molto critica per il passaggio in quella zona, e che fece dire al Genesi della gran difficoltà di andare alla chiesa parrocchiale. (35)
A quel tempo l’alveo del torrente non era profondo come ora e le rive erano a malapena sostenute con qualche sasso, per tanto con un po’ d’acqua in più, le rive cedevano inondando tutta la zona circostante.
Il punto di rottura documentato e certo, è quello che va dall’attuale casa della Maddalena a dietro alla chiesa parrocchiale. In questo breve tragitto l’acqua usciva dal suo alveo naturale invadendo quall’antica strada per la Valsesia, e tramite essa s’immetteva sulla strada in uso dirigendosi verso Prato Nuovo.
Per dare un’idea più convincente ed anche abbastanza interessante, posso far conoscere lo stralcio di un documento del 12 febbraio 1576 quando la comunità di Prato fece un accordo decennale con Pedro e Bernardo Pantroto per mantenere pulito e sotto controllo il corso del torrente Roccia in quella zona.
“Che detto Pedro Pantroto qui presente sia tenuto et obligato, a, sue proprie spese provedere et serrar, o, far abjustar la parte dove disongnerà la aqua della rochia quale dessonde fuori dil letto et cavo proprio et camina apresso lo cavo vicino a la giesa di Santo Bernardo et discende per la strada publica dinanti a la casa deli de Sessono fino alla Bardazza deli Furgoti et di Milano Viocha di modi tale che dette aque vadano et restano nel suo proprio cavo et per esso discendano abassando il cavo et spazandolo dove sarà di bisongno, far che non possiano più decorrere verso detta strada ma per il detto cavo antiquo spazato per dieci anni poximi a venir et bona chiusa la dove salta fuori dil suo cavo detta aqua della detta rochia acciò non discenda in quello già detto cavo fato per la grande forza delle aque di essa rochia che passa come sopra per detta strada publica”.
Ed ancora: “cum patto che occorendo che per forza et inondatione de aque rompesse le chiuse et ripari fati per sostener l’aque nel cavo antiquo che nel termine de giorni otto ogni volta romperà sia obligato detto Pedro et Bernardo ne fara aconzare, et mantenerlo conzo fino finiti serano li detti anni deci”.
Il pagamento per tale impegno era fissato in 40 libre pagabile in due rate, ed il patto che se i Pantrotti avessero piantato degli alberi lungo il cavo, fossero rimasti di loro proprietà anche oltre la scadenza del contratto.
E’ un documento questo che già il dottor Papale aveva fatto conoscere in una conferenza passata.
Solo nel 1796 la situazione migliorò sensibilmente – non solo per il torrente Roccia, ma anche per tutta la strada come vedremo tra poco.
La relazione fatta in quell’epoca da un senso più preciso della situazione relativa al passaggio in uscita dalle case:
“il ponte formato sopra un ramo del torrente Roccia oltre l’essere situato fuori dall’allineamento della strada, non è capace per il carraggio, e perciò le vetture discender debbono dal ponte molto elevato in un guado profondo per attraversare il detto ramo il che in occasione di piena si fa con pericolo perché debbono le vetture risvolgere nello stesso tempo che discendono”.
La relazione prosegue dicendo che oltre al ponte, la strada è per metà occupata dal torrente, e “soverchiata da esso, ed anche compresa, fino a che riesce molto angusta”.
Per la verità non si capisce molto bene com’era messo questo ponte e si presume che sia stato fuori dall’allineamento della strada perchè costruito molto tempo prima in funzione di una curva diversa dell’alveo della roccia.
In ogni caso dopo tanti secoli venne fatto un lavoro decente.
Sempre in quell’anno 1796 oltre al ripristino della zona appena citata, venne svolto un altro grande lavoro nella strada chiamata in quel tempo, Reale.
Oltre a rialzare la strada fecero il nuovo tronco che dalla parrocchiale portava direttamente alla Croce e verso Grignasco, con uno sbancamento di non poco conto.
Anche adesso si può notare ciò che venne fatto come riempimento della strada, e i più anziani lo ricordano perfettamente. (36) Infatti tutta la zona alla sinistra della strada dove c’è la nuova piazza e l’ufficio postale, ed ancora più giù verso la circonvallazione, la natura del terreno era sottostante di quasi due metri rispetto al piano stradale.
In quell’epoca lontana non esisteva quel gran dislivello e il rialzamento stradale fu dovuto a materiale in eccedenza preso dalle rive presenti superiormente.
(37) Vorrei ricordare anche che esisteva la strada di comunicazione che dalla cascina Rinolfi portava a San Sebastiano e che passava esattamente sul retro dell’attuale municipio proseguendo poi – ed esiste tuttora – tra la casa del dottor Bargeri ed il giardino del Benito.
Tutto quel pezzo di strada era fiancheggiato da una riva a settentrione alta un paio di metri.
Le strade oltre ad essere in terra battuta erano anche molto strette, con l’abitudine da parte di tutti di accumulare mucchi di canapa o di meligazze per giorni prima di portarle via, ed inoltre con l’altrettanta pessima abitudine per tutti, di buttare in mezzo ad essa, mucchi di sassi raccolti dai loro campi.
Ci sono delle relazioni svolte con delle proteste marcate da parte dei commercianti di passaggio che si trovavano in difficoltà, non solo a Prato ma ovunque.
Con le nuove regole di fine Settecento, la larghezza minima per la strada principale venne definita in 7 metri e 40 centimetri.
La costruzione doveva essere a “schiena di mulo” per permettere un regolare deflusso delle acque nei fossi; ed ogni 5 metri e 70 centimetri doveva essere posato un paracarro che doveva avanzare fuori dal terreno per almeno 16 centimetri.
Continuando il viaggio si va verso Prato Vecchio, e qui non c’è molto da dire.
(38) Gli unici edifici interessanti dal punto di vista comunitario erano l’oratorio della Beata Vergine della Quercia fatto costruire da Giacomo Viocca nel 1646; un altro dei pratesi espatriati insieme al Furogotti in quei primi anni del Seicento, e che fu certamente suggestionato dal miracolo della Madonna della Quercia di Viterbo, e forse salvato da una pestilenza o qualcosa di simile.
Voglio ricordare che il Viocca abitava a Viterbo ed era legato da vincolo di parentela con il Furogotti. La stessa moglie di Bartolomeo Furogotti: Vittoria De Sanctis era viterbese, e sarebbe interessante capire quali furono i motivi iniziali che spinsero i nostri concittadini ad espatriare e quali furono le loro tappe.
Non solo per il Viocca e il Furgotti, ma anche per gli altri pratesi che emigrarono a Roma, quali per esempio i Ferri, i Sesone, i Barberi, di cui uno di loro prese i voti. Come pure un altro sacerdote più avanti nel tempo: Francesco Terribile.
(39) Davanti alla chiesa, ed esattamente nel luogo ove ora c’è un piccolo parcheggio vi era il forno di Prato Vecchio che a quell’epoca – dopo essere stato venduto al nobile Mostini di Romagnano – era dato in gestione a gente comune.
La via invece verso l’attuale asilo era piuttosto deserta di case ed imboccandola si giungeva al torchio di Prato Vecchio di proprietà anch’esso della Carità di Santo Spirito.
(40) Quell’edificio esiste ancora in parte ed è attualmente il garage di Livio Sagliaschi.
Nella seconda metà dell’Ottocento la Congregazione di Carità vendette quel grosso torchio, ed acquistando un successivo pezzo di terra costruì un nuovo edificio per il torchio.
Anche questo edificio esiste ancora nella sua struttura principale e si trova all’interno del cortile di Zaninetti.
Era un edificio di un solo piano e conteneva anch’esso come a Prato Nuovo un torchio da noci ed uno da vino, sempre per uso di coloro che ne erano sprovvisti.
Abbiamo anche le misure di questo torchio che doveva essere identico a quello di Prato Nuovo, e sono misure ragguardevoli, un po’ d'altronde com’erano tutti i torchi delle comunità circostanti.
(41) Era un torchio credo a leva, sorretto da due travi in noce lunghe 11 metri e 35 centimetri, mentre la trave di schiacciamento, anch’essa in noce, era lunga 9 metri e 80 centimetri; la sezione media della trave variava da 55 a 65 centimetri. La vite infine, anch’essa in legno, era alta 5 metri.
Proseguendo verso Cavallirio rimane poco da dire.
Nel Sei/Settecento non esistevano altre case al di fuori della cascina Morca. Per tutto il Settecento la cascina è segnalata di proprietà del conte Gibellini.
(42) Prima però di arrivare a quella, ed esattamente nei prati dove s'imbocca la strada della cascina, si sa che per molti anni funzionò una delle fornaci di Prato, ed era una fornace a due bocche di cottura, mentre le altre erano a Baragiotta.
Probabilmente anche in quel luogo il terreno sottostante e nelle vicinanze era adatto a quella produzione. Il sito è segnalato sulla mappa “Teresiana” e quindi significa che tale fornace era già esistente prima della sua stesura avvenuta nel 1723.
(43) Nella cascina invece è segnalata nel Settecento e fino ai primi anni dell’Ottocento, una conceria.
Trovasi quivi, e nel comune di Prato una sola concia ossia fabbrica.
Che vi si conciano pelli di vitello e vacchetta, in secio e non in altro modo.
Che si lavorano circa cento pelli all’anno, poiché la fabbrica non è molto avviata.
Che la manifattura non è migliorata dall’epoca di anni cinquanta in adietro.
Che lo smercio si fa nell’interno del Dipartimento, e ai paesi circonvicini, ad uso di scarpe e stivali.
La relazione è del 1804.
Anche per il recupero delle pelli si stilavano dai notai dei contratti ben precisi e vincolanti.
A titolo di esempio ve ne leggo uno del 17 ottobre 1615:
Che detto Giovanni Antonio Marola sia obligato come di presente si obliga vender tutte le pelli delle bestie grosse qual lui amazzerà, ò farà amazar qua in Romagnano di qui al primo di quaressima prossima che viene al detto Giuseppe per prezzo di soldi nove e mezzo per libra, et darli di buon peso una libra per ogni pelle, senza nervi.
Che detto Giuseppe sia obligato dar e pagar in contanti di presente al detto Marola per scorta et à bon conto lire cento, quali sia obligato compensar sopra il prezzo di dette pelli dal mercato di Natale fin al mercato di carnevale prossimo et se occorra darli qualche pelle avanti il tempo sia obligato detto Giuseppe pagarli al detto Marola di volta in volta al prezzo sudetto, il tutto a moneta corrente et (finchè) il tempo finisse di pagar tutta la somma che resterà debitore di dette pelli.
C’erano molti metodi per la lavorazione delle pelli a seconda che fossero pelli di vacca come in questo caso, o pelli di camosso, capra, montone.
Uno dei modi più comuni consisteva nell’immergere le pelli in vasche piene d’acqua miscelata a calce. Questo trattamento ripetuto più volte permetteva alla pelle di perdere il pelo, diventando anche bianche.
Messe su di un cavalletto e fregate con delle pietre venivano a perdere il pelo rimasto.
Un nuovo metodo d’inizio Ottocento consisteva poi in un altro bagno d’acqua miscelata a sterco di piccione. Non saprei dire però con quale scopo.
Quindi le pelli passavano poi alla conceria che consisteva nell’immersione in altre vasche che contenevano il concino chiamato anche rusca.
Questo non era altro che la corteccia spezzettata d’alberi, quali l’olmo, la quercia, il rovere, e lasciati macerare in acqua.
Lasciate in infusione per più giorni, l’operazione era ripetuta più volte, affinchè s’impregnassero bene prendendo anche il colorito rossastro.
Dopo l’asciugatura s’ammorbidivano ingrassandole con olio di pesce mescolato ad un tipo di grasso animale.
L’ultima operazione consisteva nel fregare le pelli con un non meglio precisato fango di vetro che aveva lo scopo di dare lucentezza.
Dalla Morca poi la strada continuava verso Cavallirio passando attraverso la Carata, perché l’attuale passaggio fu fatto nell’Ottocento.
Anche per quanto riguarda la frazione di Baragiotta rimane poco da dire salvo il forno che è già segnalato nel Seicento, e le fornaci anche queste molto antiche.
Esisteva un torchio da vino di proprietà anch’esso della Carità di Santo Spirito però al momento è impossibile dire dove fosse situato, salvo nel dire che era vicino al forno.
(44) Va ricordato che le fornaci non erano situate nei luoghi dove noi le abbiamo viste fino ad alcuni anni fa. Il loro sito cambiò più volte in funzione della quantità di terra a disposizione sotto la collina del Colmetto.
Si sa per certo che vi fu fornace nei prati davanti alla frazione. Altra nei prati di San Desiderio proprio davanti alla ex porcilaia. Altra infine nella cascina De Vecchi che originariamente era di proprietà credo dei Tornielli, passata poi ad Angelo Legnano marito di Adriana Tornielli, ed in seguito al nobile Filippo Mostini di Romagnano. (45)
Si è trovata un’interessante convenzione a tre soggetti per questo particolare lavoro di fornasaro, e porta la data del 26 maggio 1612.
Giacomino Genesi e Francesco Trincheri erano gli acquirenti di tegole e mattoni. Obecino del Pero era il proprietario, o comunque il gestore della fornace.
Giovanni Domenico de Ghirlanda e Dionisio de Paulis entrambi di Lugano erano gli specialisti fornasari.
(46) che detti Giò Domenico et Dionisio fornasari siano obligati far vinti due milliara di pietre cioè matoni da pignoni, et coppi nove milliara che siano numerati crudi nelli terreni di Prato presso la cassina del signor Angelo Legnano è più farli cuocer, et far che siano ben cotti et robba mercantesca, et questo in termine di mesi tre non compreso il presente prossimi a venire.
Che detto Obecino sia obligato mantinir tutta la ligna et sabbia et terra e acqua farà bisogno per far detta robba et darli cassina et paglia per tenerla coperta, farli spese cibarie alli sudetti mentre si cuocerà detta robba et dar agiutanti per far interar et metter nella fornace detta robba, et anco sia obligato dar tutti li utensilj farà bisogno per tal effetto.
Che detti Jacomino e messer Francesco siano obligati pagar alli detti fornasari in raggione di lire cinque il milliaro così delle prede come de coppi di mano in mano che andarano facendoli dette prede e coppi, et oltre di questo darli doi brente e mezza di vino in tutto.
Che occorendo che detti Obecino lasciasse mancar la legna farà bisogno per detta opera possino detti Ginesi e Francesco pigliar tanta robba della fornace in pagamento.
Che ocorendo che il pignoni cascasse per difetto di essi fornasari overo del detto Obicino siano obligati pagar la robba che sarà andata in malhora conforme al principio ordinario.
Che deti Ginesi e Trincheri siano obligati per la mittà a far far il cavo et infornasar et sfornasar la robba a tempi debiti a loro spese, et l’altra mittà sia tenuto detto Obecino qual farà ancor l’ora tutta a sue spese.
Che detto Obecino per suo pagamento habbia la mittà di dette prede et coppi dopo saranno cotti.
Seguendo poi la stretta strada si giungeva alla Cà di Spagna.
Nel 1723 la cascina è segnalata di proprietà del nobile Mostino, mentre nel 1769 i proprietari risultano i Sagliaschi.
Cà Bianca con una cascina dei D’Adda, ed un’altra di Parnati venduta quest’ultima poi a Carlo Genesi.
Segnalo infine le altre cascine del conte Gibellini.
Oltre alla Morca già citata, c’era la cascina del Tognone che sarebbe quella davanti alla Inning, la cascina S. Michele, Cappadino, Guardasole, Massara, ed infine un’ultima nella frazione di Baragiotta, per un totale di 7 cascine


Dopo questa visione panoramica dell’ambiente di Prato visto nelle delle sue strutture principali, vediamo brevemente lo stesso ambiente nell’ottica del lavoro ed essenzialmente delle sue colture agricole.
Per vedere e capire tutto questo useremo la mappa Teresiana del 1723. (47)
Visto che ho già in precedenza usato questo termine di mappa Teresiana, vorrei precisare che tale nome deriva da Maria Teresa d’Austria, ma per la mappa è anche un nome improprio, usato solo per definire il periodo di dominazione austriaca iniziato nel 1703 e conclusosi nel 1733 quando passammo sotto il Piemonte dei Savoia.
Improprio perché nel 1723 Maria Teresa non governava ancora e aveva solo cinque anni.
Tale catasto misurato e disegnato con un immane lavoro in ogni paese dello stato, rimase poi per varie vicende, inattivo per cinquant’anni finchè lo ripresero in mano i Savoia con lo scopo di riformare tutto il sistema fiscale.
A loro bastò compiere gli aggiornamenti avvenuti in quel periodo di tempo, e così nel 1776 entrò effettivamente in funzione.
Nel 1723 non fu solo disegnato il territorio di Prato, ma venne anche compilato il Sommarione.
Questo è un elenco contenente i nomi di tutti i proprietari, con il numero del mappale, e conseguente tipo di coltivazione.
Un altro Sommarione con gli aggiornamenti venne compilato 50 anni dopo dai Savoia, rendendo così facile per noi ora la comparazione.
Vorrei precisare che quello del 1723 non è il documento più antico riguardo il territorio e le sue coltivazioni, ma è certamente il più chiaro e facile da spiegare perché accompagnato dalla mappa stessa.
Il territorio completo risulta essere esteso per quasi 18.000 pertiche milanesi ed è suddiviso in quell’anno 1723, in 2612 appezzamenti.
Nel 1770 – 50 anni dopo la stesura della “Teresiana” - gli appezzamenti erano già passati da 2612 a 2776 con però un aumento dei proprietari fino al numero di 3160 per causa di molti appezzamenti risultanti ancora indivisi.
Tali appezzamenti aumentarono ancora sensibilmente a cavallo dell’Ottocento per via della zona del Vaglio di cui spiegherò.
A titolo di curiosità posso dire che attualmente il territorio di Prato è suddiviso in 10.891 particelle, che però comparativamente non significano appezzamenti.
Qualè stata la causa di questo sensibile aumento degli appezzamenti pur mantenendo sostanzialmente ferma la superficie totale?
In parte ciò era dovuto ai frazionamenti ereditari, ma la quasi totalità fu dovuta al fenomeno delle usurpazioni.
Cosa significa usurpare?
Significa appropriarsi di cose d’altri.
Detto volgarmente significa rubare. E sappiamo tutti che non è una cosa buona, tuttavia questo ladrocinio collettivo fu un fenomeno molto importante sotto il profilo storico perchè ha coinvolto un po’ tutti, anche se principalmente i ricchi e i benestanti.
Incominciava uno ad allargarsi gradualmente coltivando pezzi di territorio di proprietà del comune, e tutti gli altri lo imitavano.
Metro dopo metro ci si è trovati ad un aumento sensibile degli appezzamenti a vantaggio dei singoli ed a svantaggio della comunità.
Con gli occhi e la mente di adesso ci si chiederà come ciò sia potuto accadere, e la risposta è molto semplice perché dietro alle più grosse usurpazioni c’erano i ricchi e i nobili; e chi si permetteva di toccarli!
Certo non andavano loro a disboscare e a roncare un pezzo di selva, ma avevano la possibilità di mandarvi dieci lavoranti. Il poveraccio invece, aveva già il suo daffare coltivando il proprio fondo.
Aveva poco tempo per dedicarsi ad altro, ed inoltre aveva anche paura di farlo.
Vorrei precisare a questo proposito che tali usurpazioni non erano incominciate nel Settecento ma duecento anni prima, ed in modo molto graduale. Di tanto in tanto la situazione veniva sanata con il pagamento da parte dell’usurpatore di una tassa.
Sempre sotto l’ottica storica va anche detto che ai fini economici le usurpazioni, se da un lato favorirono di più i benestanti, dall’altro portarono non pochi benefici poichè – vista la staticità dei tempi – allargarono sensibilmente le superfici coltivate contribuendo così all’avanzare del progresso.
La vicenda dell’area del Vaglio e Traversagna è molto significativa per comprendere come si svilupparono gli eventi usurpativi.
Nel 1770 rimanevano al comune in quella zona oltre 3700 pertiche di bosco. Tradotto significa oltre 2.400.000 metri quadrati.
Di fronte alle continue usurpazioni e considerato che mantenendo in gestione diretta un così ampio territorio boschivo non avrebbe permesso un oculato sfruttamento, (questa era la scusante) il comune nell’anno 1800 provvide ad una assegnazione di boschi distribuendoli alle famiglie residenti a Prato, in ragione di una pertica per ogni persona facente parte del nucleo famigliare.
Questo avvenne dietro pagamento – come affitto dodecennale – di 5 soldi l’anno per ogni pertica.
In quella assegnazione gratuita furono coinvolte 233 famiglie con la distribuzione di 872 pertiche di bosco.
Questa regalo di carattere egualitario non avvenne solo a Prato ma anche in altri luoghi come ad esempio Grignasco.
Era una scelta politica certamente influenzata dal momento che si stava vivendo, che era quello della Repubblica giacobina.
Tra distribuzione egualitaria, usurpazioni, e affitti fittizi – secondo una relazione del 1806 – rimanevano al comune in quell’anno in gestione diretta solo 75 pertiche di bosco.
Però a quel punto si rendeva necessario regolarizzare lo stato di fatto.
Dopo varie vicende lunghe a spiegarsi finalmente nel 1817 venne compilato un nuovo Sommarione solo per la zona del Vaglio e Traversagna. Da tale Sommarione risulta che la totale usurpazione fu di 2877 pertiche e furono coinvolti ben 362 individui usurpatori di Prato e forestieri.
E’ curiosa la dichiarazione sottoscritta di proprio pugno sul Sommarione dal sacerdote Angelo Maria Genesi che una verità di fondo la esprimeva:
Io sottoscrivo, accetto come retro, lodo, approvo, e mi compiaccio dell’opera degna di tutti gli elogi, perché necessaria in tutte le sue parti, applaudita da tutti i dotti e da tutta la popolazione; e massime tendente in riparare, e preservare ogni furto, ogni sorta di contestazioni. Infine efficace rimedio sì spirituale che temporale.
In cui fede con piena compiacenza mi sottoscrivo.
La verità era che tale situazione incerta sulla proprietà e sui confini determinava continui bisticci e furti impossibili da denunciare.
Come si poteva denunciare i furti su di un furto?
E così in meno di cent’anni dalla formazione della Teresiana fu messo a coltura quasi tutto il territorio di Prato. Rimaneva ufficialmente solo una parte della brughiera della Baraggia.
Quest’incremento produttivo oserei dire eccezionale può essere visto anche, se si vuole, come un evento naturale corrispondente ai tempi. Una risposta naturale all’evoluzione.
Il lungo periodo di pace e la conseguente fine delle grandi epidemie secentesche portò con sé l’aumento della popolazione e quindi conseguentemente la necessità dell’allargamento produttivo, ed in quest’ottica vanno viste anche determinate scelte politiche di quel tempo.
Ma oltre ai dati sugli appezzamenti che servono a comprendere lo sviluppo della proprietà privata, mi sembra utile dare altri dati relativi invece all’allargamento dell’estensione coltivata.
Su circa 18.000 pertiche di territorio - nel 1723 - 4.000 pertiche erano coltivate ad aratorio. 80 anni dopo – nel 1807 – erano diventate 6.000 pertiche.
Le vigne invece da 807 pertiche nel 1723, erano diventate 3.000 pertiche nel 1807.
La coltivazione prativa da 2.500 pertiche salì a 2.800.
Ma com’era coltivato questo territorio nel 1723?
Questo si può vedere direttamente ed in modo chiaro sulla “Teresiana”.
Tutta la fascia centrale del territorio in direzione di Grignasco risulta coltivata ad aratorio.
Quella ai lati dell’aratorio, sia verso il Sesia, sia verso il Colmetto è tutta prativa.
Tutta la zona del Vaglio e Traversagna è boschiva, con però già evidenti i segni delle usurpazioni di quel momento con conseguente trasformazione del bosco prima in ronco, e poi in vigneto.
La zona della Baraggia è completamente incolta e infruttifera.
Infine la zona del Sopramonte che è tutta coltivata a vigneto.
Le colture dell’aratorio erano prevalentemente di granaglie.
Grani grossi e grani minuti: quindi meliga, melighetta, piccole percentuali d’avena, miglio e segale.
Poco anche il frumento, usualmente riservato alle famiglie benestanti, perché con quello si faceva il pane bianco. Riservato a loro non perché era proibito coltivarlo, ma solo perché al povero rendeva di più fare granturco ed altro.
Oltre alle granaglie, sempre nei terreni aratori si coltivava canapa, fagioli in gran quantità, fave e tartuffole, com’erano chiamate le comuni patate, ma queste solo verso la fine del Settecento, ricordando anche che non erano conosciute come alimento umano, ma soprattutto come cibo per gli animali.
La seconda coltura importante era il vigneto, e la sua coltivazione incominciò dalla zona più comoda e accessibile che era quella che partiva dai confini con Romagnano e saliva al Sopramonte.
Vorrei ricordare che durante quel tempo anche la zona sottostante alle mura del castello era coltivata a vigneto, e questo durò fino a tutto l’Ottocento, così com’era in parte coltivata a vigneto la zona del gabbio di Sesia.
Nel corso del Settecento in concomitanza con l’aumento delle usurpazioni questa coltura aumentò sensibilmente in Traversagna e Vaglio raggiungendo il suo apice nell’Ottocento.
Sul finire del Settecento, e nell’Ottocento soprattutto, questa coltivazione si estese alla Baraggia.
Questa zona seppur meno interessante dal punto di vista qualitativo fu l’ultima ad essere abbandonata più che altro per la facile accessibilità del luogo.
Altra importante coltura era quella prativa.
Importante per quelli che erano i proprietari dei fondi perché il prato dava foraggio agli animali durante l’estate, e permetteva di accumularne altrettanto per l’inverno.
In epoca più antica buona parte di questi territori erano ad uso comune, e pertanto si può immaginare le carenze di cibo per l’animale durante i mesi invernali. Animali che erano costretti a mangiare stroppie ed erbacce con influenze negative sulla qualità del letame, e di riflesso sulle produzioni dell’anno successivo.
I prati migliori erano quelli situati nella parte verso il Sesia.
Migliori per la qualità della terra, e migliori perché erano quasi tutti “adacquatorj”, cioè irrigati tramite chiuse d’acqua proveniente dalla Mologna e dal fiume.
Negli archivi si trovano anche documenti relativi alle convenzioni tra i singoli proprietari sull’utilizzo di quelle acque, in cui vengono stabilite le ore a disposizione di ogni singolo proprietario per l’irrigazione.
da vesper della domenica sino al martedì al vesper per uso delli prati de Carolo Placito et Jacomino Penno, dal martedì, a vesper sino al giobbia seguente, a simile hora per uso delli prati di Bartolomeo de Ferro et di Bartolomeo de Furgoto. Dalli vesper di venerdì al vesper della domenica per uso delli prati di messer Gioanne Aglieto et di Giò Antonio Titone poi sucessivamente per uso del prato di Antonino et fratelli de Sesono a la volontà dell’altri. Cun patto che trovandosi alcuno di essi a rubar l’aqua li detti giorni assignati ad altri per uso de soj prati o sia consentirla per uso suo incorra in la pena de uno scuto per caduna volta robbata detta aqua.
Questa convenzione è del 1571.
I terreni prativi di quella zona avevano alti valori commerciali rispetto anche a tanti terreni aratori.
I prati della zona verso Baragiotta, o meglio nella zona chiamata Carogna erano di più basso valore a causa della qualità del terreno compatto che tendeva a ristagnare.
Ricordo che nell’Ottocento furono impiantate delle risaie in quella zona, e smesse in seguito a forti proteste perché il ristagno portava malattie.
Non è escluso che tale coltivazione sia stata provata anche nel Sei/Settecento perchè si sono trovati documenti con il toponimo alla risara.
Nel 1713 – solo per fare un esempio – le migliori vigne ed i prati adacquatori si vendevano a 160 lire il moggio, l’aratorio a 120 lire il moggio, ed il prato normale in Carogna a 30 lire il moggio.
Un moggio equivaleva a 3066 metri quadrati.
Ma è giusto ricordare ancora che il prato era importante perché in esso trovava posto la coltivazione del gelso e quella dell’avitato. Mentre le piante di noci si trovavano indistintamente nei prati come negli aratori.
Rispetto a tutti i paesi del circondario – secondo le statistiche produttive pervenute – Prato era il luogo di maggior produzione di noci, e non a caso sul finire dell’Ottocento era chiamato anche “il paese delle noci”.
Infine i boschi.
Già si è detto a proposito del Vaglio e Traversagna, posso solo aggiungere che dal 1770 al 1815 solo in quella zona vennero impiantati 100 nuovi appezzamenti di vigneto
Sempre a titolo di curiosità posso dire che a prima vista, ai fini della coltura della vite, non ci sarebbero dovuto essere dei problemi con i boschi viste le grandi estensioni di selve a disposizione sul territorio. Non è del tutto vero.
Nelle documentazioni sembrano esserci preoccupazioni di non poco conto sulla riserva di legname, perché le continue estensioni dei vigneti presupponevano enormi quantità di pali di sostegno della vite.
Infatti era opinione corrente che la vigna veniva bene se era sorretta da pali giovani, in genere di tre anni, e comunque non oltre i sette anni d’età.
Una relazione precisa che “le viti si coltivano, ossia sostengono quivi, con paletti d’anni tre, e non più, mentre l’esperienza insegnò che il paletto deve per la prosperità della vite, essere pieghevole e cedere al naturale incremento di quella”.
Come si può notare non tutto ciò che è vecchio e antico, è giusto. Guai se le persone di quel tempo vedessero i paletti di cemento che ci sono ora!
In ogni caso con questo sistema che durò fino all’Ottocento inoltrato si può immaginare com’erano ridotti quei boschi.
Non solo, ma la preoccupazione nella nostra zona era anche determinata dalle fornaci. Non solo quelle di Prato ma anche di Maggiora che consumavano “30.000 some di legna, portando la penuria nei vicini comuni e nei territori di Prato, Romagnano e Borgomanero”.
Dopo quest’esposizione sulle colture presenti sul territorio, è doveroso fare una considerazione.
Analizzando tutti i dati a disposizione relativi all’inizio dell’Ottocento, (ma comparativamente vale anche per il periodo precedente), si comprende che i proprietari di terra a Prato erano circa 300.
Le famiglie pratesi erano 250, di cui 50 di esse nullatenenti. Molti dei quali erano i probabili affittuari di beni d’altri.
I capi di bestiame erano circa 290.
Si presume pertanto, che al di fuori dei grandi proprietari che possedevano più capi di bestiame, la maggioranza delle famiglie pratesi possedeva un solo capo di bestiame, e tre o quattro appezzamenti di terra di non grandi dimensioni.
Una simile situazione, se da un lato poteva considerarsi positiva in quanto il frazionamento del territorio permetteva a tutti di avere una proprietà, seppur piccola; dall’altro impediva uno sfruttamento razionale della terra basato sopratutto sulla rotazione delle colture.
In questa situazione la razionalità del contadino di quell’epoca, era già la migliore che potesse avere perché egli doveva essere in grado con pochissima terra a disposizione di sfamare tutta la sua numerosa famiglia per l’intero anno.
E doveva pensare di tenere in vita anche la sua vacca perché gli era indispensabile.

Un ultimo aspetto, e finisco, relativo al territorio, al bosco e alla brughiera in particolare.
E relativo anche all’aspetto umano di quel tempo lontano, perché vedete, quando si parla o si racconta di storia lontana, il linguaggio e l’esposizione dei fatti è necessariamente freddo e burocratico, dimenticandosi troppe volte che dietro a quei fatti ed eventi c’erano delle persone.
Persone comuni che avevano le loro convinzioni, le loro debolezze, le loro preoccupazioni.
Vorrei ricordare che in quelle epoche così lontane il sistema di vita era così diverso che è altrettanto difficile per noi comprenderlo appieno.
Per loro era naturale confrontarsi e convivere ogni giorno con la vita e la morte, e la morte avveniva molto più frequentemente che non adesso.
Loro soffrivano e convivevano quasi giornalmente con le invasioni di eserciti che uccidevano, violentavano e depredavano.
Loro convivevano giornalmente con malattie inimmaginabili per noi, quali la peste, il tifo, la febbre gialla e altre.
Convivevano giornalmente con la fame determinata dalle sciagure del tempo inclemente, e dove d’inverno se non intervenivano le Congregazioni caritative, erano costretti a mangiare radici e ghiande.
Loro convivevano giornalmente con il timore di morti traumatiche causate anche da animali ora scomparsi nelle nostre zone, perché per tutto il Settecento nei boschi del Vaglio e della Baraggia vi erano ancora non pochi lupi che si aggiravano e che attaccavano, quando erano affamati, naturalmente.
Ancora nel 1812 si svolsero battute di caccia contro i lupi sui territori di Prato, Romagnano Ghemme.
Ebbene condividevano con la morte ogni istante della loro vita, ma ciò che li sorreggeva in ogni momento contro queste avversità, era la profonda convinzione che le loro sofferenze sarebbero state certamente ripagate oltre la vita terrena.
La loro vita, se vista con gli occhi di adesso, era una continua tragedia, ma sono altrettanto convinto che sapevano anche morire, perché, pur nella loro ignoranza, a differenza di ora, avevano capito che era nell’ordine naturale delle cose.
Non c’è come leggere i loro testamenti per comprendere che era così.

24 settembre 2004

Strutture pubbliche e vita comune a Prato dal sec. XVI° al sec. XIX°

Nell’incontro che abbiamo avuto nel mese di aprile mi sono soffermato sull’ambiente esteriore di Prato nell’ottica di una visione diretta del luogo e di quella del suo territorio in funzione anche del suo sfruttamento.
Ora con quest'incontro vediamo d’approfondire invece – sempre riferendoci al periodo che va dal 1500 al 1800 – il funzionamento di questa comunità.

Il funzionamento della comunità di Prata!
E’ questo il nome che si usava scrivere spesse volte nei documenti Cinquecenteschi e precedenti, e che stava a significare tutto il territorio unito senza alcuna distinzione.
Prato Vecchio, Prato Nuovo e le Cascine.
Prata è un nome che può intendersi come il plurale di Pratum.
Nel Seicento il nome di Prata quasi scompare e i documenti riportano Terre Prate.
Ma se Prata nel Cinquecento sta a significare tutto l’insieme del territorio, vi sono anche le dizioni dei singoli luoghi quali le Capsine o Cassine, Prata Inferioris (Prato Nuovo), e Prata Veteris, o Prataveggia o Praveggia (Prato Vecchio).
Nel Cinquecento i toponimi paesani erano essenzialmente questi.
Prata Veteris c’era, ma non Prato Nuovo che a quel tempo era chiamato Prata Inferioris.
Mi sono sempre chiesto come mai ad un certo punto della storia si decise di cambiare Prata Inferioris in Prato Nuovo, e per quale motivo.
Avanzo un’ipotesi che grazie alle recenti ricerche può essere considerata altamente probabile.
Il 9 febbraio 1570 si verificò il più grave incendio documentato che la terra di Prato ricordi.
In quell’occasione prese fuoco il camino di un’abitazione intorno a mezzogiorno.
Il destino volle che proprio quel giorno vi fosse un incredibile vento e in un attimo l’incendio si propagò ovunque distruggendo in poche ore ben 31 case sia esternamente che internamente, con tutti li mobili dice il documento, nonostante che la maggior parte delle case fossero coperte di coppi.
Nel colossale incendio morirono anche due donne.
Conosciamo questi dettagli perché vi fu una supplica della comunità al Senato di Milano per essere agevolati nel pagamento dei carichi fiscali.
Non conosciamo ancora la vera entità delle 31 case in rapporto alle case totali di Prato. Il documento precisa però che l’incendio l’abruggiò quasi tutta.
Lo stesso documento non precisa se l’incendio interessò la zona di Prata Veteris o quella di Prata Inferioris verso Romagnano.
L’ipotesi è quindi verso quest’ultima, ed il nome Prato Nuovo starebbe a significare la ricostruzione ex.novo di una parte del paese.
Non è che il giorno dopo l’incendio venne immediatamente coniato questo nuovo nome. Ci volle del tempo, come ci volle qualcuno che con un po’ di fantasia inventasse l’alternativa per Prata Inferioris.
Il primo documento trovato risale al 17 marzo 1591 rogato dal notaio milanese Carlo Besustius in occasione dell’accordo per il pagamento della tassa dell’imbottato dovuta al nuovo feudatario Serbelloni.
In quell’occasione il notaio elencando i nominativi dei presenti precisa che sono homnes habitantes in terra Prate veteris, et nove et capsina.
Prato vecchio quindi, Prato Nuovo e cascine.
La conferma viene da un altro documento del 14 febbraio 1613 quando il notaio Giuseppe Mantillari identifica la casa di Francesco De Placito in terra Prati Nove.
Lo stesso notaio il mese successivo in un altro documento precisa che la casa in questione è posta nella terra di Prata giovine.
Non più quindi Prata Inferioris ma Prata nova o giovine.
Va da se che l’ipotesi suggerita può essere considerata a questo punto altamente realistica.

Ma com’era regolato questo territorio e questa comunità di Prata anche in rapporto a quella di Romagnano così vicina in tutto?
Innanzitutto va detto con chiarezza che fino a questo momento non si conosce esattamente quali fossero i rapporti e gli eventuali vincoli tra le comunità di Prato, Romagnano e Sopramonte durante l’età medievale, perché a quanto sembra questi luoghi dovevano essere uniti secondo alcune testimonianze.
Il Dionisotti nei suoi scritti racconta che ancora nel 1492 sebbene unito a Romagnano, aveva consoli distinti per la sua amministrazione.
Ho l’impressione che anche il Dionisotti sia stato tratto in inganno perché basa la sua affermazione sulla Sentenza arbitramentale del 5 dicembre 1492 sulle ragioni delle acque.
La sentenza era stata emessa in seguito alle discussioni sui confini determinati dal fiume Sesia, tra Gattinara, facente parte della Savoia, e Romagnano Prato e Sopramonte, facenti parte dello Stato di Milano.
Tali discussioni non entravano nel dettaglio sui confini dei singoli paesi, ma di paesi facenti parte di uno stato, ed altri di altro stato, con il fiume Sesia ed il suo alveo in linea di confine e continuamente contestato.
In quell’occasione oltre all’esservi i rappresentanti di Prato nelle persone di Milanum de Rubeus, Stephnanum de Ferrarys e Guidetu de Vyoca, c’era anche Giovanni Pietro de Cestono che era Sindacos et Procuratores di Sopramonte.
Il Dionisotti non è però il solo che parla dell’unione tra i due comuni.
Un documento del 1723 ritrovato a Milano riferisce testualmente: Si è che questo comune anticamente fosse unito a Romagnano.
Non solo, ma molti altri documenti della seconda metà del Cinquecento relativi ai confini tra Prato e Grignasco parlano espressamente delle comunità di Romagnano et Prato contro Grignasco.
Tutto questo potrebbe far supporre di una unione tra le due comunità.
In realtà questa unione tra i due paesi era solo determinata dal fatto che Romagnano era in quel tempo cointeressata a Prato perché molti dei terreni di questo territorio erano di proprietà di romagnanesi, enti religiosi, nobili e facoltosi.
Voglio ricordare che a fine Cinquecento solo l’hospitale di Romagnano era proprietario di oltre cento appezzamenti in territorio pratese.
Vi sono però molte ragioni che vanno contro quelle ipotesi di unione, almeno in quei secoli.
Nel 1562 in una relazione sui mulini di Romagnano vi è un passo che dice: e da laltra banda gli è il confine de Prato.
Quando a metà del Cinquecento venne formulato il primo catasto dello Stato di Milano, chiamato Bergamino, Prato aveva i suoi confini distinti da quelli di Romagnano.
Ritornando indietro nel tempo, quando il 20 marzo 1470 gli Sforza investirono il feudo alla famiglia Romagnano si fa esplicito riferimento alle terras et loco Romagnani Supramontis, et Prate ma non Grignasco con le sue pertinenze di Ara e Colma.
Anche questo passo è importante perché si parla chiaramente di Grignasco con le sue pertinenze di Ara e Colma.
Se Prato fosse stato unito in quell’epoca a Romagnano si sarebbe parlato quantomeno di pertinenze. Invece sono descritte le terre e i luoghi di Romagnano, Sopramonte, e Prato.
Non solo, ma è lo stesso Dionisotti a descrivere l’infeudazione ai Romagnano da parte di Filippo Maria Visconti in data 20 giugno 1441 dove si descrivono le stesse terre con però in questo caso anche Grignasco con le sue pertinenze di Colma e Ara.
Quindi Prato con i suoi confini certi almeno a partire dal 1441, e consoli distinti per la sua comunità e per la comunità di Sopramonte.
E questi consoli distinti l’amministrazione li ha sempre avuti fin dal tempo del primo documento conosciuto de villa de Supramonte et de Prada, come ci ha fatto conoscere l’ing. Ferretti precisando che a quel tempo – si era nell’anno 1198 – un certo Jacobo Levo era console di Sopramonte.
Quindi in quell’anno 1198 esistevano già i villaggi o ville de Supramonte et de Prada.
A mio avviso in quell’epoca molto lontana la Villa de Prada significava un luogo unico e non l’insieme del territorio come nel Cinquecento.
Per quanto riguarda invece la Villa de Supramonte sarebbe interessante compiere un rilevamento lassù, nei pressi del castello, alla ricerca di qualche avanzo costruttivo.
In circa tre secoli di vita documentata della villa di Supramonte – dal 1198 al 1492 - non potevano essere solo casupole in legno con tetto di paglia, e qualche avanzo costruttivo si sarebbe dovuto vedere anche senza la necessità di scavi archeologici.
In caso negativo si potrebbe pensare che la villa de Supramonte non fosse altro che Prata Inferioris o Prata Veteris o Borghetto.
E’ un’ipotesi!
In ogni caso la ricerca continua e sono certo che si arriverà a comprendere maggiormente l’evoluzione di quei primi secoli di vita della nostra comunità.

Fu comunque dopo la metà del Cinquecento che incominciarono a delinearsi – per la nostra conoscenza – con maggiore chiarezza i confini di questa comunità.
Questa, come tutte le comunità, aveva bisogno di regole del vivere civile. Regole che in linea di massima ci sono sempre state e derivanti dagli antichi Statuti di Novara del XIII° secolo rinnovati poi nel 1460, ma che con il passare del tempo dovevano essere aggiornate in funzione dei cambiamenti che seppur in modo lento avvenivano sul territorio.
Le prime regole, o Ordini, finora trovati e riferiti al territorio di Prato risalgono al 1571. Queste stesse regole precisano proprio al primo capitolo che esse vanno ad integrare li altri Ordini di detta Comunità di Prato.
Tali Ordini inoltre precisano che sono da osservarsi in detta terra et sopra il suo teritorio.
Quindi esistevano altri Ordini precedenti che seppur non attualmente conosciuti ci permettono tuttavia di avere una visione d’insieme della vita di quell’epoca.
Leggendo queste nuove regole del 1571 possiamo avanzare alcune considerazioni.
Incominciamo col dire che questi Ordini sono composti da 24 articoli.
Essenzialmente sono norme che regolano l’attività agricola nei suoi vari aspetti per la salvaguardia della proprietà privata ed in parte della proprietà pubblica:
Che nessuno ardisca mandare a pascolare bestie nella zona di Prato chiamata Convento e campagna circoscritta.
Che nessuno ardisca mandare bestie nelle vigne altrui.
Che nessuno ardisca farsi vedere nelle vigne d’altri in tempo di ughe mature. O sotto le noci, o tagliare erba, strame e bosco nelle altrui possessioni ecc.
Le norme prevedevano multe salate per i contravventori, una parte delle quali andava al denunciatore di tali misfatti.
Poche regole quindi che non andavano oltre alla pratica gestione del territorio, simili quasi a dei semplici bandi campestri, ma che nel contempo sono significative di un altro fatto importante: l’autonomia gestionale.
Certo c’era un indirizzo generale sul tipo di regole da mettere, però poi ogni comunità aveva modo di spaziare inserendo norme più confacenti al proprio territorio e ai suoi abitanti.
E così se mentre da un lato – non solo Prato – ma quasi tutte le comunità vicine, in quegli anni ’70 del Cinquecento, inseriscono nuove norme alle loro vecchie regole, dall’altro si può notare che ogni comunità spazia all’interno di quelle regole a seconda dei vari interessi.
Grignasco ad esempio tale integrazione degli Ordini la compie un anno prima di noi con ben 49 articoli rispetto ai nostri 24, ed entrando in modo più dettagliato sulle norme delle singole proibizioni.
Stranamente – o almeno così sembrerebbe a prima vista – 30/40 anni dopo vi è la necessità per i comuni di avere nuove regole e fare nuovi Ordini, e quasi tutte le comunità nel giro di pochi anni li emettono.
Dico stranamente perché vista la staticità del tempo, le regole normalmente potevano durare dei secoli.
Non a caso dopo questi nuovi Ordini d’inizio Seicento, non cambiarono più fino alla seconda metà del Settecento nella sua struttura portante. Vi furono soltanto alcune brevi aggiunte a seconda delle condizioni che si stava vivendo.
Perché dunque dei cambiamenti in così poco tempo?
Per capire questo dobbiamo fare un piccolo salto indietro.
Una valida ragione – ed a mio avviso una delle più importanti – era determinata dal fatto che Carlo V° di Spagna nel 1543 aveva ordinato per fini puramente fiscali l’estimo generale di tutto lo Stato.
Ricordo che dal 1529 – finita la dinastia degli Sforza – era iniziata la dominazione spagnola che continuò ininterrottamente fino al 1706 quando subentrarono gli austriaci.
Questo estimo generale dello stato non era altro quindi che il controllo di tutto il suo territorio e di tutti i suoi proprietari ai fini puramente fiscali.
Conseguenza di questo fu una serie d’interventi negli anni successivi che portarono alla formazione, prima nel 1551, del primo catasto conosciuto, e chiamato Bergamino dal nome di Ludovico Bergamino che era il responsabile del progetto.
Poi, nel 1556, alla definitiva riforma fiscale fatta da Alessandro Grasso.
Di fronte a tutto questo, e di fronte quindi a queste nuove tasse basate essenzialmente sulla proprietà individuale, si è ritenuto perlomeno indispensabile salvaguardare maggiormente questa proprietà individuale.
In sostanza io pago la tassa su questo mio fondo, però lo stato in cambio deve garantire questa mia proprietà. E questa dev’essere garantita punendo coloro che in qualche modo vogliono intromettersi in ciò che è mio.
E’ il concetto della sacralità e della salvaguardia della proprietà. Un concetto abbastanza nuovo per quell’epoca, salvo che per i pochi eletti.
Un concetto ovvio per noi adesso, ma teniamo presente che quella era l’epoca finale del passaggio dal mondo medievale, a ciò che viene intesa ora, come età moderna.
L’epoca finale, perché questo passaggio dal mondo medievale all’età moderna fu un processo lento e molto lungo.
Quindi il passaggio dal mondo medievale in cui il feudatario era il proprietario diretto ed indiscusso del suolo, al mondo moderno in cui si assiste - tra le altre cose – anche all’allargamento della proprietà privata.
Il feudatario rimarrà ancora per molto tempo, ma con un ruolo completamente diverso rispetto al medioevo.
Da quest’esigenza nascono quindi gli Ordini del 1570.
Ma come si è visto, essi non regolavano completamente la vita comunitaria ma solo la proprietà.
Le regole della vita comunitaria, o almeno alcune di esse, erano già scritte in alcuni documenti precedenti e negli Statuti novaresi, ma s’imponeva la necessità di riscriverle in modo più chiaro.
Inoltre, non essendo chiare le norme del 1570 sulla proprietà pubblica, tanti si erano sentiti in diritto di usurpare parte del territorio comunale appropriandosene.
Ecco quindi nascere nei primi anni del 1600 i successivi e definitivi Ordini delle comunità.
Quelli di Romagnano saranno approvati nell’anno 1600, quelli di Prato nel 1604, quelli di Grignasco nel 1608, quelli di Ghemme nel 1614.
Questi nuovi Ordini comprendevano quindi: le regole per il funzionamento dell’attività pubblica, quelle per la salvaguardia della proprietà comunitaria, e quelle ovviamente a tutela della proprietà privata.
Era un modo per tamponare anche le usurpazioni che si allargavano a macchia d’olio perché tutti questi ordini contengono norme ben precise su quest’argomento, ma che infine non tamponarono nulla. Anzi le usurpazioni aumentarono a dismisura vista anche l’esperienza passata che tutti l’avevano fatta franca limitandosi a pagare le multe e tenendosi le proprietà.
Queste nuove regole sono chiamate: Ordini della Comunità di Prato intorno al buon gouerno di essa, & contro li dannificanti. Dove i “dannificanti” sono coloro che arrecano danni ai beni altrui.
Il primo punto di questi nuovi Ordini del 1604 è molto importante e significativo:
Primo che secondo la loro antica usanza ogni tre anni a calende di genaro, ò nelle feste di Natale si faccia il Sindicato, al quale ogni habitante domandato dal servitore del comune si debba ritrovare per ellegere dodeci Consiglieri.
Ecco quindi la norma che determina il cambio dell’amministrazione ogni triennio. Ed era una norma di antica usanza.
Precisa inoltre che i partecipanti a questo Sindicato non possono intervenire armati, e non devono offendere chicchessia.
Segue poi l’articolo cui ogni anno la comunità deve mettere all’incanto il mulino, i forni e i torchi della Carità di Santo Spirito.
Prosegue infine determinando tutte le regole sulla proprietà.
Una cosa va sottolineata a differenza degli Ordini secenteschi di Grignasco approvati qualche anno più tardi.
Le norme contro i forestieri a Prato sono molto più restrittive e per forastiero s’intende – precisa il documento – quello che non haverà contratto domicilio in Prato & suo territorio per habitatione di trent’anni continui.
Ancora più restrittive le norme di Romagnano sui forestieri dove gli originary sono considerati coloro che abitano nel borgo da almeno cent’anni continui.
Dicevamo quindi che questi Ordini specificano meglio i compiti istituzionali della Comunità in primo luogo del cosidetto “Sindicato”.
Il Sindicato non è altro che l’assemblea pubblica di tutti i cittadini capi di famiglia e maggiorenni, intendendosi per tali quelli oltre i 25 anni d’età. Tutti però coloro che pagavano i carichi fiscali.
Tale assemblea, per essere considerata valida dovevano partecipare almeno i 2/3 degli aventi diritto.
Questa pubblica assemblea viene indetta, come abbiamo visto, quando si devono eleggere i rappresentanti della Comunità, e quindi i Consoli e Consiglieri, chiamati anche Credenzieri.
Inoltre, viene indetta tutte le volte che vi sono decisioni importanti da prendere quali ad esempio le discussioni sui confini territoriali, le requisizioni militari in tempo di pace e di guerra, i nuovi tipi di tassazione con conseguenti aumenti, che erano abbastanza frequenti.
Al Sindicato erano tenuti a partecipare tutti i soggetti detti precedentemente, e coloro che non potevano partecipare per un serio impedimento potevano farsi rappresentare. Le donne erano comunque escluse.
La convocazione avveniva sempre nello stesso modo, e sempre nel giorno di domenica appena terminata la messa più importante perché era il momento, oltre che di pausa lavorativa, anche di maggior presenza di pubblico.
Congregato il populo di Prato nel loro Sindicato avanti il medesimo signor Podestà per publica grida fatta hoggi nella terra di Prato et sopra il cimiterio di detto loco doppo la messa, la dove vi era la magior parte de populo di detto loco da Jacopo Maretto fante publico di detto loco di Prato, et sonato la campana da esso fante questa mattina conforme il solito per dar aviso al populo et homini, acciò dovessero intratenersi al presente Sindicato la dove si era da trattare i diversi negozi urgenti.
I negozi urgenti sono gli affari urgenti.
Le pubbliche grida significavano che il fante pubblico – ovvero una specie di messo comunale – con tanto di tamburo si portava nei vari rioni del paese e nelle cascine ad annunciare pubblicamente la riunione.
Dopodichè l’inizio dell’assemblea coincideva con il classico suono della campana, mentre il Podestà di Romagnano prendeva posto sedendosi sopra uno scranno ligneo.
Normalmente questa pubblica assemblea, anche negli altri paesi, si svolgeva davanti alla chiesa parrocchiale, però per quanto riguarda Prato specialmente dal Seicento si trovano molti Sindicati svolti nella strada pubblica davanti al torchio di Prato Nuovo di proprietà della Confraternita di Santo Spirito.
Oppure come nel caso letto in precedenza, la riunione si svolse sopra il cimiterio. Intendendosi per cimiterio non il luogo di sepoltura che era all’interno della parrocchiale, bensì nella strada pubblica vicina all’ossario.
Il Sindicato aveva poi il compito di eleggere ogni tre anni il nuovo consiglio formato da 12 membri.
L’elezione dei nuovi consiglieri avveniva normalmente tramite la proposta di una lista scritta dai vecchi consiglieri che era consegnata al Podestà seduto sul suo scranno.
La lista era letta ad alta voce dal notaio sempre presente che svolgeva funzioni di segretario comunale, e se non vi erano opposizioni tutti i 12 venivano eletti.
Si ha però notizia che nell’anno 1644 vennero proposti solo 6 consiglieri per reggere la comunità a causa di carestia d’homini, come dice la relazione.
Era l’epoca delle guerre e della peste.
Subito dopo avveniva l’elezione dei due Consoli che dovevano reggere la comunità per i primi sei mesi, e l’elezione avveniva per sorteggio mettendo i nominativi di tutti i dodici dentro un cappello.
C’era la facoltà di proseguire con i sorteggi, e spesso avveniva così anche per coloro che avrebbero retto la comunità per tutto il triennio lasciando fuori i nominativi estratti di modo che durante il periodo, tutti ruotassero nella carica di Console.
Due Consoli contemporaneamente ogni sei mesi, e quindi dodici nel triennio.
La gestione degli affari comuni spettava poi al consiglio eletto.
Questo consiglio provvedeva a far funzionare e garantire il buon esito di tutte quelle attività necessarie alla comunità.
Tra i suoi compiti principali, come raccontato negli Ordini del 1604, c’erano quelli inerenti alla gestione del mulino, del forno e dei torchi. Nonché della nomina del camparo e di altre figure comunali.
Il mulino come abbiamo visto dagli Ordini era dato in affitto ogni anno anche se poi con il passare del tempo l’incanto passò di tre anni in tre anni.
L’acquisitore doveva stare a delle regole da rispettare, che prevedevano anche lo spurgo della roggia molinara.
Inoltre tali regole chiamate Capitoli, prescrivevano norme per la tutela e salvaguardia della gente comune, di modo che non fosse defraudata dal molinaro.
Per comprendere meglio in cosa consistevano questi capitoli, voglio leggerne alcuni di quelli stabiliti con l’accordo del 12 gennaio 1621 tra la comunità di Prato e Michele Arienta, vincitore della gara d’appalto.
Che detto Michele sia tenuto et obligato sì come promette e s’obliga di tener su il stortone della roggia di detto molino per qual causa ne sia.
Il Stortone non era altro che il luogo, ossia la storta fatta affinchè parte dell’acqua della Mora defluisse nella roggia molinara.
Tale stortone era fatto con legname e fascine, ed ogni volta che aumentava la quantità d’ acqua nella Sesia bisognava andare a rimettere ordine nella diga.
Item che debbia attendere al molino a far macinare il grano, et che tenga un bon fameglio grande per uso del molino, acciò possa portar li sacchi per carrigar le bestie in ogni loco sotto la pena de scudi doi per ogni volta contravverrà.
Il fameglio era l’aiutante o gli aiutanti indispensabili al lavoro che prevedeva appunto di andare alle singole case a prendere il materiale e poi riportarlo macinato.
Item che detto molinaro debba star nel molino al quaterno del grano bianco, et al terzo del grano nero, et della pesta il terzo.
Questo era il sistema di pagamento al molinaro per il lavoro svolto. In sostanza il molinaro si teneva la quarta parte del grano bianco macinato, (il frumento), la terza parte degli altri grani, (granturco, segale) ed ugualmente la terza parte schiacciata alla pista da canapa.
Item che detto molinaro habbia da misurare il grano rotto in terra, et non sopra la mola et che tenga una coperta di tela di larghezza di brazza quattro per metterci sopra la corbella in terra per moturare con il coppo sotto la pena di scudi doi per ogni volta che moturerà sopra, et che si stia alla fede di chi macinerà o de altra persona.
Questa norma mi sembra abbastanza chiara ed è molto interessante perché prescrive addirittura la grandezza della tela sopra la quale doveva essere misurato il grano macinato, in terra e non sopra la mola.
In questo caso la tela doveva essere di due metri e sessanta centimetri, mentre il coppo era l’unità di misura degli aridi equivalente a litri 0,988.
Item ogni volta che il molinaro leverà la mola per marterarla, che quando la sarà a basso la mola per marterar, che detto molinaro debba buttar una mina di bon grano del suo in mola sotto la pena de scudi doi da pagarsi alla comunità ogni volta contravverrà, et si debba stare alla fede di ognuno con giuramento, et quello lo accuserà guadagni il terzo.
Ecco questa è una delle norme a salvaguardia dei poveracci contro la furbizia di certi molinari disonesti.
La mola del mulino a lungo andare tendeva a consumarsi non permettendo più una buona macinatura, pertanto, quando questo accadeva doveva essere martellata.
Finito il lavoro era evidente che i primi clienti potessero perderci in quantità perché parecchia farina rimaneva fra le piccole fenditure della mola martellata, pertanto il capitolo prescriveva che il primo cliente doveva essere il molinaro stesso che doveva buttarvi una mina di buon grano e lasciarlo nella mola.
Una mina equivaleva a 15 litri e ottanta.
Anche per ciò che riguarda il forno, i capitoli erano intesi sia alla salvaguardia del bene stesso, che per i fruitori del servizio.
Non potranno li fittabili ricevere altra mercede di loro fatica in andar viceversa a portare dalla casa dè particolari residenti in Prato, al forno le farine, per il pane, e farlo cuocere, che un pane per desco piano, che dovrà essere di lunghezza brazza 4 e larghezza 1.
Per quanto riguarda quest’argomento vorrei chiarire alcuni aspetti relativi al mestiere di “Panattiere” e “Prestinajo”.
Il “Panattiere” era colui che cuoceva il pane, mentre il “Prestinajo” era colui che lo vendeva. Normalmente nei nostri casi si tratta della stessa persona, ma per altre occasioni può anche essere diversamente.
A differenza di oggi il pane non necessariamente era cotto tutti i giorni, bensì in funzione delle richieste famigliari.
Il compito del fornaio o panattiere consisteva nell’andare alla casa delle singole famiglie prenotate a prendere le farine, dopo di che preparava i pani e li riportava cotti al legittimo proprietario tenendo per se come pagamento: un pane per desco piano, che dovrà essere di lunghezza brazza 4 e larghezza 1.
Quindi un pane di misura stabilita per ogni tavola coperta di pani lunga mt. 2,62 e larga cm. 66.
In sostanza su una tavola di quella dimensione ci stavano esattamente 16 pani di 30 centimetri di diametro. Come pagamento il fornaio si teneva uno di questi pani.
Non tutte le famiglie potevano avere a disposizione il materiale adatto per cuocere, sia a causa della crisi dei raccolti, o più semplicemente a causa delle colture diverse nei loro appezzamenti. In tal caso il fornaio diventava Prestinajo vendendo egli stesso il pane avuto come pagamento della cottura svolta per altri.
I torchi di Prato.
Di questi si è già accennato nell’incontro della primavera scorsa sui luoghi dov’erano posti. Uno a Prato Nuovo, uno a Prato Vecchio, e un terzo a Baragiotta.
A questo punto però è necessario fare alcune precisazioni che concernono l’attuale stato della ricerca. Ricerca che non è per niente finita anche se non è facile trovare nuova documentazione considerato che gli appalti erano a lunga scadenza.
Infatti gli appalti dei torchi non erano annuali, bensì novennali. (Erano settennali nel Cinquecento). Quindi va da sé che vi era un contratto notarile ogni nove anni e chissà da quale notaio.
In ogni caso gli “Ordini” della comunità precisavano che i consoli e consiglio avevano il compito di incantare i torchi; tuttavia pur se è vero che è la comunità che svolge questo ruolo dell’incanto, non è la stessa comunità che stila i capitoli da osservarsi, bensì – stando ad un atto notarile del 1611 – Carlo Genesio in qualità di rappresentante della Confraternita di Santo Spirito.
La seconda considerazione è che esistono atti notarili sui torchi e sulla Carità di Santo Spirito molto precedenti al 1628 anno in cui a detta dei documenti ottocenteschi, si fa risalire la fondazione della Carità di Santo Spirito da parte di Carlo e Francesco Placito.
In un documento del 1572 Gaudenzio De Viano dichiara che sono circa 15 anni che io fui confrario de detta Carità.
Carità già segnalata peraltro nell’anno 1545.
Anche la prima segnalazione del torchio è di quell’anno 1545 senz’altra indicazione, mentre è del 1572 il primo documento ritrovato sulla locazione del torchio situato in Prata inferioris.
Quindi i torchi già esistevano a metà del Cinquecento, ed erano di proprietà come si è visto della Confraternita di Santo Spirito.
Ma attenzione, solo quelli da vino.
Quelli da olio erano invece di proprietà della Società della Beata o Sacratissime Vergine Maria.
Non sono in grado di dire se questa associazione religiosa è la stessa che sarà in seguito denominata Compagnia di Maria Vergine del Rosario.
E così mentre diversi documenti dell’Ottocento fanno risalire la fondazione della Carità al 1628, altri documenti ancora la fanno risalire al 1594 per opera di Pietro Placito.
Quello che è certo è che effettivamente Pietro Placito lasciò una cospicua eredità alla confraternita, a cui furono aggiunti altri beni nel 1600, sia alla stessa, che alla confraternita di Santa Marta.
E’ molto probabile che tutto questo messo insieme, in aggiunta ai beni di San Sebastiano, della Beata Vergine Maria, e in aggiunta infine ad alcuni lasciti di Carlo e Francesco Placito del 1628, divenne poi comunemente chiamata Carità di Santo Spirito.
Una nuova e riformata Carità di Santo Spirito.
Si diceva in precedenza che grazie ad un contratto del 1611, si comprende che i grossi torchi di Prato erano tre, di cui uno a Baragiotta.
Oltre a quel contratto si è trovata anche una convenzione, sempre stipulata in quell’anno1611, dove quest’ultimo torchio venne dato in gestione a Pietro Baragiotta per il tempo di anny ventis proximi futuri.
Ma non è tutto. Un ulteriore documento del 1618 invece di fare chiarezza, in questo caso aiuta alla confusione in quanto precisa che tale torchio era stato costruito nel 1611 da Pietro Baragiotta contra li ordini della comunità.
Costruire un torchio privatamente era contro la legge degli Ordini ed è probabile quindi che la comunità l’abbia requisito e consegnato alla Carità di Santo Spirito. Tale Carità l’abbia poi dato in gestione allo stesso proprietario, ed in seguito riconsegnato in proprietà agli eredi.
Infatti un documento di locazione di tutti i beni di Santo Spirito, della Beata Vergine Maria, e di San Sebastiano del 1652, precisa a riguardo di quest’ultimo torchio con piloni di pietra intorno discoperto e rovinato alle cassine in Baragiotta lasciato da detta Carità al Bernardo Baragiotta.
Anche qui i capitoli del torchio prevedevano che doveva essere l’affittuario a portarsi alla casa di colui che richiedeva la torchiatura per prendere le vinacce, et di poy caspiato che sarà il vino portare detto vino, a, casa del patrone, a, lloro rischyo e piriculo per la qual quetade habbiano et possiano pigliare de sette brente una.
Il pagamento era quindi fissato in una brenta di vino ogni sette torchiate.
L’ultima norma era alquanto curiosa e antifrode: Item cum patto che sotto il coperchio di esso torchio persona alcuna non possa ne voglia meterli ne farli metere cosa alcuna sotto pena di pagare scuto uno per ogni volta aplicata come sopra.
Cioè la metà della pena alla chiesa, e l’altra metà al denunciatore del tentativo di truffa.
E’ interessante notare che tutte queste norme sono rimaste sostanzialmente invariate per la bellezza di 400 anni, compreso il tipo di pagamento.
Infatti ancora a fine Ottocento i capitoli prescrivevano come pagamento, un settimo del vino spremuto, anche se c’era l’alternativa di centesimi quaranta ogni brenta di vinacce.
Abbastanza curiosa è la locazione del torchio da olio nella seconda metà del Cinquecento.
Questa è una locatione detta per vita de detto Gioanne et doppo sua morte piacendo al figliolo di tenerlo che niuno habitante in la terra et sopra il teritorio de Prata possa, né voglia andare, a, far far olio in altro loco che al detto torchio.
Come pagamento per il servizio si era stabilito che il fittavolo non poteva chiedere di più de soldi tre imperiali per chaduna pillara d’olio. (Torchiata o unità di misura?)
L’olio di noci era prevalentemente usato per illuminazione, ma era anche medicinale e condimento.
Le noci venivano schiacciate una ad una nella casa del contadino e ripulite di ogni pezzo di guscio. Dopo averle sminuzzate il più possibile si portavano al torchio, ma prima di subire la pressatura erano riscaldate in pentoloni o caldaie così da permettere una migliore fuoruscita d’olio. L’operazione di schiacciatura veniva di solito compiuta più di una volta, e con 6 Kg. di noci si poteva ottenere un chilogrammo di olio.
Non sono però in grado di dire se il lavoro in quell’epoca lontana consisteva anche nel far scaldare il prodotto così com’era previsto a fine Ottocento.
Infatti, i capitoli di quest’ultima epoca prescrivevano il divieto di sottoporre le noci alla torchiatura se non quando siano bene peste e ridotte in pasta quale cuocerà secondo il desiderio del richiedente.
Nell’elenco dei materiali del torchio era infatti presente la caldaja, che veniva anche chiamata crociera.
I consoli e consiglieri dovevano poi provvedere alla nomina delle cosi dette figure minori che ruotavano intorno all’amministrazione dei beni della comunità.
Figure minori ma che erano molto importanti.
Una di queste era il camparo, il guardiano dei fondi, e come abbiamo visto la sua importanza era molto elevata perché gli Ordini della comunità erano basati sulla salvaguardia della proprietà, sia pubblica che privata.
Fino all’’800 i campari erano due con la possibilità di nominarne altri supplementari, nonostante tutto, come abbiamo visto, non furono in grado di fermare le usurpazioni.
Non si trovano molti documenti nel ‘500/’600 relativi ai capitoli dei campari anche perché erano gli Ordini stessi che contenevano tali norme. Ed è appunto dalla lettura di questi Ordini che si comprende che le norme erano abbastanza severe anche nei loro confronti.
Il caneparo era invece colui che riscuoteva le tasse su ordine del comune, incamerava gli introiti dei beni comunali, e provvedeva ai vari pagamenti in nome della comunità.
Era in sostanza il cassiere della comunità, ed aveva anche l’obbligo in alcuni casi di anticipare il denaro che la Comunità doveva pagare al Contado di Novara.
Il ruolo di Caneparo non era alla portata di tutti, e solo coloro che avevano grandi capacità finanziarie partecipavano ai bandi per l’assegnazione.
I Furgotti e i Genesi, oltre ad essere stati commercianti e banchieri, intesi come prestatori di denaro, svolsero anche il ruolo di canepari, non solo a Prato ma anche in altri luoghi.
Vorrei fare ora un breve accenno al sistema fiscale senza però entrare nel merito di una spiegazione dettagliata perché – oltre ad essere un argomento noioso – è di una straordinaria complessità che per certi versi è anche per me incomprensibile.
Posso solo accennare che tutto il sistema fiscale si basava sulla famosa tassa dei cavalli introdotta da Filippo Maria Visconti nel 1444.
Questa originariamente non era altro che le spese complete necessarie al sostentamento di un esercito di 12.500 soldati a cavallo.
Spese che dovevano essere a carico delle terre dello Stato e quindi suddivisibili ad ogni comunità.
Da questo lontano inizio si giunse alla formulazione dei Cavalli di Tasso come unità di misura, per cui ogni paese era suddiviso in base all’estensione territoriale, alla produzione e alla qualità del terreno.
A titolo di curiosità posso aggiungere che al territorio di Prato erano stati assegnati 9 cavalli e due terzi di tasso.
Sulla base di questi parametri veniva conteggiata l’imposta comunale totale.
Avuta l’imposta comunale totale il Sindicato della comunità provvedeva alla suddivisione tra gli abitanti in grado di produrre.
Questa suddivisione era basata sull’imposta personale, cioè sulla testa “viva” o produttiva, (il testatico) che era tassata normalmente per un terzo; e l’estimo, cioè la proprietà fondiaria che ognuno aveva che era tassata per due terzi.
Il carico personale sulle “teste” produttive era messo a tutti quelli che passano dodeci anni d’età, tanto homini come alle donne, accettuando però alle vedove.
C’erano poi le frequenti imposte determinate al sostentamento dell’esercito che doveva vivere sulle spalle delle comunità. Questa tassa non aveva più nulla a che fare con la famosa tassa dei cavalli.
Ogni anno ogni comunità redigeva le spese sostenute a tale scopo comprese le frequenti requisizioni operate dai militari, e mandava il conto a Novara. Ricevuti i conti di tutte le comunità, il Contado di Novara provvedeva a sommarli e a suddividerli equamente proprio per evitare che alcuni paesi fossero troppo carichi di spese ed altri meno. Dopo di che comunicava ai singoli paesi la tassa da pagare entro una scadenza ben precisa.
Questa tassa si chiamava Ingualanza o Eguaglianza.
Un’ulteriore taglia era chiamata Mensuale dè Presidi ed aveva lo scopo di raccogliere i fondi necessari per provvedere a nuovi armamenti ed opere di fortificazione da fare nello stato.
Seguivano poi altre tasse quali la mezza per cento ed il trasatico sull’utilizzo dei terreni comunali
Vi era inoltre la tassa dell’imbottato che era quella che annualmente si pagava al feudatario.
Qui va fatta una precisazione importante.
Mentre nei secoli precedenti – intesi come medioevo – il feudatario era anche l’indiscusso proprietario di quasi tutte le terre, con l’evoluzione dell’età moderna si assiste anche all’involuzione graduale della feudalità.
In questo periodo quindi, e fino alla sua completa scomparsa avvenuta nel 1797, il feudatario non è altro che un ricco personaggio che acquista una parte di giurisdizione fiscale ai fini di poter ottenere prestigio, ed eventualmente anche un titolo nobiliare.
Infatti, i titoli di conte e marchese erano concessi solo se il richiedente poteva vantare il diritto su di un feudo di almeno 50 e 100 fuochi, che era poi il numero delle famiglie per intenderci.
In sostanza egli acquista – con un congruo versamento di denaro alle casse dello Stato milanese – il diritto di riscuotere alcune delle tasse come le “regalie minori”, cioè i dazi sulla cottura e vendita del pane, la produzione e vendita del vino, la macellazione e il commercio della carne, il raccolto del fieno ed altro.
Tutto questo insieme - per quanto riguarda i nostri villaggi - era chiamata la tassa dell’Imbottato, ed era contrattata dalle comunità, singole od associate, direttamente con il feudatario o un suo rappresentante.
Tutte queste tasse aumentavano d’anno in anno mentre le produzioni delle singole famiglie non potevano aumentare più di tanto; e forse in definitiva fu anche questa una delle ragioni – oltre a quella dell’aumento della popolazione - che determinò l’aumento delle usurpazioni a vantaggio della coltura.
Il 1600 fu poi anche il secolo delle pesti, delle carestie e delle guerre con inimmaginabili conseguenze, cosicchè i comuni per fronteggiare la situazione furono costretti a contrarre molti debiti che durarono secoli prima di essere saldati, e non dopo aver svenduto – durante l’epoca napoleonica - le terre comunali, incamerato e venduto i beni ecclesiastici e altri beni quali i mulini e i forni.
Secondo calcoli recenti, fatto 100 il carico fiscale ad inizio ‘600 già dieci anni dopo era pari a 202. Trent’anni dopo – nel 1640 – era pari a 325.
Come i comuni trovavano i soldi per sostenersi?
Contraendo prestiti con i pochi personaggi che i soldi li avevano, e li ottenevano a tassi molto elevati pagabili sotto forma di quote annuali. Non potendo saldare tali debiti si trovavano costretti a contrarne di nuovi, e così via.
Tutto si caricava quindi sulle spalle di una popolazione che già di per se faceva fatica a sbarcare il lunario.
Vorrei ricordare che i nobili proprietari come i Tornielli, i Pernati, i D’Adda, erano cittadini e le tasse sui loro beni venivano incamerate direttamente dalle città pur se i loro terreni erano a Prato o in altro luogo.
E vorrei ricordare anche che i beni ecclesiastici non pagavano tasse, e questi beni erano tantissimi.
Non solo ma anche tutto ciò che era inerente al culto era pagato dalla comunità: dai custodi, ai campanari, ai chierici, così come se si doveva fare un nuovo tabernacolo, oppure acquistare l’organo, o rifondere nuove campane.
Era infine sempre la comunità che sosteneva i vari cappellani commissionando annualmente un certo quantitativo di messe votive forse con la speranza di ritrovarsi l’anno successivo con meno debiti da pagare.
Nel 1660 ad esempio le messe commissionate e pagate dalla comunità furono 95 al costo di una lira imperiale per messa. Se si fanno i paragoni con quell’epoca si può dire che erano piuttosto care perché un resegatto, uno che segava alberi per dodici ore al giorno, guadagnava ogni giorno 30 centesimi.
Una messa di un’ora 1 lira, dodici ore di lavoro del resegatto 30 centesimi.
Erano i tempi, ma era soprattutto la fede che aiutava a sostenere la gente sperando in un avvenire migliore.
Per terminare questo argomento voglio fare solo una piccola considerazione.
Oggi noi paghiamo le tasse ed in cambio otteniamo determinati servizi, indipendentemente che ne siamo soddisfatti o meno.
Luce, gas, acqua, strade, scuola, sanità ecc. A quel tempo si pagava le tasse in cambio di nulla di tutto questo. Non c’era luce, gas, acquedotto, telefono.
Per la riparazione delle strade, il comune attivava le rojde, cosicchè ognuno era obbligato, senza retribuzione, a contribuire per aggiustare la strada.
Il Contado di Novara interveniva solo per lavori di grossa entità che avvenivano però ogni cento anni. Per il resto erano le opere caritative che intervenivano quando potevano a sostegno dei più deboli dando ogni tanto una fagiolata d’inverno, o pagando qualche medicina al moribondo.
Ma attenzione. Noi ora per comprendere bene dobbiamo anche sapere che i servizi in quell’epoca erano quelli legati alla fede e alla spiritualità.
E’ giusto a questo punto ricordare due altre figure.
Il fante che era colui che aveva il compito di girare per il paese con il tamburo avvisando la popolazione delle eventuali novità. Convocava i capifamiglia alle riunioni del Sindicato, ed inoltre presenziava alle operazioni d’incanto del mulino, del forno, e dei torchi.
Nell’Ottocento questo ruolo sarà svolto dal Cursore.
L’altra figura era quella del Campanaro ed era regolata da propri capitoli.
Dai conti della comunità di Prato risulta che veniva annualmente pagato lo stipendio di campanaro per la chiesa di San Bernardo, per quello della Madonna della Quercia di Prato Vecchio, per quella del Castello, ed infine per quello della chiesa di San Nazaro di Baragiotta.
Non risulta mai il pagamento per la chiesa di San Carlo di Prato Nuovo essendo quella – in quel tempo – una cappella di carattere privato.
Va anche precisato che non è che figuravano quattro salariati fissi a tempo pieno. Erano addetti che svolgendo il proprio lavoro si erano presi l’impegno dietro compenso, di suonare tali campane in tali luoghi.
A titolo di curiosità posso dire che colui che andava a suonare la campana in castello prendeva di più di quello di Prato Vecchio.
Più di tutti prendeva quello della chiesa di San Bernardo, ma i suoi compiti erano maggiori.
Il campanaro si diceva, e l’importanza del suono delle campane in quel lontano tempo.
Si suonava nelle occasioni delle ricorrenze e festività particolari, ma si suonava anche in occasione di pericoli particolari come le invasioni, i temporali e gli incendi.
Tutto questo ora sembrerà banale per noi, considerando che basta schiacciare un pulsante per farle suonare, ma nel tempo passato il suono della campana era d’importanza fondamentale come unica forma di comunicazione a distanza.
Ed era una forma di comunicazione che tutti comprendevano facilmente, indipendentemente che fossero analfabeti o meno. Ed ogni suono aveva il suo preciso significato.
Con il passare del tempo si sono modificati anche i compiti di chi originariamente svolgeva questo lavoro, così ad esempio nel 1826 il parroco Ottini di Prato scriveva che vi erano i custodi della chiesa che – stipendiati dalla comunità – avevano il compito di suonarle
ma il suono della messa parochiale, dottrina e vespri, s’aspetta ai sacristi; e si da pure il segno dell’Ave Maria alla mattina, al mezzogiorno, e alla sera, come anche nei venerdì alle ore tre pomeridiane in memoria della Passione di Nostro Signore (questo suono era di 12 botti con il campanone). Si suona pure per l’accompagnamento del Santo Viatico agli infermi, sonando prima a distesa per convocare il popolo e sonando a martello e a tocchi durante l’accompagnamento nonché per gli agonizzanti.
E si sona a festa pel trapasso dei fanciulli e lugubre pel trapasso degli adulti.
(tredici rintocchi per la morte di una femmina e quindici per il maschio)
Nel tempo queste norme si sono modificate ma sostanzialmente sono rimaste nei loro significati, anche se ormai poche persone danno importanza a dei tocchi che per secoli hanno accompagnato la vita dei nostri antenati.
Ancora recentemente don Mario Vanini ha ricordato in una lettera alle famiglie qualche frammento di storia dell’Angelus Domini e del ricordo di quei tocchi per un momento di pausa e riflessione.
Legata a quella del campanaro è emersa un’altra curiosità durante la ricerca di quest’ultimo periodo, ed è la figura del guardiano del campanile.
Attenzione, il guardiano non doveva curare il campanile, bensì dall’alto del campanile doveva osservare e prontamente segnalare con la campana l’avvicinarsi di persone sospette. Di giorno e di notte in continuazione.
Non si sa al momento, per quanto tempo sia durato questo lavoro di carattere saltuario, sta di fatto che per quanto riguarda il nostro comune sono stati trovati tre documenti per gli anni 1607, 1608 e 1613. Uno per la guardia del campanile di Grignasco del 1624, ed un altro per quello di Romagnano del 1617.
Tutte le convenzioni sono annuali e tale controllo sembra essere stato sollecitato da ordini superiori e non comunali, pertanto è probabile che siano stati determinati dai “venti di guerra” di quel tempo e dalla miriade di sbandati e contrabbandieri che passavano nelle nostre zone.
Vorrei ricordare che il fiume Sesia era il confine del Contado di Novara e dello Stato di Milano con la Savoia.
Il documento trovato su Romagnano non è per la verità un accordo, ma una denuncia nei confronti dell’addetto alla guardia del campanile perché un determinato giorno piombò in paese una squadra di soldati a cavallo senza casaccha ed il guardiano non diede motto alcuno della venuta dei soldati.
Un accenno ora ad un’altra struttura pubblica che è quella del cimitero.
Fin dai secoli remoti il luogo di sepoltura era quello all’interno della chiesa, o meglio sotto il pavimento di essa. Non sono a conoscenza se questo è avvenuto anche nella chiesa di San Sebastiano, ma presumo di sì.
E’ avvenuto certamente nell’oratorio di Prato Vecchio fatto costruire dal Viocca, perché un capitolo della Cappellania istituita nel 1647 precisa testualmente: che detto messer Giovanni Viocca vuole che si faccia una sepoltura nella sudetta chiesa nella quale si seppellischino tutti quelli di casa Viocca e non altri.
Ad ogni modo l’uso antico di sotterrare i morti nella parrocchiale andò avanti fino ai primi anni dell’Ottocento.
Tutti avevano il diritto di essere sepolti in tal luogo con però alcune differenze tra le persone di rango superiore e la gente comune.
I primi, compresi gli uomini di chiesa potevano permettersi di essere sepolti nel corpo centrale della chiesa in vicinanza degli altari, o in luoghi predefiniti da loro quand’erano ancora in vita. Potevano anche far mettere una qualsiasi iscrizione sul suggello in serizzo.
L’anonimato e la mescolanza dei cadaveri caratterizzava invece la povera gente.
Non so dire con certezza ma è probabile che gli aderenti delle confraternite fossero sepolti nelle cappelle delle loro confraternite, mentre è certo invece che alcuni Furogotti furono sepolti nella loro cappella intitolata alla Vergine del Rosario.
Quando questi sepolcri erano colmi si provvedeva al trasporto dei resti al cimiterio, cioè all’ossario. Questi erano due a Prato. Uno risultava situato sul lato destro della chiesa, verso Prato Nuovo, ora occupato dalla chiesa stessa nella sua ultima parte a destra della facciata. Si entrava tramite una porta posta sul davanti.
L’altro ossario esiste ancora oggi, ed è quell’edificio posto a confine della casa dell’ing. Rolando.
Con l’aumentare della popolazione e quindi dei pericoli di contagio, nonché delle puzze dei cadaveri in disfacimento, vennero gli obblighi e le pressioni affinchè fossero costruiti nuovi cimiteri al di fuori delle mura delle chiese, e fuori dell’abitato.
Le relazioni di fine Settecento e inizio Ottocento a riguardo di questo problema sono drammatiche anche perché l’usanza era quella che dopo il funerale il cadavere rimaneva in chiesa, e la sepoltura avveniva il giorno successivo. Nei mesi caldi diventava insopportabile sostare in chiesa.
E’ di Romagnano la drammatica testimonianza scritta a motivazione della chiusura della chiesa: perché i sepolcri esistenti sono sì pieni, che in occasione delle tumulazioni si dovettero col tridente smuovere i cadaveri precedentemente tumulati per far posto agli altri, dalchè non può fare a meno di svilupparsi un fetore assai nocivo e pericoloso.
Fu prima proposta a Prato la costruzione di un nuovo cimitero proprio nell’area dove adesso vi è la casa parrocchiale, ma non se ne fece nulla, e ciò che è rimasto è solo un magnifico disegno del progetto datato 1790.
Poi nel 1807 venne fatto un ulteriore progetto che lo prevedeva nell’attuale piazzale della parrocchia davanti al Millenium, spostando anche la strada che portava a Prato Vecchio.
Anche qui il tempo passò tra le polemiche e non si fece nulla.
Nel 1821 di fronte anche alle pressioni del vescovo di Novara si decise finalmente di costruire quattro grosse tombe sotterranee per la gente comune sul retro della chiesa parrocchiale, mentre le persone più in vista continuavano a farsi seppellire all’interno della chiesa.
La collocazione definitiva, quella che attualmente conosciamo, risale infine al 1851.
Un accenno ora a ciò che si conosce sulla scuola a Prato.
Fino a poco tempo fa ero nella convinzione che il sistema scolastico fosse incominciato con il testamento di Bartolomeo Furgotti del 1640. Grazie invece a documenti venuti alla luce recentemente si è potuto capire che tale insegnamento incominciò molto tempo prima, e che il Furgotti non fece altro che sostituirsi all’amministrazione pubblica con il proprio denaro, ma nel contempo anche di personalizzare tale insegnamento inserendo determinate regole.
Grazie quindi alla ricerca storica che proprio con quest’esempio dimostra che non bisogna mai dare nulla di scontato, si viene a sapere che già nel 1617 esisteva l’insegnamento scolastico in paese.
Non solo, ma documenti ritrovati sull’insegnamento scolastico a Romagnano relativi alla seconda metà del Cinquecento fanno supporre che l’insegnamento a Prato si possa far risalire a tale data, o quantomeno agli ultimi anni del Cinquecento.
Il primo documento trovato su Romagnano porta la data del 5 aprile 1575 seguito poi da un’altra Conventiones del 30 aprile 1582.
C’è però una differenza sostanziale che balza agli occhi tra l’insegnamento che è proposto a Romagnano e quello di Prato.
Romagnano effettua un insegnamento che – indipendentemente dalle materie – può essere considerato di tipo laico.
Attenzione, per laico non intendo una netta separazione con la religiosità del momento, ma solo che l’insegnante non era un sacerdote, e lo faceva come mestiere principale. Inoltre tali convenzioni proprio per il suo carattere laico non presupponevano l’insegnamento della dottrina cristiana così com’era concepita in quell’epoca.
A Prato invece la situazione era diversa.
Il primo documento come si è detto risale al 1617 ed è una convenzione con un cappellano. Tale accordo – oltre a coadiuvare il parroco per determinate incombenze – prescriveva che insegnasse a legere, scrivere, et di gramatica a tutti li filiuoli della terra di Prato tanto poveri quanto richi.
Oltre a questo c’era la norma dell’insegnamento della Dottrina Cristiana.
La differenza sostanziale è che Romagnano possiede una scuola più tecnica con tanto di programma scolastico ed un insegnante che si dedica a tempo pieno per quel lavoro.
A Prato invece ci si limita solo ad insegnare il saper leggere, scrivere e far di conto.
Per contro però, l’altra differenza è che a Prato quest’insegnamento è completamente gratuito tanto ai poveri quanto ai richi, mentre lo stipendio del maestro di Romagnano è integrato da un concorso spese a carico dei genitori degli alunni, da pagarsi ad ogni sessione di esami.
Quindi Romagnano possiede nel Cinquecento una scuola di carattere elitario, non perché in quel luogo sono più intelligenti che a Prato, ma solo perché essendo un borgo più grosso, ci sono più persone benestanti.
Mancano dati al momento che ci facciano comprendere quale sia stata la partecipazione effettiva, anche se si suppone molto scarsa e saltuaria, perché in quell’epoca l’istruzione al confronto della sopravvivenza era considerata una perdita di tempo e un lusso.
Non si verificarono grandi miglioramenti nei decenni e nei secoli successivi, e furono sempre pochi coloro che frequentavano la casa del cappellano dove si tenevano le lezioni.
Bisogna giungere ai primi dell’Ottocento per avere qualche notizia in più.
Nel 1802 gli iscritti alla scuola di Prato erano circa 70 con un calo negli anni successivi. Erano 40 nel 1805, 50 nel 1810 e 1813.
Però se questi erano gli iscritti, i partecipanti effettivi erano parecchi di meno, e la variabilità alla presenza si accentuava nei mesi primaverili a causa dei lavori di campagna.
Altro punto negativo era l’esclusione delle femmine dalla vita scolastica e le poche che erano in grado di apporre la loro firma su di un documento, erano le figlie di qualche nobile o di qualche borghese illuminato.
Fu solo nel 1850 che venne attivata a Prato una scuola per le fanciulle, mentre sarà poi la cosidetta “Legge Casati” del 1859 a riformare tutto il sistema scolastico.

Vorrei terminare questo mio intervento, che spero non sia stato troppo noioso, con una cosa alquanto curiosa uscita dagli archivi.
Non centra nulla con il funzionamento delle strutture pubbliche di Prato, di cui vi ho raccontato, ma fa comunque parte della nostra storia, e ci permette di vedere quell’epoca non solo sotto l’aspetto burocratico e freddo del racconto storico, ma soprattutto pensando che tutto ciò che è stato raccontato, era fatto e vissuto da gente come noi, con i propri ideali, con le proprie passioni, con i propri dolori, ed anche le proprie gioie.
E’ una poesia scritta da un Genesi di Prato e risale ai primi anni del Settecento.
E’ una poesia d’amore nel senso che è dedicata alla persona amata, ma con una vena ironica da parte del poeta sintomatica di un momento di sopportazione al carattere dell’amata.


Negar quando risplende il cielo
Osservar nubi quando riluce il giorno
Negare la beltà ove è il soggiorno

Ò parla per passion, ò ha gli occhij in cielo.

Compatite o Signor non fate scorno
Margherita nel fondo è un Dio Didalo
Legiadra di beltà sovrianza un stelo
Questa è fama comun, che va d’intorno.

Io cantando appago i miei desiri
Sovra un bel volto che tutti prevale
Voi di rabbia soffrite aspri martiri.

Se l’occhio vostro à penetrar non vale
Alta beltà che vanta in tutti i giri
per schivar sto bel sol prendete ochiale.

 

Venerdì 26 settembre 2008
STORIA DI CAVALLIRIO:

Aspetti di vita comunitaria tra il 1500 e il 1700

Qualsiasi cosa che noi facciamo, qualsiasi atto che noi ci proponiamo di portare avanti è ora regolato da delle norme più o meno precise che possono essere determinate dalle leggi, dagli usi e consuetudini, oppure dalla deontologia e dal buonsenso. Così noi se accendiamo la luce, questo atto – al di fuori del vantaggio di vedere nel buio – rimanda a norme e leggi ben precise e spesse volte estremamente complicate che però regolano tutti gli aspetti della vita comune.
Così come per la luce anche per tutti gli altri atti che noi compiamo in ogni momento.
Anche nel tempo passato le regole esistevano, più o meno tante e più o meno complesse a seconda della civiltà dei popoli che hanno abitato sul nostro pianeta. Dagli Assiri alle dinastie mongole e cinesi, dai greci, agli egiziani, ai romani. Il termine di ogni civiltà ha portato al quasi totale azzeramento di quelle norme e regole, per cui il recupero per i popoli che ne sono subentrati è stato molto lento e faticoso.
Questo è accaduto anche a noi quando molto lentamente dall’alto medioevo caratterizzato dalla quasi totale assenza di norme ci si è incamminati verso l’età moderna.
Lo studio e la conoscenza di queste norme ci permette di comprendere la nostra evoluzione sociale in rapporto al potere costituito ed in rapporto ai singoli individui.
La legislazione corrente durante il medioevo per i singoli paesi della nostra zona si sa che era quella determinata dagli Statuti di Novara del 1277 modificati poi negli anni a seguire fino al 1460 quando questi Statuti furono ricompilati grazie alla riforma di Francesco Sforza duca di Milano, di cui noi facevamo parte.
Già nel Trecento diverse cittadine e grandi borghi, e intere zone come la Valsesia e la Riviera d’Orta avevano acquisito dei propri Statuti. Si è a conoscenza anche – grazie proprio agli Statuti novaresi – che ogni singolo borgo, villa e castro erano retti da Statuti che dovevano essere approvati ogni anno dal Podestà di Novara. (1) Però di queste norme non si è trovato traccia fino a questo momento.
I più antichi Ordini, o Grida finora ritrovati risalgono alla metà del 1500 e negli anni immediatamente seguenti, e sono proprio alcuni di questi Ordini che precisano che non sono i primi emessi.
Quelli di Romagnano risalgono al 1564 (2), quelli di Grignasco al 1570 (3), quelli di Prato al 1571 (4). Quelli di Cavallirio sono i più antichi di tutti e risalgono al 1549 (5).
Sarebbe però scorretto in questi casi parlare di Statuti perché in effetti queste norme cinquecentesche altro non sono che regole comunitarie simili ai Bandi Campestri.
In sostanza sono norme relative alla salvaguardia del territorio comunale, sia privato che pubblico.
Analizzando le norme di Cavallirio e dei paesi vicini balza subito all’evidenza la quasi perfetta linearità di comportamento di tutti i paesi sulla maggioranza dei temi trattati.
Norme a salvaguardia del patrimonio pubblico e privato
Norme contro i forestieri; e per forestieri s’intendono tutti coloro che abitano fuori di Cavallirio.
Norme per i campari. Coloro cioè che erano pagati dalla collettività per il controllo del territorio.
Oltre a queste poi ogni singolo paese si caratterizzava con alcune norme specifiche che altri paesi non avevano, e che aiutano a comprendere la peculiarità del luogo.
Le norme infine estranee alla salvaguardia del territorio, o più propriamente di carattere religioso o politico erano molto limitate.
Una di esse per Cavallirio precisava:
Che li conduttori d’essa terra siano obligati andar a Novara per interessi d’essa comunità et superiori al suo territorio senza pagamento.
In sostanza i Consoli designati, cioè i sindaci, oltre ad essere obbligati alla carica, erano obbligati a portare a termine il loro impegno andando anche fino a Novara senza rimborso spese.
E’ l’unico paese che porta questa norma alquanto onerosa, ma sarà in seguito cambiata perché i consoli futuri avranno uno stipendio ed un rimborso spese.
La norma di carattere religioso è invece simile agli altri paesi:
E più, chi lavora in le feste di voto e comandate per la chiesa paghi per ogni volta soldi 10 et le feste di voto sono queste cioè di Santo Germano, di li Tre Magi, et di Santo Eustachio.
Quindi l’obbligatorietà al riposo festivo per permettere a tutto il popolo di frequentare le funzioni religiose.
Le norme di comune salvaguardia erano di rispetto del territorio in generale:
Coloro che si troveranno far danno in le vigne, ò lasaranno far danno da le bestie pagano per pena soldi 10 per caduna volta, et caduna bestia, oltre il danno.
E così nei campi di biada, nei prati e nei boschi.
E più chi segherà herba neli prati con manolite (mauletto) per chaduna volta pagarà soldi 5. Soldi 9 invece chi segherà con ranza.
E più chi pigliarà noci d’altri pagherà per caduna noce soldi 1.
Soldi 5 invece per ogni castagna ed ogni grappolo d’uva. Segno evidente dell’importanza superiore di questi frutti.
E più chi lasarà fora li porci senza guardarli pagarà per chaduna volta et chaduno porco soldi 10,
Anchora che si troverà alcuni cani in le vigne in li tempi che possono far danno paghino per chaduno cane soldi 5.
Infine le norme sui forestieri molto rigide e dispendiose nelle sanzioni, segno evidente di un epoca in cui la salvaguardia dell’identità paesana era al massimo livello.
E più s’alchuno forastiero lasserà pascolare le sue bestie sopra il pascolo comune (il pascolo di proprietà del comune) pagarà per chaduna volta et bestia soldi 10.
Erano molte le denuncie di sconfinamenti di bestie sopra il pascolo comune, e spesse volte venivano anche requisite.
Anchora se ci fosse persona alchuna di Cavallirio la quale alberga alcune bestie forastiere d’una notte in su pagarà scudo uno per chaduna notte. Salvo in caso di estrema necessità e con la licenza dei consoli.
Ed infine le norme con i compiti dei campari:
Che il camparo del boscho sia tenuto in tutto il danno che si farà in detto boscho solamente non notificando il malfattore.(6)
Il 1600 è il secolo dei grandi cambiamenti normativi perché si assiste ad un assetto quasi definitivo sulle regole di carattere politico, ed i nuovi Ordini che emergeranno saranno approvati dalle massime autorità politiche del momento: il Senato di Milano ed il re di Spagna.
Gli Ordini di Romagnano saranno approvati nel 1600 (7). Quelli di Prato nel 1604 (8). Quelli di Ara nel 1606 (9). Quelli di Grignasco nel 1614 (10), come pure quelli di Ghemme (11). Gli Ordini trovati di Cavallirio sono più avanti nel tempo essendo stati scritti nel 1648 (12). Non sono in grado di dire al momento se ve n’erano altri scritti in quei primi anni del secolo come gli altri paesi.
Ecco quindi che questi nuovi Ordini prescrivono proprio al primo capitolo le regole di funzionamento amministrativo, e quelli di Cavallirio lo spiegano efficacemente:
Prima si debbano ellegere 12 huomini nativi della terra delli più habili, idonei, et di bon nome per il consiglio et bona administratione della terra, delle quali se ne debba pigliar doi ogni sei mesi alla sorte per consoli, quali consoli debbano reggere et administrare li negoty (gli affari) del medesimo giustamente, et fedelmente.(13)
Seguono poi una serie di norme sui compiti dei consoli con delle multe severe in caso di inadempienza.
Dovevano controllare personalmente i boschi e pascoli comunali ed avvisare i campari delle eventuali irregolarità trovate.
Dovevano raccogliere le eventuali denuncie e trasmetterle poi al Podestà di Romagnano o Novara.
Dovevano – alla fine del loro mandato – ordinare le taglie di pagamento che poi il Caneparo, l’agente delle tasse, doveva riscuotere.
Dovevano indire le gare d’appalto dei vari beni e servizi.
Alla fine del loro mandato dovranno dar conto della loro amministrazione con la presentazione dei bilanci.
Quindi i 12 uomini scelti per il consiglio ruotavano nella carica di consoli. Due consoli insieme ogni sei mesi a sorteggio. Tre anni durava la carica dei consiglieri affinchè tutti avessero modo di fare il console per sei mesi.
Questo consiglio si riuniva abbastanza frequentemente per il disbrigo della normale amministrazione al suono di un rintocco particolare della campana. Ogni consigliere aveva il tempo massimo di un ora dal suono della campana per poter partecipare, e la mancanza senza valido motivo implicava dure sanzioni.
C’era quindi una obbligatorietà alla carica di consigliere e di console, e di presenza effettiva alle riunioni.
A titolo d’esempio faccio conoscere alcune incombenze relative ai consoli nel 1735:
Andato a Novara con la denunzia dell’arma da focho sbarrata di notte contro il cane di Antonio Binello.
Andato a Novara con la denunzia del cavallo robbato al signor rettore.
Andato a Romagnano con la denunzia di Battista Pastore ferito da Battista Valazza.
Andato a Romagnano con la denunzia del’arma da focho sbarrata in Piatè.
Andato a Borgomanero a comprare due forme di formaggio per recognizione di S.E. il Patrone.
Andato a Romagnano a reconoscere S.E.(14)
S.E. il patrone era la visita del feudatario Serbelloni, ed i consoli – oltre al pagamento dei redditi feudali quali il dazio per carne, vino e osteria – dovevano obbligatoriamente presentarsi a lui prestando giuramento di fedeltà a nome della comunità, portandosi anche il solito regalo.
Saltuariamente poi – per cose di importanza elevata – il consiglio decideva di convocare l’assemblea generale dei capi-famiglia: il Sindicato.
A questa riunione partecipavano tutti i capi-famiglia maggiori di 25 anni di età ed estimati, coloro che pagavano regolarmente i carichi fiscali. Non potevano partecipare le donne, e mentre non si sa per Cavallirio, ma a Romagnano per esempio partecipavano solo coloro la cui famiglia era del paese da almeno 100 anni.
Il Sindicato si riuniva solitamente in un prato a fianco della chiesa parrocchiale previo avviso affisso alla porta della chiesa durante la messa principale della domenica.
In quel pomeriggio il Cursore, chiamato poi anche Fante (l’odierno Messo Comunale) girava le vie del paese e le frazioni con il tamburo avvisando la popolazione che si sarebbe svolta l’assemblea.
All’ora stabilita incominciava la riunione quando il Podestà di Romagnano o un suo rappresentante si sedeva sopra una cadregha di legno da lui eletta per idoneo tribunale.
Un atto simbolico molto importante che significava la solennità della regola della legge.
Un notaio eletto come Cancelliere aveva il compito di registrare tutto ciò che veniva deliberato incominciando con la chiamata nominativa di tutti i capi di casa. Il documento ufficiale riportava i nomi dei partecipanti.
Il Sindicato aveva il compito di decidere sulle relazioni del consiglio e dei consoli, sulle spese fatte durante l’anno, modificare o aggiungere nuovi Ordini, eleggere nuovi consiglieri ed altro.
Mi sembra utile far conoscere alcune note sulla normale amministrazione per far comprendere quali erano in quel tempo gli argomenti discussi e approvati dal consiglio e dal Sindicato.
Oltre agli elenchi dei soliti debiti comunali si trova registrato nel bilancio dell’anno 1736:
Pagato per otto barozze mandate a Biandrate con li bagaglj del Reggimento di Claviscon francese £. 45:15
Dato a nostri Reverendi sacerdoti per un officio a defunti del mal epidemico (la peste) £. 8
Speso per ferro e per far agiustare il batente della campana grossa £. 6:9
Pagato per la cera e terra di S. Grato per la benedizione del tempo £. 16
Speso di più per compire al numero giusto delli fagioli della Carità di Santo Spirito £. 13:19
Pagato per mandare una lettera à nostri benefattori in Roma per la funzione del carnevale £. .5
Dato ai nostri Reverendi sacerdoti per un officio fatto al Oratorio della Beata Vergine delle Grazie per la pioggia £. 8.
Speso per agiustare a Oleggio la mazza dell’orologgio £. 1:10
Pagato a Novara per la consegna della denunzia della morte di Domenico Cominazzo in Baraggia £. 8
Pagato per la visita del sodetto cadavere fatta dal notaio criminale dell’officio di Romagnano £. 8:8
In un altro appunto viene spiegato che Domenico Cominazzo era stato ucciso nella cascina di Stoccada.
Pagato al signor rettore per far cantare la messa a S. Germano per la pioggia £. 3
Tenete presente che una giornata di lavoro di 12 ore valeva circa 3 lire come quelle date al rettore per due ore di messa.
Speso per due libre di cera d’offerta all’oratorio della Vergine Maria di S. Nazaro per parimenti implorare la pioggia £. 3 (15)
Questi documenti di Sindicato che riportano i bilanci della comunità sono molto utili perché riportano nel dettaglio tutte le spese effettuate durante l’anno, e permettono agli storici di ricostruire quasi fedelmente il sistema di vita della comunità.
Questi Ordini del 1648– oltre all’approfondimento delle norme sulla salvaguardia della campagna – contenevano altre novità, e l’articolo 20 precisava:
Chi farà pane fuori dal suo forno senza causa et senza licentia del fornaio pagarà scudi uno per volta.(16)
Fuori dal suo forno significa che ogni cantone di Cavallirio aveva un forno comunale e gli abitanti di quel cantone erano obbligati a servirsi di quel forno.
L’articolo successivo prescriveva una pena ben più severa contro coloro che volevano vendere vino di sfroso.
Chi misurerà vino senza farne parte al brentore scudi 20 per detta volta et sarà creduto à li detti fornaro et brentore con un testimonio degno di fede.(17)
In quelle lontane epoche – e lo testimoniano efficacemente anche gli Statuti novaresi – il giuramento sui vangeli e le testimonianze degne di fede avevano valori assoluti e legali.
Ed infine una norma già presente in tutti i luoghi vicini e dettata su indicazioni di ordini superiori per la salvaguardia dei propri cittadini.
Chiunque sarà in qualche modo offeso debba in tempo di giorni tre denunciarlo alli consoli sotto pena di qualsivoglia danno e spesa.(18)
In altri luoghi la norma è molto meglio specificata. A Grignasco ad esempio qualsiasi persona che sia insultata, derubata o picchiata è obbligata a denunciarlo al console entro un giorno dal fatto accaduto, ed il console stesso è obbligato farne denuncia immediata al Podestà di Romagnano.
Cinque anni dopo – nel 1653 – vengono emanate altre norme ad integrazione delle precedenti con inasprimento delle pene a riguardo delle bestie forestiere, in particolare contro le pecore. Una ulteriore norma permette la creazione del catasto comunale (forse il 1° catasto comunale) per tenere sotto controllo tutti i beni dei privati al fine del pagamento delle tasse e per tamponare le usurpazioni sempre crescenti.
Era chiamata usurpazione il furto di territorio comunale da parte dei cittadini e fu un fenomeno molto importante e generalizzato di cui se ne parlerà più avanti.
Ed infine la norma in cui il consiglio debba cercar, accordar, et mantenere un Reverendo Capellano per la messa, à conto della comunità.(19)
In mancanza di altri atti ufficiali si presume che questo sia il primo accenno alla scuola pubblica di Cavallirio perché normalmente è con l’istituzione di un cappellano aiutante del parroco che veniva insegnato ai bambini legere, scrivere e far di conto.
Un paio di documenti relativi ai capitoli per il cappellano sono stati trovati e risalgono agli inizi del Settecento.
Che sia tenuto celebrare cinque messe alla settimana secondo l’intenzione della comunità, e celebrarle doppo sonata l’Ave Maria per magior commodità di popolo.
Che debba assistere alle fontioni parochiali cioè come sarebbe a dire, processioni, vespero et messa parochiale, et comovere la devotione più che sarà possibile con zelo religioso e cantar le litanie della Beata Vergine tutte le feste votive, e di precetto nell’oratorio della Beata Vergine delle Gratie.
Che facj la scola alli figlioli con insegnarli legere et scrivere et darli boni costumi cristiani a tutta quella quantità che li saranno mandati.
Che occorendo venire dè temporali ò tempi pericolosi, che debba andar alla chiesa et exorgizzare secondo i riti e pregare Dio Benedetto aciò li conservi i frutti della campagna.
Che tutte le feste che si sonerà la dottrina cristiana che vada alla chiesa et istruisca i figlioli in quella con insegnarli i sentimenti cristiani, et dire il rosario doppo il vespero secondo il nostro costume.(20)
L’ultimo giorno dell’anno 1678 vengono emanati ulteriori ordini comunitari. Anche in questo caso vengono meglio specificate le mansioni dei consoli e consiglieri, ed inasprite alcune pene.
Ma quello che appare più interessante sono alcuni ordini prescritti come quello per comodare le strade.
Che il cantone di Villa sia obbligato a comodare le sue strade, et quello di Marco le sue, et quello di Piatè le sue, et quello dell’Oro le sue. Et detti cantoni ellegeranno un homo che comanda alli particolari di detti cantoni che vadino a lavorare per comodare detta strada per rota, et chi non handarà ad agiustare le sudette strade quando sarà comandato dal deputato sotto pena di soldi venti al giorno per un homo, et per barozza soldi trenta, et per una mula soldi quindeci, et per un asino soldi dieci per caduna giornata.(21)
Sono le famose rojde per le riparazioni delle strade in cui tutti a turno dovevano concorrere secondo un programma ben prestabilito ed obbligatorio. Ancora fino all’Ottocento si usò in molti luoghi questo sistema.
Poi lo stesso documento riporta interessanti norme di comportamento del Cancelliere della comunità (il segretario comunale), del fornaio, del brentatore, del torchiere e del camparo.
Prima chi fittarà li forni sia obligato à mettere e far scaldar il forno per fare il pane una fornera habile è bona et detta fornera per sua paga si deve dare una carsenta (crescenza, lievito) per cotta conforme il solito, et detta fornera sia obligata andar à casa del particolare che vole far il pane à pigliar la farina et portarla al forno, et una caricha di legna, et dopo cotto il pane sia obligata riportare una carica di pane là dove ha pigliata la farina.
Che il fittavolo sia obligato a scaldare il forno ogni tre giorni una notte.
Che il fittavolo sia obligato à tenere una caldera sotto il forno per far scaldare l’acqua, di tenuta di seggie otto per poter impastare il pane, et duoi deschi di lunghezza di brazza quatro, larghezza di brazza uno per cadun desco, et il fitavolo possa pigliare un pane per desco per sua paga come il solito.(22)
Il regolamento è molto ben comprensibile ma necessita di alcune spiegazioni.
Da documenti del 1573 risultano due forni a Cavallirio, uno situato nel cantone di Villa, il secondo nel cantone ubi dicti super Oru o sull’Oro. (23)
Una ulteriore indicazione viene da una relazione del 1713 in cui specifica esserci 4 forni: nel cantone di Villa, cantone sull’Oro, cantone di Marco, e cantone di Piatè.
Per entrare invece nel dettaglio delle regole lette in precedenza è giusto precisare che mentre il fittavolo, cioè colui che aveva in affitto il forno, dava in paga alla sua lavorante una quantità ben definita di lievito, riceveva in paga per l’uso del forno un pane per desco. Un pane per ogni tavola coperta di pani. Ogni desco, quindi ogni tavola era lunga metri 2,62 e larga 66 centimetri. Su questa tavola ci stavano esattamente 16 pani di 30 centimetri di diametro. Come pagamento il padrone del forno si teneva uno di questi pani.
In quell’epoca il fornaio era colui che faceva il pane ed il prestinajo era colui che lo vendeva. In queste occasioni il fornaio diventa anche prestinaio e quindi rivende i pani che ottiene da coloro che lo fanno cuocere.
Sembrerebbe poco a prima vista considerato anche che non tutti i giorni il forno era acceso, però si tenga presente che tutti erano obbligati a servirsi nel forno comunale sia per cuocere che per acquistare. Inoltre non tutti cuocevano pane perché non tutti avevano a disposizione i grani necessari.
Poi c’erano le regole per la brenta della comunità. La brenta era la misurazione del vino destinato alla vendita ed anche questo era un lavoro molto importante perché buona parte dell’economia rurale delle nostre zone si basava sulla coltivazione della vite. Non tanto per il consumo privato, ma come vendita del prodotto finale. La produzione di vino a Cavallirio nel 1807 fu di 5.000 brente.
Prima che si debba andare à misurare à richiesta di qualsivoglia particolare et votarlo nel botallo baule e basta.
Che non possa pigliare più di un soldo per brenta tanto a quelli di Cavallirio come alli forestieri
Che il brentatore sia tenuto a tenere un cebro et una canna per misurare, et se il brentatore spartigasse una brenta di vino sia obligato a pagarle il vino quanto ne buttarà a male.(24)
Collegato alla coltivazione della vite ed alle regole per il brentatore c’erano i torchi.
Secondo una relazione del 1713 la comunità è in possesso di due torchi che vengono messi a disposizione di chiunque voglia servirsene. Oltre a questi in tutto il borgo ne esistono altri 7 privati. (25)
E’ stato trovato un documento del 1574 relativo alla costruzione dell’edificio per i torchi anche se non si è in grado di dire se tali torchi comunitari esistevano anche in precedenza.
Prima deliberati di far far li doj torchi voleno che si levi una casa di largezza di braza quatordeci dentro le muraglie (metri 12,60) di altezza in gronda da la terra braza sei (metri 3,60). Con li soj fondi spigi ala quantità dil piovente con doj pilastri in mezzo per ajuto de sostener lo techio per la grande portada.
Le dette muraglie si fonderanno braza due sotto terra (metri 1,20), e, sarano di grosezza braza uno sotto terra (cm. 60), et di sopra per doj braza di altezza della medesima grosezza tutto intorno, poi se astringeranno.
Se farà due porte con soj cadenazzi, coperta di coppi di fornace et in essa farà doj torchj de vino, et li darà fatti et perfetti che caspiano vino.
La detta casa si haverà da consegnare fata finita e perfetta per tutto agosto proximo et li arbori con soj vasi, tormentoni et letti de doj torchj dentro per tutto novembre proximo. Et di modo che l’anno 1576 proximo possano lavorare.
Il prezzo totale dell’opera veniva fissato in 180 scudi d’oro (1 scudo d’oro = 6 lire = 1080 lire imperiali), e l’appalto venne vinto da Silano de Silani feraro di Cavallirio. (26)
Anche i gestori dei torchi erano sottoposti a regole precise:
Prima chi pigliarà a far lavorar detti torchj siano obligati esser habili a tal facenda et pigliare compagni conforme darà ordini li consoli.
Che il fitavolo sia obligato a servire qualsivoglia particolare dando li suoi termini di denaro et in caso andasse à male un caspio di vinazza, ò il vino che sarà in dette vinazze sia obligato il fitavolo pagarle il detto vino ò il danno.
Che il fitavolo con soj compagni siano obligati andare dalli particolari che vogliono far caspiare le vinazze à pigliare dette vinazze et portarle al torchio et fatto il vino siano obligati à portarli a casa il vino di quel che sono andati a pigliar le vinazze sotto pena di soldi venti per caduna volta.(27)
Infine i capitoli per il camparo.
Il camparo – stipendiato regolarmente dalla comunità – era una delle figure più importanti nell’economia rurale di quel tempo, ed è una figura che è durata ininterrottamente per secoli fino all’industrializzazione della seconda metà del Novecento.
Costui aveva il compito di tenere sotto controllo il territorio locale denunciando obbligatoriamente tutti coloro che arrecavano danni ai boschi, ai pascoli, ed alle coltivazioni in generale. Danni personali o danni provocati dalle loro bestie.
Le regole di comportamento del camparo erano molteplici ed in sostanza erano scritte nei vari Ordini e Grida emesse dalla comunità a frequente cadenza proprio perché di tanto in tanto si verificavano nuove situazioni che determinavano l’emissione di nuove regole non previste in precedenza.
In un documento del 1736 sono elencate 36 denuncie fatte dal camparo nell’anno precedente. La maggioranza delle accuse riguardano pecore e mucche che avevano sconfinato:
Accusa due pecore di Battista Cominazzo nella segale a Brusato di Giovanni Battista Angeloto £. 3
Accusa due pecore di Bartolomeo Martinetto nel formento di Carlo Sartorio a Langroni £. 3
Accusa una vacha di Pietro Cominazzo nel melgone a Brusato di Domenico Luotto £. 1:10.
Una seconda serie di accuse era relativa a persone che concedevano a forestieri la possibilità di raccogliere strame all’interno del territorio comunale, ed abbiamo visto in precedenza che era severamente proibito.
Accusa Giò Battista Martinetto per haver affitato il strame alle Bondazze à uno di Bocha £. 6
Una sola denuncia per furto:
Accusa Antonio Caudrino à pigliare ugha nella vigna alla Costa di Pietro Francesco Cerro £. 6 (28)
Ma vediamo ora un altro aspetto dell’amministrazione comunale e dei suoi compiti.
Come si è accennato in precedenza tra i compiti dei consoli c’era anche quello di indire le gare d’appalto di alcuni servizi quali la gestione dei forni, dei torchi, il servizio di riscossione delle tasse (il Caneparo), della brenta, oppure lavori comunali di pubblico interesse.
Come funzionava la gara d’appalto?
Alla riunione potevano partecipare tutti i maggiorenni, anche di altri paesi.
Venivano spiegate le condizioni d’appalto ed immediatamente dopo veniva accesa una candela di una certa misura. Cominciavano le offerte e si protraevano per tutto il tempo che rimaneva accesa la candela. Al momento in cui finiva la candela e si spegneva da sola rimaneva valida l’ultima offerta fatta, e colui che l’aveva fatta otteneva l’appalto.
Come si sarà notato si è parlato di diversi beni comunali ma non si è accennato finora di un bene fondamentale e necessario presente in molte comunità ma non a Cavallirio: il mulino.
Il borgo di Cavallirio non ha mai avuto un corso d’acqua con una quantità e pendenza tale che permettesse la costruzione di un proprio mulino, e pertanto gli abitanti di questo luogo dovevano necessariamente servirsi di altri mulini. Ma i tempi non erano come quelli attuali dove ognuno è libero di andare ovunque. Bisognava per forza andare a macinare dove altri più potenti volevano, e gli interessi erano molto elevati.
Cavallirio faceva parte del mandamento di Romagnano e quindi è in quel luogo che dovevano recarsi obbligatoriamente.
Durante la prima metà del 1500 il comune di Romagnano riuscì ad acquistare ben 4 mulini dislocati nel raggio di 300 metri e posti tra lo stabilimento Botto e il mulino di Prato ancora presente nella circonvallazione del paese.
In seguito ad una lunga lite tra il comune di Romagnano e quello di Cavallirio sull’utilizzo di parte della baraggia, le due comunità giunsero ad un accordo nel 1536 e Romagnano concesse la possibilità ai cavalliresi di raccogliere legna e fare strame in quella parte di baraggia, in cambio però dell’obbligatorietà a macinare in uno dei propri mulini. Prima fu utilizzato il mulino chiamato del sasso, ed in seguito il mulino chiamato De Carli che venne chiamato di Cavallirio.(29)
Il mulino fu usato fino al 1778 finché venne di nuovo proibito ai Cavalliresi di utilizzare la solita baraggia ed andarono altrove a macinare i loro grani, anche perché in quell’epoca erano di fatto finiti i vincoli feudali.
La vicenda è anche ricordata in una relazione del 1723 dal conte Guidobono per conto della Camera di Milano. L’intervista è rivolta a Giovanni Battista Angelotto:
Cent’anni fa seguì una convenzione per instrumento rogato da un notaro, il nome del quale non mi ricordo tra la nostra comunità, e quella di Romagnano, che noi fossimo tenuti mandare i nostri grani a macinare al molino di detta comunità di Romagnano e che fossimo obbligati dare al fitabile di detto molino cinque coppi per ogni sacco di grano,(1 coppo = litri 0,988) et all’incontro la detta comunità di Romagnano diede la ragione, e facoltà alla nostra comunità di poter mandare a pascolare i nostri bestiami nelli detti sessanta moggia di brughiera e di più restò obligata la nostra comunità a dover sborsare a quella di Romagnano in due volte lire 800 nel termine di due anni, e non pagando detta somma ed in detto termine fosse obligata a pagare alla medesima lire quaranta annue in perpetuo, ma perché li nostri antecessori non hanno mai pagato le lire 800, né le lire 40 ci viene contrastato dalla comunità di Romagnano il godimento di detto pascolo.(30)
E’ molto probabile che il riferimento di cent’anni fa fatto da Angelotto sia in effetti un ulteriore accordo seguito al primo effettuato nel 1536.

Vediamo ora di comprendere alcuni altri aspetti della vita di quel tempo. Si è accennato precedentemente al fenomeno delle usurpazioni e quello degli eccessivi debiti comunali. Come sono venute le usurpazioni e come mai si sono sviluppati così tanti debiti – in tutti i luoghi – fino a mettere in crisi intere comunità.
L’aumento graduale della popolazione specialmente nel corso del ‘700 ha portato anche un aumento della superficie coltivata e quindi conseguentemente ad un aumento della produzione e maggiore varietà di prodotti.
Qual’è stato il meccanismo che ha prodotto questo graduale sviluppo?
Bisogna velocemente fare un passo indietro nel tempo.
All’inizio – parliamo del Medioevo – tutto quanto era nella mani del re o imperatore. Costui concedeva parte delle sue terre ai suoi vassalli in cambio di denaro, vari servizi, ma soprattutto l’appoggio militare in caso di guerra.
Poi tutto passò dalle mani dell’imperatore alle città e comuni, ed in seguito allo Stato di Milano, ma mantenendo sempre alcune autonomie locali.
Si sviluppò gradualmente la proprietà privata. Rimase ancora il feudatario del luogo fino alla sua completa soppressione con l’avvento dell’era napoleonica, ma salvo alcuni diritti e regalie, esso non accampava più alcun diritto sulla proprietà privata.
Quindi nel complesso la proprietà dell’intero territorio di Cavallirio si suddivideva tra ordini ecclesiastici, chiesa e confraternite religiose che vedevano continuamente aumentare i loro possedimenti grazie ai lasciti testamentari. (enti che non pagavano tasse).
Nobili di altri luoghi con possedimenti nel territorio (che non pagavano tasse a Cavallirio, ma nella città da dove provenivano).
Piccoli proprietari (gli unici che pagavano le tasse di proprietà).
Ed infine il comune che possedeva una grossa fetta di territorio non coltivato: tutta la zona boschiva e tutta la baraggia utilizzata per il pascolo comune.
Cosa accadde a incominciare dal Cinquecento e fino a tutto il Settecento? Si verificò il fenomeno delle usurpazioni!
In sostanza, in modo lento e graduale i singoli contadini ed i lavoranti del nobile allargano le loro proprietà roncando nuovo territorio a danno del comune, e quindi ampliando la superficie coltivata.
Quello delle usurpazioni del territorio è stato un fenomeno generalizzato in tutte le realtà dei nostri paesi. I comuni o comunque l’autorità costituita non riuscì a fare nulla per secoli, o comunque fecero molto poco forse perché si rendeva necessario l’aumento produttivo legato all’aumento della popolazione, ma non credo che avessero fatto questo conto. E’ più probabile invece che, chi più e chi meno, tutti fossero coinvolti nelle usurpazioni. Sta di fatto che ogni tanto l’amministrazione comunale sanava la situazione effettuando delle finte vendite, o facendo finta di affittare per un certo numero di anni i terreni usurpati.
Il classico condono era un metodo utilizzato già nei secoli passati.
E’ però altrettanto difficile definire se tutto ciò che accadde sia stato un bene o un male.
Da un lato è stato un bene perché ha portato ad un allargamento della superficie coltivata su terreni comunali gerbidi. Terreni che necessitavano di un aumento produttivo che consentisse di sfamare l’aumento della popolazione.
Dall’altra è stato un male perché si trattava di furto vero e proprio e per di più a vantaggio del ceto più benestante come sempre accade.
Un ulteriore allargamento della superficie coltivata avvenne infine durante il periodo di occupazione napoleonica quando furono messi in vendita gli ultimi appezzamenti ancora nelle mani dei comuni, e con la vendita forzata di tutte le terre di proprietà delle confraternite.
In quest’ultimo caso la requisizione e vendita era stata determinata – non solo per la necessità di foraggiare le spedizioni e le guerre napoleoniche – ma anche e soprattutto per arginare gli enormi debiti che tutti i comuni avevano contratto nel corso dei secoli.
Come si erano formati questi debiti comunali?
Essenzialmente con le tasse.
Il popolo già di per sé molto povero era costretto a mantenere tutti. Manteneva le strutture pubbliche più alte come lo stato di Milano e il Contado di Novara. Manteneva le poche figure comunali con lo stipendio al camparo, al fante, al campanaro, all’esattore, ai consoli. Contribuiva a mantenere il feudatario del luogo tramite il dazio sulle carni e sul vino. Sovvenzionava la religione e tutto il clero presente, ed ho già ricordato che tutte le terre di proprietà della chiesa e delle confraternite non erano soggette a tasse. Ed infine – cosa ben più pesante – manteneva gli eserciti, amici o nemici che fossero. Questa è stata la tassa più pesante di questi secoli perché sostanzialmente dalla metà del 13° secolo fino all’inizio del 1700 queste zone hanno pagato per i più disparati eserciti che vi dimoravano.
Una parte di esercito si stanziava a Cavallirio e i soldati dovevano essere alloggiati e nutriti nelle singole case con i loro cavalli subendo anche le violenze e gli stupri sulle loro donne. I contadini nutrivano tutti e poi presentavano il conto al comune che a sua volta relazionava dei costi presso il Contado di Novara. Quest’ultimo organismo dopo aver ricevuto i conti di tutti i comuni effettuava l’ingualanza o eguaglianza per distribuire equamente i costi militari. Per cui due o tre anni dopo alcuni comuni potevano ricevere un rimborso perché avevano speso più di altri, oppure se non avevano avuto soldati da sfamare dovevano pagare per aiutare al sostentamento gli altri comuni.
Non avendo soldi i comuni si affidavano a persone benestanti per avere dei prestiti, e molte volte ipotecavano beni comunali come mulini e forni.
I prestiti erano normalmente al 5% e duravano parecchie decine di anni pagando ogni anno solo gli interessi.
Non riuscendo a saldare il debito contraevano altri prestiti per pagare quelli precedenti e così via.
Ogni comune durante quei secoli aveva 10 o 15 mutui da soddisfare a ricchi privati con la conseguenza che ogni prestito contratto serviva a pagare gli interessi dei precedenti e nuove tasse al Contado.
Si è trovato addirittura il caso di Ghemme del 1628 in cui il comune aveva da riscuotere dal Contado 1200 lire imperiali per ingualanza degli anni precedenti, ed avendo l’urgente necessità di reperire del denaro, mise all’asta il credito recuperando solo 800 lire.
Ritrovandosi la comunità di Ghemme nell’estremo bisogno dè denari per pagare li creditori per causa dè censi della detta comunità alcuni dè quali di già hanno mandato l’esecutione alla detta comunità et pignorate molte bestie bovine, et halcuni altri hanno ottenuto et hanno domandato l’essecutione alla comunità et hancora per il bisogno presentaneo di provedere dè guastatori et bovi per mandare al esercito per servitio di S.M. Cattolica conforme li comandi, né sapendo detti consoli in questi tempi di guerra tanto estremi e calamitosi né quali li particolari sono esausti et hinabili a pagare taglie, dove trovare dinari havendo penuria, fatto ogni possibile diligenza per trovare denari a censo ò in altro modo per socorrere alli urgenti e presentanei bisogni della detta terra, né essendosi potuto trovare denari finalmente per sodisfare le eccessive spese et caposoldi quali si presentano alla detta comunità si sono risoluti di volere incantare et vendere al pubblico incanto un credito futuro della detta comunità di lire 2.000 che maturerà nel gennaio 1629. (31)
La delibera è di fine marzo 1628 per cui la comunità ha perso il 30% del suo capitale per nove mesi di tempo.
Si trovano documenti anche di Cavallirio per queste contribuzioni militari che avevano conseguenze funeste non solo economiche. Uno di essi del 1648 dà l’elenco del fieno razziato in paese da un grosso contingente di dragoni tedeschi stanziati a Romagnano. Si tratta del fieno che ben 70 famiglie avevano raccolto per l’inverno, per il totale di 768 fassi (1 fasso = Kg. 75,94. Totale circa 580 quintali) (32).
Ma non ci si limitava alle razzie perché ogni comunità doveva contribuire con soldati di milizia, conducenti di muli e bovari portandosi al seguito i propri animali con la speranza di ritornare indietro vivi con i propri animali.
Abbiamo alcuni esempi perché per questi incarichi si stilavano regolari contratti notarili:
1° - che detto Jacomino Viano sij obligato a inservire per soldato di militia per servitio di S.A.R. per il novo ultimo sequestro spettante à detta terra di Cavalirio conforme l’avviso havuto per quale spetta di novo a detta terra di Cavalirio un soldato di militia et servire fedelmente e puntualmente sin tanto sarà licentiata detta militia per quale essa comunità è obligata à mandare di novo un soldato come sopra oltre li di già mandati.
Che detta comunità sij obligata per tal servitio dare è pagare a detto Jacomino venti soldi al giorno incominciando il giorno di hieri et questo per tutto il tempo che servirà et sin che sarà licentiata detta militia et pagarli di mese in mese
Che occorendo che tra un anno proximo a venire non sij licentiata detta militia ma vada continuando, che in tal caso spirato detto anno sij in arbitrio d’esse ambe parti di continuare.
Che detta comunità sij obligata dar et pagare di presente al sudetto Jacomino anticipatamente lire tre come così detto Jacomino ha confessato haverli havuti in tanti boni denari d’oro et argento. (33)
Il secondo documento del 1638 precisa:
Prima che detto Gaudentio Andriolo sia obligato a seguire per bovaro dietro quel paro di bovi dati da detta comunità per servitio di S.M conforme all’aviso havuto overo occorerà andare conforme sarà comandato da superiori et tener l’uso de betti bovi come se fossero propri da qua et fino li quatro del mese di aprile prossimo che sarà il giorno della resuretione di Nostra Santa Giesa sotto refletione di ogni danno et spesa della comunità
Che per tal servitio sia obligata detta comunità di Cavalirio et per lei detti consoli à dar et pagar al sudetto Gaudentio Andriolo ò soj heredi lire tre imperiali per ciaschedun giorno incominciando il giorno d’hoggi sino per tutto detto li quatro d’aprile proximo.
Che nelle feste proxime della Resurretione di N. S. come sopra sia obligata la comunità di Cavalirio à mandare altro bovaro al quale esso Andriolo possi riconsegnar li bovi per poter liberamente ritornar a casa et caso che detta comunità sia negligente in mandar detta altra persona per l’effetto sudetto sia obligata a dare lire sei imperiali al giorno al sudetto Gaudentio Andriolo.
Caso che li bovi morissero ò li fossero robbati ò in qualsivoglia maniera andassero a male che in tal caso detto Andriolo sia obligato a portar una fede in che maniera detti bovi si saranno persi, né per essi poi detto Andriolo sia tenuto a cosa alcuna.(34)
In questo caso è la stessa comunità che fornisce i bovi. L’ultimo documento per questo argomento è del 1692:
convengono detti Gaudentio de Silani per due mule, Giovanni Battista Sartore per due altre mule, et Silano de Silani per altra mula, che in tutto sono cinque mule di andare al campo con dette loro mule à condurre le vettuaglie in Piemonte per Sua Maestà Cattolica per ordine dell’autorità militare in Piemonte, come sin d’adesso promettono di andare a Novara a caricare, et di li dove saranno comandati et servire con ogni pontualità, et fede alta per tutto il tempo farà di bisogno, et non recedere, né partirsi dal servizio fin a tanto non saranno licentiati pagandoli però la comunità di Cavalirio, lire quattro per caduna mula al giorno.
Quest’ultimo documento invece specifica che sono i contadini stessi che dovranno portare i loro animali al servizio e la cifra giornaliera per l’impegno sarà di sette lire al giorno per ogni mula, infatti i capitoli successivi prescrivono che oltre alle quattro lire per mula che pagherà la comunità, i singoli conducenti dovranno richiedere all’amministrazione militare altre tre lire al giorno. Qualora gli addetti non riuscissero a recuperare la differenza sarà la comunità a sopperire alla mancanza.
Un’ulteriore norma prescrive:
et quando per qualche disgratia, scoreria dè nemici restassero detti conducenti preda del nemico, et che li togliessero le loro bestie e perdessero ogni speranza di haverle che all’hora sia tenuta la comunità risarcire detti conducenti per il prezzo di dette mule alla stima et giuditio di doj amici in comune. (35)

Abbiamo visto in precedenza che la paga di 12 ore di lavoro di un salariato equivaleva al valore di una messa cantata per la pioggia: 3 lire.
In questi ultimi casi abbiamo altre comparazioni: un soldato di milizia è pagato 20 soldi al giorno, equivalenti ad una sola lira al giorno. Il soldato di milizia è solo un giovane non sposato, e quindi vale poco.
Nel secondo caso è il bovaro con più anni e più esperienza di lavoro: la paga è di 3 lire al giorno, ed in questo caso il giorno di lavoro o di impegno è di 24 ore.
Nel terzo caso infine la paga è maggiore perché gli addetti si dovranno portare appresso le loro mule che verranno a mancare per i lavori nei campi.
7 lire al giorno per ogni mula! Ma quello che appare incredibile è che si parla solo di mule, per cui avverrà un eventuale risarcimento se si perdono le mule ma non se rimarranno uccisi gli uomini.
E’ l’epoca in cui le mule e le vacche avevano più valore della vita di un uomo.

Ecco, è con questi ultimi esempi sulle requisizioni militari, sulle tasse e sulle guerre che termino sforzandomi di farvi comprendere le gravi difficoltà che hanno dovuto superare i vostri lontani antenati di modo che voi possiate apprezzare maggiormente ciò che oggi possedete.
Poco o tanto che sia.

La Sesia e la Mora tra Prato Sesia e Romagnano nel tempo passato

Guardando le acque scorrenti del fiume Sesia ora, per la quasi totalità delle persone che vivono accanto ad esso, significa ritornare al passato prossimo quando negli anni giovanili si passavano le giornate tuffandosi nelle sue buche e sfidando le sue correnti.
Era una delle molteplici risorse che il fiume poteva produrre. La più voluttuaria se si vuole, ma anche questa di una certa importanza perché complementare, anche se non indispensabile, alla vivibilità dell’uomo in rapporto all’ambiente che lo circonda.
Anche la raccolta delle pagliuzze dorate che il fiume trasporta è risorsa voluttuaria ora, anche se in passato non era considerata tale per molti, perché il fiume Sesia era ed è tuttora considerato uno dei migliori fiumi auriferi.
Esistevano nel passato parecchie miniere d’oro in Valsesia a partire da Alagna, come a Boccioleto e nel Campo d’Artogna di Campertogno.
Ma l’oro lo si raccoglieva direttamente anche dalla sabbia del fiume. Una relazione dei primi dell’Ottocento spiega il metodo di raccolta dell’oro a Ghislarengo:
essa consiste nel porre un piano inclinato sopra cui pongono una data quantità d’arena, indi continuamente vi versano dell’acqua e rimuovono l’arena con una scopetta, nonché tutta l’arena sia trasportata, indi levano le pagliuzzine, o minuti granelli restati nella parte superiore del piano inclinato. (1)
Un metodo molto semplice e antico che sarà usato in seguito anche nell’Ovest americano.
Ma oltre a questi casi per così dire voluttuari pochi si soffermano a pensare alle altre importanti risorse che il fiume produceva e che hanno avuto importanza fondamentale nello sviluppo socio-economico della nostra civiltà.
La stessa risorsa della pesca che seppur di dimensioni ridotte ha contribuito per secoli ad integrare le misere e scadenti razioni cibarie dei nostri antenati.
La sabbia e i sassi del fiume che per secoli sono stati l’elemento primario per la costruzione delle abitazioni e degli stessi castelli presenti in zona. Centinaia e centinaia di barozze cariche di sassi scelti uno ad uno perché dovevano essere di una certa forma e pezzatura, mentre quelli più grandi dovevano essere spaccati. Un lavoro antico e pesante svolto anche dai bambini, dove noi tutti non abbiamo la piena consapevolezza delle fatiche che ha comportato, ma ci limitiamo ad ammirare solo la grandiosità degli edifici.
Anche per la costruzione degli stessi ripari del fiume spesse volte i sassi non erano raccolti a caso:
Verrà formato il selciato alle due scarpe, e banchina superiore, con ciotoli che siano in lunghezza dai centimetri 30 ai 40, e dovranno essere della larghezza non maggiore di due terzi della loro lunghezza, e di figura ovale, esclusi li rotondi – e che siano bene collocati l’uno coll’altro da persona abile. (2)
Con quei sassi infine si pavimentavano i cortili e le strade interne dei paesi.
Altra fondamentale risorsa era lo sfruttamento della forza di quell’acqua per fa girare le pale dei mulini e delle piste per la canapa presenti fin dal Medioevo. Con il passare del tempo subentrarono anche ruote di filande e filatoi fino a giungere alle prime turbine del periodo preindustriale.
Ed infine l’importante risorsa dell’irrigazione del territorio, o quantomeno quel poco che era possibile irrigare nelle vicinanze dei corsi d’acqua in quei tempi lontani.
In linea di massima quei cavi d’irrigazione erano stati fatti costruire dai ricchi proprietari, in prevalenza nobili, proprietari delle cascine e di buona parte della terra circostante. Con il passare del tempo quei cavi si allungarono e se ne costruirono di nuovi per portarli al servizio di altri proprietari che ne avevano compreso l’importanza. E quell’acqua era troppo importante e preziosa per non essere regolarizzata, non a caso si trovano negli archivi le convenzioni sul suo utilizzo. In tali accordi sono stabilite le ore a disposizione di ogni singolo proprietario per l’irrigazione del suo fondo:
da vesper della domenica sino al martedì al vesper per uso delli prati de Carolo Placito et Jacomino Penno, dal martedì, a vesper sino al giobbia seguente, a simile hora per uso delli prati di Bartolomeo de Ferro et di Bartolomeo de Furgoto.
Dalli vesper di venerdì al vesper della domenica per uso delli prati di messer Gioanne Aglieto et di Giò Antonio Titone poi sucessivamente per uso del prato di Antonino et fratelli de Sesono a la volontà dell’altri.
Cun patto che trovandosi alcuno di essi à rubar l’aqua li detti giorni assignati ad altri per uso de soj prati ò sia consentirla per uso suo incorra in la pena de uno scuto per caduna volta robbata detta aqua.
(3)
I terreni prativi delle zone irrigate avevano alti valori commerciali rispetto anche a tanti terreni aratori.
Ma ciò che più d’ogni altro si erge a simbolo dell’irrigazione è un’opera di grandi dimensioni e di eccezionale qualità strutturale per i tempi in cui venne costruita.
La Roggia Mora.
Per capire meglio come nacque e come si sviluppò bisogna ritornare al tempo della pace di Costanza del 1183, quando Federico Barbarossa sconfitto dalle città della Lombardia unite in Lega, concesse alle stesse città i diritti sulle acque, e quindi sui mulini e pascoli in generale. Questo diritto di possesso del fiume Sesia passò quindi dall’imperatore alla città di Novara. Comprendeva non solo il fiume ma anche tutte le rogge che s’immettevano in esso, e quelle che prelevavano acqua dallo stesso fiume. Tali acque servivano, oltre alla poca irrigazione di quel tempo, anche a far girare i mulini e per il rifornimento idrico della stessa città di Novara.
E’ il caso qui di una roggia chiamata Nuova o Maggiore che prendeva il suo avvio a Romagnano e che continuava fino alla città. Tale roggia era stata costruita dai novaresi al tempo dei primi Podestà, forse utilizzando vecchi alvei presenti di un’ancor più antica roggia – segnalata già a suo tempo dal Dionisotti – che da Romagnano portava l’acqua alle terme di Novara passando da Caltignaga ed immettendosi nell’Agogna. (4)
In ogni caso questa roggia Nuova risulta già segnalata nel maggio del 1194, venendo poi ampliata nel suo corso superiore – secondo quanto asserisce Andenna – intorno al 1277. (5)
Così rimase per altri due secoli.
Il 14 novembre 1481 il duca di Milano Gian Galeazzo Sforza concesse a suo zio Ludovico Sforza detto il Moro la possibilità di usare l’acqua della Sesia per irrigare le sue tenute di Vigevano. Qualche anno più tardi – nel 1487 e 1488 – lo Sforza sottoscrisse le convenzioni con la città di Novara proprietaria della roggia Nuova.
Nella prima si concedeva allo Sforza il diritto di usare lo stesso corso d’acqua denominato fino a quel momento Roggia Nuova mantenendo salvi i diritti della città di Novara quantificati in 8 rodiggi, (o Rovezijs) d’acqua. (6)
Il rodiggio è un’antica unità di misura significata dalla quantità di acqua necessaria a far girare la ruota di un mulino, e dovrebbe essere pari a 6 once d’acqua. Dovrebbe, perché vi furono infinite discussioni su questa unità di misura. (7)
In quell’epoca però tale unità di misura non teneva conto del salto idraulico dell’acqua contro le pale del mulino. Solo nell’Ottocento si fissarono dei valori convenzionali ai rodiggi. Così ad esempio per la Roggia Mora un rodiggio piccolo consisteva in 216,72 litri d’acqua il secondo; mentre un rodiggio grande era di 289 litri il secondo. (8)
Inoltre in quella convenzione lo Sforza era tenuto a sue spese a far costruire, nel luogo detto “el Torna Fora” nel territorio di Romagnano, conche per far uscire l’acqua dall’alveo delle rogge al tempo delle inondazioni delle acque, in modo tale che predette inondazioni di acque non portino però alcun danno alla città di Novara e agli altri beni della Diocesi. (9)
La convenzione dell’anno successivo concedeva invece allo Sforza la possibilità di estrarre ogni altra quantità di acqua fatti sempre salvi ed in perpetuo i diritti della città; e fatti salvi i diritti di tutti coloro che già avevano derivazioni precedenti l’accordo. Con l’obbligo però, da parte delle singole comunità servite, a tenere ben spazati gli alvei delle rogge in modo che non si perdano le acque. (10)
Ma gli obblighi e le proibizioni non erano limitati solo a quello. Era proibita la pesca nel corso del canale. Era ovviamente proibito rubare acqua dalla roggia. Per gli utenti autorizzati al prelievo era proibito prenderla fuori dalle ore stabilite e perché molte volte difficilmente, si trovano li delinquenti si avvertisce ciascheduno, che si procederà contra il primo utente, non notificando lui il delinquente. (11)
Era proibito offendere i lavoranti, i campari, i fattori e gli Agenti della Mora.
Per questi “crimini” non erano previste solo pene pecuniarie molto elevate, ma anche la prigione, la fustigazione, ed in certi casi ad essere banditi dallo Stato di Milano. Un ampio potere un po’ incomprensibile per una concessione d’acqua, dove la stessa città di Novara protestò più volte asserendo che queste Grida erano fatte solo per tirar nelle reti li poveri paesani alle dette acque confinanti empiendo le borse delli Agenti. (12)
Nasceva così in quegli anni di fine Quattrocento grazie soprattutto a Giuliano Guascone che ne fu l’artefice, una nuova roggia che in seguito prese il nome di Ludovico il Moro – Roggia Mora – che partendo da Romagnano e incrociandosi con altre canalizzazioni andava fino a Vigevano nelle tenute della Sforzesca di proprietà dello stesso Ludovico. Un’opera idraulica di enormi dimensioni lunga una sessantina di chilometri che aveva comportato sforzi sovrumani per la sua realizzazione. Ma ciò che va sottolineato nella sua grandezza sono due altri motivi: il primo è quello della finalizzazione all’irrigazione di una vasta area legata alla bonifica del territorio, e giova ricordare che a quel tempo la maggior parte delle terre erano ancora incolte e acquitrinose. Il secondo è che la Roggia Mora è considerata un capolavoro idraulico che utilizza attraverso la interconnessione tutte le principali forme idriche sul territorio a cominciare dalla Sesia, il torrente Strona, l’Agogna, il Terdoppio, ed in seguito il torrente Roccia di Prato. Inoltre l’intero sistema fu pensato e realizzato in modo da far confluire nella Mora anche la maggior quantità di acque risorgive e fontanili presenti sul territorio che attraversa.
Ma cerchiamo di capire più in dettaglio come si presentava la situazione nella zona di Romagnano. Si è accennato precedentemente all’obbligo da parte di Ludovico il Moro della costruzione di conche nella zona di Romagnano chiamata el Torna Fora. Queste conche, o stravacatori o scaricatori o discantatori non sono altro che canali scavati fiancheggianti l’argine della Mora, e avevano un duplice scopo: il primo era quello di scaricare l’acqua in eccesso portata dalle inondazioni, per cui l’acqua superando un determinato livello ritornava nel fiume. Il secondo scopo era invece quello della necessità di portare a secco il corso del naviglio in caso di spazzatura o riparazione d’argini. In questo caso bastava chiudere le porte situate normalmente a pochi metri da quelle conche, o frapporre al largo del canale degli ostacoli, e le acque erano scaricate nella Sesia mandando a secco il naviglio per il tempo necessario.
Questa prima conca del Torna Fora si trova tuttora vicina all’antico imbocco della Mora chiamato Incastrone, dietro alle ultime case Fanfani di Romagnano. Ma n’esiste una seconda più o meno dietro allo stabilimento Kimberly nei pressi del luogo chiamato Il Ponte di Tabia. Anche questa conca è molto antica, e conosciamo la sua esistenza già dal 1584 grazie ad una relazione svolta da Ferrante Ponzano che tra l’altro ci fa conoscere che a distanza di cent’anni dalla sua creazione la Mora non era affatto in buone condizioni. Tale visita era stata promossa a causa della mancanza di stravacatori, ponti e argini lungo l’intero suo corso con conseguenze disastrose per le strade reali, ed inevitabilmente con rischi per i viandanti in cui molti s’annegano.
Per la parte relativa a Romagnano il Ponzano scrive:
che detta Mora non à porte di serarla per sugare – né discantatore per discaricare, che è uno gran difetto in simile rogie perché tutte le rogie et navily hano, ò devono havere il suo descantatore et porte, per sugare, et intendiamo che quando vogliono sugare rompono la chiusa e gli va poi del tempo ad conzare, oltra che dove si aconza resta sempre mal sicuro et pericoloso et essendovi li suoi discantatori et porte per sugar serverà al tempo delle piogge per mandare l’acqua per Sesia et la Mora non receverà se non le acque che per natura gli scolano dentro le quale sendo sole facciano manco danni assai, oltra la comodità che se ne sentirà in levar et metter l’acqua in uno subito, per tutti li bisogni che possono occorrere et da molti delli homini della detta terra ne fu detto che altre volte c’erano le porte, et discantatore, et averle viste loro.
Perciò giudichiamo esser necessario fare dette porte et discantatore quanto prima, et havemo designato de farle al contiguo al detto Ponte di Tabia loco opportuno et sicuro nel qual loco se fatto il desegno et piantato le bachete.
(13)

La relazione Ponzano ci permette due conferme: la prima è che effettivamente la conca o discantatore previsto dalla convenzione dello Sforza fu effettivamente fatta, e la seconda è che la costruzione della conca al Ponte di Tabia venne costruita in conseguenza alla relazione.
Ma veniamo ora alla bocca di derivazione della Mora. Questa bocca era composta da un canale d’invito più o meno lungo proveniente dal luogo di Sesia dove si voleva estrarre l’acqua. Quest’acqua poi giungeva in un edificio con le paratoie, ovviamente in legno, che era ed è tuttora chiamato Incastrone. Da una relazione del 1671 abbiamo anche le dimensioni di quest’edificio che non sono certamente quelle di adesso:
Incastrone fatto di 12 aperture larghe caduna oncie 21,1/2.
D’altezza dalla soglia al capello stabile et immobile oncie 13,3/4 à misura novarese. (14)

Tradotto significa che ogni porta era all’incirca 84 centimetri di larghezza per 51 d’altezza. Acqua bassa quindi ma con una larghezza totale della roggia superiore ai 10 metri. A fianco di esso come si è detto in precedenza, vi è la conca o scaricatore delle acque in eccesso. Tale scarico delle acque può avvenire per mezzo di paratoie, oppure semplicemente attraverso uno sfioratore costituito da una semplice soglia ad altezza calcolata in modo che quando l’acqua supera un certo livello tracima nella conca e se ne ritorna alla Sesia.
Ma per quanto riguarda questo incastrone vanno fatte alcune precisazioni: innanzi tutto non ha più da secoli il compito di regolatore principale della quantità di acqua in entrata della Mora, in quanto il canale d’invito e l’imbocco non è più quello. In secondo luogo l’incastrone cambiò più volte nel corso dei secoli anche se si è ormai nella certezza che quello fosse l’imbocco che vide nascere la roggia Mora anche grazie al toponimo del Torna Fora che ha resistito nei secoli.
Altri documenti ci fanno capire che quest’incastrone del Torna Fora venne ricostruito nel 1655 dopo che l’anno precedente una piena aveva distrutto l’incastrone di quel momento che si trovava un centinaio di metri a monte, e precisamente nei pressi del campo sportivo delle scuole elementari di Romagnano. Infatti una relazione del 1561 spiega che la bocca della Mora comenza incima del cioso della Badia di Santo Silano di Romagnano. (15) Un ulteriore documento precisa che il Primo (incastrone) che fecero edificare era posto nel luogo attacco il muro del Chioso dell’Eminentissimo Cardinal Vidone perché ivi veniva essere in posto competente à resistere l’empito del fiume. (16) Quest’ultimo riferimento è del 1655 e ci spiega anche che il vecchio Incastrone del Torna Fora fu ricostruito in quell’anno.
Quindi si sa per certo che nel 1561 e prima del 1655 la bocca della Mora era quella della Badia di San Silano.
Ma quest’ultima relazione è abbastanza importante perché ci fa comprendere che il Commissario Delegato della Roggia Mora aveva il potere – in virtù degli accordi iniziali – di obbligare le comunità e gli uomini di Gheme, Siciano, Farra, Briona Prò Cesto et Nibia a pagare una quota per spazar la bocha di detta Rogia Mora sotto certa pena. Come ci fa conoscere anche che è antica consuetudine che nel far la chiusa a Romagnano, sopra la Mora ch’esce dalla Sesia tutti li legnami et fassine andavano tagliati sopra li comuni di Gheme et Romagnano, et tagliate erano obligati li uomini della terra di Gheme condurle al loco d’essa chiusa per soldi sei per barozza. Come esistono presso l’Archivio di Stato di Milano delle relazioni con i conteggi di spesa e i nomi di coloro che erano chiamati a riparare la bocca e la chiusa della Mora a Romagnano nel 1538 ed alcuni anni successivi. (17)
In quell’epoca buona parte del corso del fiume passava sotto gli archi del ponte medievale sfiorando le mura di Romagnano, e conseguentemente poco più a valle le acque passavano molto vicine all’imbocco dell’Incastrone. Sia quello situato nel Cioso della Badia che in quello originario delle ultime case Fanfani. Nel 1652 il fiume incominciò a spostarsi gradualmente verso Gattinara mantenendo però il ramo principale sotto le mura del borgo ancora fino al 1664. A causa di questo spostamento dell’alveo si rese necessario spostare in quegli anni anche la barca di Romagnano che prima era ancorata alle mura della casa Tettoni.
Et la barcha, qual’era tenuta dalla Comunità di Romagnano sopra la Sessia per il transito della medesima era al di sotto della casa di detto signor Tittone, ove anchor oggidì si vede un grosso anello piombato in un grosso sasso sotto un torrione hora proprio del signor Ducca Serbellone, et quando li passageri sbarcavano da detta barcha entravano subito in Romagnano per la porta per cui si va in piazza del detto luogo et precedentemente overa il detto letto della Sesia vi è il naviglio chiamato della marchesana che va alla volta di Vigevano, et prima che detto fiume Sesia giungesse sotto le mura di Romagnano passava sotto li archi d’un gran ponte antichissimo superiore al luogo di Romagnano il tirro d’una moschetata in circa al dirimpetto d’una chiesa campestre detta la Madonna di San Giacomo. (18)
Quell’anello piombato è ancora presente in quella casa, e la relazione è della seconda metà del Seicento.
Dopo il 1666 il nuovo ramo della Sesia era già completo e quindi si può dire con certezza che da quel momento non vi era più acqua che passava sotto i resti del ponte medievale. Ma questo spostamento del letto del fiume, che portava certamente vantaggio ai romagnanesi, creò un problema di non facile soluzione per i proprietari della Mora perché l’acqua veniva a passare in luogo troppo distante dall’Incastrone. A quel punto diventava indispensabile costruire un nuovo imbocco per il naviglio.
Durante il periodo precedente quest’inbocco avveniva tramite una diga posta a traverso del corso del fiume. L’acqua così deviata passando a fianco di un grosso sperone roccioso chiamato Sasso Cucio, s’immetteva nell’Incastrone. Con lo spostamento del fiume verso Gattinara dovettero trovare altre soluzioni per garantire l’acqua alla Sforzesca. Si accordarono con la comunità di Romagnano per utilizzare temporaneamente il cavo della Roggia dei mulini di Romagnano e Prato immettendo maggior quantità di acqua in quel cavo.
L’accordo fu di tre mesi e mezzo partendo dal 1° giugno 1667. I compadroni erano tenuti a loro spese fare una diga attraverso il fiume a monte dei mulini di Prato per introdurre maggiore quantità di acqua che servisse sia per i 4 mulini che per la Mora.
Chiusa che però non sij così forte che possi portar danno alla detta comunità, né a particolari et altri, che possedono beni in quella parte. Una diga leggera quindi, altrimenti la gran quantità di acqua s’immetteva tutta nel canale distruggendo i ripari e corrodendo le sponde. Per cui era meglio, in caso di troppa acqua, rifare la diga che non le sponde e i ripari.
Inoltre i compadroni erano tenuti a fare un ponte sopra il cavo così da permettere il sufficiente passaggio del molinaro con le sue bestie. La comunità da parte sua era tenuta a fare alcuni ripari supplementari. Il tutto ad un prezzo di 370 lire imperiali per un utilizzo limitato a tre mesi e mezzo. (19)
Nel frattempo allungarono il cavo originario che venne completato nel 1668, ma durò solo pochi mesi che venne distrutto da una piena, e così nel marzo del 1669 furono costretti a stipulare un nuovo accordo con Romagnano per riutilizzare di nuovo la roggia molinara. Il nuovo contratto sarebbe durato tre anni e mezzo con il costo d’affitto di 2600 lire imperiali. Nel contempo affidarono lo studio progettuale di un nuovo cavo all’ing. Robecco. (20)
Gli anni successivi passarono con continui tentativi di riparazione del cavo preesistente nell’attesa che andasse in porto il progetto Robecco. Tentativi sempre avversati dai romagnanesi con il loro obiettivo di impedirne il ripristino, e per la verità anche dalle immancabili piene che rendevano vano il lavoro svolto.
Da una parte si sosteneva che i responsabili della Mora per immettere più acqua del dovuto e senza i necessari ripari, rischiavano di far ritornare il corso del fiume verso le mura del paese, dopo tutto quello che avevano fatto per deviarlo. Dall’altra parte rispondevano che l’acqua sarebbe passata esattamente nello stesso luogo di prima, per cui la ragione vera non era altro che l’avidità di quei consoli per haver campo di far giornate è spese spropositate. Inoltre, a quanto affermavano i Compadroni della Mora, vi era il dubbio fondato che i romagnanesi volessero sfruttare la situazione per costringerli ad utilizzare per sempre la loro roggia molinara sollevandoli dalle spese della manutenzione cui erano obbligati dal 1576 quando avevano dovuto concedere uno dei loro mulini alla comunità di Prato. (21)
Fu richiesto l’intervento della Regia Camera che mandò dei rappresentanti a visionare il luogo, ed alla fine diedero il via ai lavori progettati dall’Ing. Robecco. Questo nuovo cavo venne chiamato Guidobono dal nome del questore milanese che aveva giudicato idoneo quel luogo.
Nel 1687 finalmente il cavo fu completato non senza difficoltà perché fu osteggiato con metodi leciti ed illeciti tanto che anche la comunità di Gattinara insorse con mano armata per impedirne la perfettione, subornata, come ebbe certa notizia da gente di Romagnano, col suggerirgli, che si sarebbe per li fortissimi ripari, all’imboccatura di detto cavo si fanno, spinto il fiume Sesia dalla parte della comunità di Gattinara.
L’intervento dei gattinaresi coinvolse nuovamente lo stato milanese e quello piemontese, e così i responsabili della Mora furono costretti per non contrastar con esteri a mutar sito. (22)
Fu in quel momento che forse fu aperto il cavo progettato dall’Ingegner Pietrasanta che raccogliendo le acque ancor più a monte passava poi a sfiorare il ponte medievale.
Nel 1698 l’ennesima inondazione lo inghiaiò e negli anni successivi riutilizzarono di nuovo il Guidobono, ma la situazione era talmente degradata che per risolvere definitivamente il problema diventava necessario un radicale cambiamento. Si pensò e si stese un progetto di un nuovo canale che non fosse stato direttamente dipendente per lungo tratto dall’alveo del fiume, e la scelta cadde su Prato con l’ipotesi di un cavo che partisse dalla confluenza del torrente Mologna con la Sesia in un luogo chiamato Molinetto. (23)
Tale progetto prevedeva però un impegno finanziario non indifferente perché attraversando la campagna andava a congiungersi con il torrente Roccia e ad immettersi nel cavo della roggia dei mulini di Romagnano. Il progetto fu bocciato per gli alti costi di costruzione. A quel punto si decise di utilizzare definitivamente il cavo della roggia molinara con un adeguato imbocco per l’acqua.
Era il 21 marzo 1707 quando firmarono l’accordo.
Questa convenzione – senza pagamento in denaro – prevedeva che i Compadroni della Mora, che in quel tempo erano il marchese Carlo Filiberto d’Este, Luigia Gonzaga, e i Reverendi Padri predicatori del Collegio delle Gratie di Milano, garantissero tutta la manutenzione necessaria al corso d’acqua al fine di permettere ai mulini di funzionare.
Qualora le comunità di Romagnano e Prato avessero deciso di costruire nuovi mulini nello stesso cavo, fosse garantita la superiore quantità d’acqua necessaria. Ed infine promettevano la costruzione di una Brida in bocche coperte dè legnami ressigati à tre ordini, con sue radici a tre ordini parimenti, ben inchiodati con cunigiole ribbattute, in pista dè buoni sassi, con suoi telari davanti, et di dietro, et cavetati di sopra, et di sotto. Tale Brida doveva essere lunga brazza quaranta, circa 24 metri. (24)
Questo sarebbe il Ponte della Brida di Prato che in sostanza divenne il nuovo Incastrone della Mora.
Vediamo ora di comprendere come si presentava la situazione nella zona di quest’imbocco pratese. La prima vera chiusa di derivazione dell’acqua dalla Sesia si trovava un centinaio di metri più a valle del Sasso del Bagno in corrispondenza di un grosso sasso chiamato delle Quare.
Si sono trovate diverse descrizioni di com’era costruita quella diga. Nel 1835 tale chiusa o pietraia alta circa un metro e venti era formata da grossi sassi semplicemente sovrapposti uno sull’altro dove però negli interstizi – al fine di impedire dispersione di acqua – si usava fare il così detto infogliamento con della mogna, ovvero muschio.(25)
Dalla parte verso la montagna si lasciava aperto solo lo spazio necessario per far defluire l’acqua necessaria alla roggia dei mulini di Gattinara. Si sa però che nei tempi più antichi si usava fare la chiusa principalmente con passoni di legno conficcati sul fondo dove davanti erano collocati altri pali incrociati e fascine: duplicati cavalletti ternilassati, fascinati, e intepati.
Un’altra relazione dice di cavalletti fortificati con fascine, giarra e pietre il tutto collegato insieme secondo le vere regole delle dighe. Un’altra ancora precisa che la chiusa è posta à traverso con un argine dè cavalletti doppij in numero dè 28. (26)
Con l’accordo del 1707 la diga doveva essere composta di ben 70 cavalletti. Non solo ma come si è detto in precedenza l’esperienza aveva suggerito che non era il caso di effettuare dighe molto resistenti alle acque, ed i contratti di manutenzione del cavo precisavano appunto che la chiusa, che si dovrà fare per l’introdutione, ò per dir melio per sostener l’acqua d’introdursi in detta rogia molinara debba essere semplice, leggiera, è non fondosa, né gagliarda in modo tale che in occasione di piena più facilmente si possa rendere, per non esser di maggior pregiudicio dè ripari, che si dovranno fare per difesa del teritorio tanto di Romagnano come di Prato. (27)
Una chiusa qual si fa a traverso alla detta Sesia per far venire fora la detta roggia per detti quatro molini, qual chiusa si è vista longa un bon tiro de archiabuso.

L’acqua grazie alla diga prendeva la direzione dell’Incile della Mora, chiamato anche canale d’invito o briglia, che grazie alla sua lunghezza e larghezza permette all’acqua di stabilizzarsi dando un assetto meno dirompente alla corrente prima che arrivi al Ponte della Brida. Questo è costruito in 12 bocche di passaggio dell’acqua così come esattamente erano e sono le bocche dell’antico incastrone di Romagnano. L’edificio è stato calcolato in quel tempo nelle sue dimensioni per derivare una portata non superiore a 1 metro cubo il secondo per ogni bocca. In caso di quantità superiore l’eccedenza defluiva nello scaricatore posto di fianco ora cementato, ma fino a quarantanni fa costruito in barotti di legno con incastonati sassi di piccole dimensioni:
spallone di imboccatura largo 10 a 12 metri, lungo metri 180 formato da un intreccio di cinque file di travicelli scorrenti di fuga, e di 110 traversali e riempito di ciottoli, in direzione a ritroso dell’acqua gradi 310. (28)
Ciottoli di uguale grandezza con la punta in alto e incastonati a ritroso della corrente dell’acqua, per renderli più stabili e nel contempo frenare l’impeto dell’acqua di scarico. Questo sfioratore era calcolato all’altezza massima delle bocche del ponte per impedire l’eccessiva pressione delle acque contro il ponte.

Pochi metri davanti al ponte vi erano e vi sono i così chiamati Paratronchi, ora di ferro ma fino a poco tempo fa in legno. Grossi pali conficcati nel letto del fiume aventi lo scopo di fermare materiali trasportati dall’acqua durante le piene. Servivano anche, in caso di necessità, a limitare la quantità d’acqua nel canale frapponendo una diga tra i grossi paratronchi.
Poco più a valle del ponte della Brida l’acqua era diramata per uso dei due mulini posti sul territorio di Prato - di cui doveva essere garantito il funzionamento in base agli accordi – tramite uno Sfioratore. In sostanza un edificio idraulico esattamente uguale allo scaricatore della Brida, con però il compito esattamente opposto.
Mentre il primo, quello del ponte, aveva il compito di scaricare nella Sesia l’acqua in eccesso determinata anche dalle piene, il secondo aveva il compito di contenere nel canale fino al filo dello sfioratore, in periodo di magra, l’acqua minima necessaria per far girare i mulini secondo quanto stabilito dal contratto del 1707. Quindi l’acqua al di sotto di un certo livello calcolato, doveva andare assolutamente a imboccare i canali dei due mulini posti sul territorio di Prato (Mulino Nuovo e Mulino De Carlis o di Cavallirio), che erano alimentati anche dalla confluenza in quel luogo dal torrente Roccia proveniente dalle colline del Vaglio. Quest’acqua, dopo l’utilizzo, veniva poi immessa di nuovo nel corso principale poco più a valle.

L’acqua superato lo sfioratore e scendendo verso Romagnano giungeva prima alla diramazione che mandava l’acqua al Mulino della Resiga e in seguito ad un successivo sfioratore chiamato Stortone posto all’inizio dell’attuale stabilimento Botto.
Lo Stortone era formato con robusto ciottolato a più scarpe, e per maggiore sua solidità è intrecciato per lungo, per traverso ed al ciglio da grosse longarine riquadrate, e fra loro a forma di reticolato solidamente collegate. (29)
Anche qui vale lo stesso discorso fatto per lo sfioratore precedente. In questo caso lo stortone serviva a mantenere il livello minimo necessario di acqua per far girare il Mulino del Sasso posto a quell’epoca a fianco dello stortone. Anche questo sfioratore non fu costruito in altezza a caso, ma mediante esperienze e calcoli perché la sua altezza, oltre a garantire il funzionamento del Mulino del Sasso, determinava anche l’ottimale funzionamento degli altri due precedenti. Infatti la soglia dello stortone ad altezza più elevata del dovuto, avrebbe comportato un freno, un rallentamento ed un ristagno dell’acqua nel canale d’uscita dei mulini di Prato con la conseguenza di frenare e fermare la rotazione delle pale. Non solo quelle dei mulini, ma dalla metà del Settecento anche la grande ruota del filatoio di seta che venne costruito a 50 metri dal mulino Nuovo. Ed è ciò che successe quando a metà dell’Ottocento la ditta Bollati proprietaria a quel tempo dell’attuale stabilimento Botto alzò la soglia dello Stortone di circa un metro per avere maggiore quantità d’acqua per la sua ruota motrice costruita a fianco del mulino del Sasso. In quell’occasione si rese necessario modificare, alzando di circa un metro anche le tre ruote del Mulino Nuovo. Il Mulino De Carlis e la ruota del filatoio non esistevano già più. (30)

La Mora poi continuava il suo corso come lo continua tuttora verso la bassa novarese.
Ebbene come si può concludere questa esposizione.
La presenza della Mora fu certamente all’inizio un grave danno per l’economia novarese perché la finalizzazione era solo quella di prendere acqua dal suo suolo per trasportarla altrove, nel vigevanasco. In quel primo periodo coloro che potevano usufruirne dei vantaggi erano pochissimi. Le sanzioni erano severissime ed a causa di questo potere vi furono per secoli bisticci e denuncie reciproche. Alcuni effetti positivi incominciarono a farsi sentire verso la fine del Cinquecento quando il Magistrato Straordinario di Milano incominciò a concedere ad altri il diritto di prelevare acqua dal naviglio per l’irrigazione delle loro terre. Da quell’epoca gradualmente si assistette ad un continuo allargamento dell’utilizzo di quell’acqua ai fini agricoli del nostro territorio, in special modo della zona risicola.
Giunse poi il tempo dell’industrializzazione con l’utilizzo di quell’acqua come forza motrice per i numerosi stabilimenti sorti nell’Ottocento ed alcuni tuttora presenti nella nostra realtà. Questo a carattere generale. Per quanto riguarda invece i fatti spiegati e la situazione locale va osservato che la comunità di Romagnano ha giocato un ruolo determinante. Dalla metà del Seicento e per un cinquantennio intero ha determinato a suo vantaggio tutta la politica relativa al fiume Sesia e la Roggia Mora in questo territorio. Risale a quel periodo il grande spostamento graduale del fiume Sesia verso la sponda gattinarese. In precedenza e per secoli l’acqua lambiva le case del centro storico, poi gradualmente, grazie ad alcune alluvioni, ma soprattutto con delle pietrere costruite ad arte, l’alveo del fiume si spostò definitivamente dove lo si vede tuttora. Sono molti i documenti che comprovano questi fatti, come sono infinite le vertenze tra Gattinara e Romagnano documentate anche da spedizioni armate e relative archibugiate. La posta in gioco non era da poco per quel tempo ed era l’utilizzo di una grande area che si liberava dall’acqua e che veniva sfruttata come pascolo e l’impianto di vigneti di cui in parte su alcuni isoloni si riscontrano ancora le tracce. Grazie a questo cambiamento del corso del fiume si può dire con certezza che circa una quarta parte del nucleo urbano di Romagnano fu fatto in seguito su ciò che era l’antico alveo della Sesia.
Gattinara da parte sua si prese la rivincita spostando l’alveo verso Romagnano all’altezza del suo borgo.
La seconda considerazione che si può trarre, è che sfruttando l’assoluta necessità di acqua necessaria alla Sforzesca, l’abile regia dei consoli romagnanesi per tutto quel mezzo secolo, ha permesso alla comunità dei guadagni finanziari di non poco conto. Sia per quanto riguarda la continua riparazione e la costruzione di cavi che sistematicamente erano di nuovo distrutti, alcune volte a causa di inondazioni, ma altre volte per mano segreta dell’uomo. L’interesse della comunità era far lavorare uomini a spese dei compadroni della Mora, ed alla fine costringerli ad utilizzare la loro roggia molinara sollevandoli così da un impegno perpetuo per i loro mulini e quello di Prato. Per raggiungere il loro obiettivo utilizzarono metodi leciti ed illeciti fino al punto di coinvolgere e sobillare anche i gattinaresi contro i compadroni della Mora nonostante i pessimi rapporti esistenti tra le due comunità.